Nulla vieta alla nostra società di reinterpretare la cultura come un “consumo per eletti”, così come del resto è stato fatto per secoli. Inaccettabile è, però, che lo si faccia in nome della “democrazia culturale”. La riflessione di Stefano Monti, partner Monti&Taft

Negli ultimi decenni, le riflessioni legate al ruolo della cultura nella nostra società sono divenute sempre più frequenti, anche al di fuori degli ambiti specialistici. Il ruolo della cultura è andato così via via arricchendosi di connotati terzi, che spaziano dall’importanza della cultura per l’economia di un territorio alla centralità della cultura all’interno dei nostri sistemi democratici.

Su quest’ultimo punto, in particolare, gli uomini di cultura sono tutti concordi: la cultura del nostro tempo, è una cultura aperta a tutti, rivolta a tutti, anche (e soprattutto) alle persone con minori possibilità economiche o con minori livelli di istruzione. Eppure quest’affermazione ha avuto soltanto una parziale declinazione concreta.

L’intrinseca potenza di una “cultura per tutti”, concetto brillantemente espresso anche dalla nostra Costituzione, è stata così via via indebolita, ed oggi, nelle opinioni di molti pensatori della cultura, tale affermazione ha finito con il coincidere con l’ingresso gratuito ai musei, o ad altri servizi analoghi, così come dimostrato dalle invettive che proprio in nome della “cultura per tutti”, vengono rivolte a chiunque provi a sottolineare che una “cultura aperta a tutti” non necessariamente trova nel concetto di “gratuità” la sua più alta espressione.

Le implicazioni politiche ed economiche di questa linea di pensiero sono molteplici: essa è infatti alla base sia di interventi ormai consolidati, tra i quali, appunto, l’accesso gratuito ai musei, sia di vere e proprie azioni politiche volte ad incrementare la fruizione della cultura, quali ad esempio il bonus 18 anni.

I risultati generati da questo principio, tuttavia, non sono sempre stati entusiasmanti e, a questo punto, val dunque la pena chiedersi se sia necessario immaginare altre tipologie di azione.

Perché la fila all’Ikea il primo giorno di riapertura dopo il lockdown del 2020, che tanto ha indignato molti osservatori, mette in luce un aspetto su cui spesso, chi si occupa di cultura, non ama soffermarsi: la reale “desiderabilità” della cultura.

Nell’ultimo secolo, il nostro mondo è estremamente cambiato. Oggi tutto è contenuto: ogni minuto, su YouTube, vengono caricati contenuti video che non basterebbe una vita intera a guardarli. La lotta per l’affermazione di una democrazia della cultura, deve necessariamente confrontarsi con l’esigenza di creare un’offerta che sia realmente desiderabile.

Basti pensare che le parole che Throsby utilizzava per definire il “capitale culturale”, vale a dire “un bene capitale che incorpora, preserva e fornisce valore culturale in aggiunta a qualunque valore economico esso possieda” sembrano essere più adatte a spiegare il differenziale di prezzo tra un iPhone e un qualsiasi altro competitor che il valore di un’opera d’arte contemporanea.

In termini concreti di “democrazia culturale” questo tema si traduce nella reale “volontà” che gli italiani mostrano di visitare un museo, di andare a teatro, di leggere un libro, di visitare una galleria d’arte, di ascoltare un’opera o un concerto di musica classica. Consumi che, da anni, come dimostrato dalle statistiche diffuse da Istat, sembrano avere un ruolo tutt’altro che prioritario all’interno della vita dei cittadini.

Eppure, constatare, come fatto dallo stesso Draghi qualche anno fa quando era Governatore della Banca d’Italia, “la spesa pro capite per consumi è oggi (2007) più che raddoppiata rispetto al 1970”, pare non scalfire di nulla il granitico assioma che vede nella gratuità l’unica forma di democrazia culturale.

Così come a nulla serve ribadire che, in un sistema politico ed economico, niente è realmente “gratis”. Ogni cosa genera un costo, e soprattutto, ogni cosa genera un costo-opportunità.

Il concetto centrale è dunque comprendere “come” interpretare il concetto di democrazia culturale.
L’indirizzo sinora adottato dal nostro Paese pare privilegiare un’interpretazione in base alla quale è lecito investire le risorse a disposizione per il mantenimento di un’offerta fantasma, quale ad esempio i costi necessari a garantire l’apertura di musei raramente o per nulla frequentati, piuttosto che puntare su un’offerta di qualità, in grado di “essere” realmente attrattiva per il territorio di riferimento.

Questa interpretazione, tuttavia, non è l’unica possibile: esistono modelli economici attraverso i quali migliorare il livello di “produttività” dell’offerta culturale, generando economie dirette sul territorio, favorendo i consumi culturali da parte dei cittadini e, permettendo in questo modo di ridare un senso al nostro patrimonio culturale e alle espressioni culturali che oggi vengono generate, perché un quadro in un museo vuoto non ha nessun valore per la società.

Ha valore se la società lo identifica, lo riconosce, lo comprende, lo “ambisce”.

Per questo servono nuove linee di pensiero, nuovi paradigmi attraverso i quali interpretare la nostra società meglio di quanto possa fare una stanca e stantia retorica che vede il “valore economico” contrapporsi al “valore culturale”.

Questo, beninteso, se si vuole realmente raggiungere una concreta “democrazia culturale”, perché anche questa è una scelta. E anzi, è una scelta che sarebbe in controtendenza rispetto alle reali manifestazioni artistiche del nostro tempo: si pensi all’arte contemporanea e alle sue élite, per metà intellettuali e per metà finanziarie, si pensi all’Opera e alle sue platee.

Nulla vieta alla nostra società di reinterpretare la cultura come un “consumo per eletti”, così come del resto è stato fatto per secoli. Inaccettabile è, però, che lo si faccia in nome della “democrazia culturale”.

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