La filantropia diffusa genera un rischio di “concentrazione” delle donazioni. Se la concorrenza tra associazioni è un fattore positivo, il rischio è che i fondi finiscano a un piccolo gruppo di grandi player, con i piccoli destinati a ricevere esclusivamente il “riparto” per esubero. Ma c’è un modo per favorire una distribuzione sul territorio, spiega Stefano Monti, partner Monti&Taft

A seguito del recente DPCM del 16 aprile, che ha colmato le ultime lacune, nel 2021, i contribuenti italiani, in sede di dichiarazione dei redditi, potranno decidere di destinare il proprio 2 per mille alle associazioni culturali, sulla base di quanto era già stato realizzato nell’anno 2016. A differenza dei fratelli maggiori (5 e 8 per mille), il contributo del 2 per mille è su base volontaria, e può riguardare una tra le associazioni culturali iscritte ad un apposito registro.

Le aspettative, da parte del mondo del terzo settore culturale, sono naturalmente molto alte, soprattutto se si tiene conto della congiuntura sociale ed economica che il nostro Paese ha vissuto nell’ultimo anno e che influenza ancora il nostro quotidiano. Non è difficile dunque immaginare che le donazioni del due per mille possano rappresentare per molte organizzazioni una allettante Fata Morgana, ma limitarsi ad interpretare questo meccanismo esclusivamente come uno strumento in grado di distribuire “ristori” volontari da parte della collettività è un errore che potrebbe limitare di molto le potenzialità di questo strumento, riducendone la portata e la significatività. Al contrario, affrontato con consapevolezza diffusa e condivisa, gli effetti di questo strumento possono essere notevolmente più “impattanti” di quanto si possa immaginare.

In primo luogo, esso infatti genera, tra le associazioni culturali, concorrenza. Non si tratta, tuttavia, di una concorrenza qualsiasi, perché affinché il 2 per mille generi risultati evidenti bisognerà superare due scogli: essendo infatti una donazione volontaria, tutte le associazioni dovranno cooperare per far sì che i contribuenti decidano, in un momento delicato anche per loro, di donare alla cultura. Quindi sarà necessario in primo luogo “sensibilizzare” i cittadini e poi “convincere” i cittadini a donare per la propria organizzazione. Qui si innesta il secondo punto degno di riflessione: nei sistemi concorrenziali, infatti, sono numerosi i fattori che determinano “la vittoria” di un operatore sugli altri “competitor”. Tali elementi, nei fatti, coprono l’intera vita aziendale: dal brand alla comunicazione, dalla qualità dei prodotti al prezzo al pubblico, dai canali di distribuzione ai sistemi di assistenza clienti e via dicendo.

Tali elementi, sebbene in diversa misura, sono tutti presenti anche nel mondo delle organizzazioni culturali, ai quali si aggiungono altresì altri valori: creazione di un rapporto con la cittadinanza, capacità di incrementare la qualità della vita di un dato territorio, capacità di valorizzare il patrimonio culturale o di valorizzare e stimolare la produzione di nuovi contenuti e nuove competenze.

Affinché il 2 per mille possa essere realmente uno strumento utile, è su questi ultimi, più che tra i primi, che la concorrenza tra organizzazioni dovrà principalmente fondarsi. La logica del brand è infatti di tipo oligopolistico: se le associazioni culturali di una città di medio-piccole dimensioni avvieranno la propria “campagna 2 per mille” facendo leva sulla propria popolarità, andranno semplicemente a dare man forte alle associazioni più grandi a livello nazionali, che potranno contare su maggiori capacità di investimento in comunicazione (brand) su maggiori canali distributivi (connessioni) e su eventi flagship sicuramente fuori dalla portata delle piccole organizzazioni, il cui lavoro è tuttavia estremamente importante per il nostro territorio.

E questo è il terzo punto che vale la pena affrontare con maggior dettaglio: sviluppando una campagna che punti principalmente al coinvolgimento del proprio territorio, le organizzazioni del terzo settore avvieranno un processo che creerà un duplice valore: da un lato potranno stimolare il flusso di donazioni alla propria organizzazione, dall’altro, andranno a creare una base di rapporti con i cittadini, tema che spesso è posto a fondamento statutario delle organizzazioni stesse.

Con l’introduzione del due per mille, e con la previsione che tale introduzione rimanga stabile nel tempo, le associazioni sono “naturalmente” spinte ad avviare una campagna che “duri tutto l’anno”: non sarà sufficiente, infatti, mettere qualche manifesto per convincere un soggetto a donare, sarà importante coinvolgerlo nelle fasi successive, interagire, invitare, e, soprattutto, mostrarsi affidabili.

Quest’ultimo, infine, è forse il punto più interessante, e che mostra una valenza crescente nel tempo: perché un’organizzazione possa ritenersi affidabile è necessario che sviluppi un impatto concreto, e che sappia “dare conto” di come ha investito i fondi che negli anni ha ricevuto dai cittadini, non limitandosi a “rendicontare” le note spese, ma coinvolgendo i cittadini, al fine di spronarli a vivere con più intensità la vita associativa, magari non limitandosi all’atto della donazione una volta l’anno, ma integrandoli sempre più nelle attività che l’organizzazione realizza.

Non si tratta quindi (o soltanto) di soldi: quello del 2 per mille è un meccanismo che potrebbe spronare le associazioni culturali ad essere più “inclusive”, a poter avviare una logica di progetto basata su “programmazione – investimenti – rendicontazione”, a poter definire un elemento di “bilancio sociale” e di “narrazione degli impatti”, che possano favorire l’emersione di un circolo virtuoso in base al quale dalla donazione (si veda, al riguardo, il cosiddetto effetto Benjamin Franklin), si possa poi avviare un rapporto sempre più intenso ed integrato con la comunità e con il territorio di riferimento, che a loro volta, potranno portare ad una crescita dell’associazione, ma anche degli stessi cittadini e dei territori, e abituare le persone, e le stesse organizzazioni, ad adottare una logica di “impatto”, così da definire le proprie scelte non tanto, e non solo, sulla base di “processi mentali più rapidi” (logo, brand, conoscenza pregressa, ecc.) ma sulla base di ponderazione degli effetti attesi dalla propria donazione.

Sarebbe, questo, un caso di grande interesse per lo sviluppo non solo del due per mille, ma anche dei fratelli maggiori, a cominciare, e forse è anche inutile sottolinearlo, dalla rendicontazione dell’8 per mille allo Stato, soprattutto perché in quel caso più che di una donazione si tratta di un versamento obbligatorio.

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