La LIA al centro delle dinamiche libiche. Il fondo di investimento sovrano è un tesoro, su cui in molti allungano gli occhi in questa fase di stabilizzazione. Turchia e Regno Unito cercano spazi

Con la necessità di riaprire i rubinetti economici per lanciare lo sviluppo del Paese, il nuovo premier libico ad interim, Abdelhamid Dabaiba, vede materializzarsi davanti a sé una partita complessa che ruota attorno alle dinamiche parlamentari per l’approvazione del bilancio (il primo unificato tra Tripolitania e Cirenaica degli ultimi dieci anni), le questioni di governance dei grandi istituti finanziari (come la Central Bank of Libya), lo sblocco di un tesoro di asset congelati contenuti all’interno del fondo di investimento LIA.

Attorno a questi processi si muovono interessi esterni, con una preoccupante similitudine a quanto si è visto muoversi sul campo – dove player internazionali hanno usato lo scontro intra-libico per portare avanti interessi per procura manu militari.

Centrando l’attenzione sulla LIA, fondo creato nel 2006 per capitalizzare in investimenti le ricchezze ottenute dai proventi sul petrolio, è possibile osservare due generi di dinamiche in corso. La prima riguarda il Regno Unito, ed è piuttosto interessante perché l’atteggiamento sulla Libia di Londra non appare così centrale – e invece. Partner della colazione militare durante l’intervento del 2011, gli inglesi si sono poi apparentemente eclissati – quasi a segnare un calo di attenzione alle dinamiche del Mediterraneo (di cui la Libia è punto caldo da anni).

Sono rimasti fuori dai giochi delle attività militari, sebbene hanno mantenuto una presenza sul terreno con alcune forze speciali che – schierate a Misurata – hanno dato supporto all’operazione per disarticolare le forze baghdadiste dello Stato islamico di Sirte. Recentemente Londra si è riattivata, soprattutto sul piano diplomatico. Il ministro della Difesa, Ben Wallace, ha per esempio usato un linguaggio severo contro le attività russe – che con i contractor del Wagner Group sono considerate il principale rischio per il percorso di stabilizzazione.

L’ambasciata (che opera da fuori il Paese) è piuttosto attiva in contatti e missioni diplomatiche, orientati al soft power. In occasione della morte del Principe Filippo è stato raccontato il suo rapporto con il re Idris, per continuare con gli esempi, mentre l’ambasciatore Ben Simpson incontra artisti e attivisti, visita scuole e vede membri del nuovo esecutivo. Contemporaneamente, il Foreign Office porta avanti iniziative proprie con la LIA.

Un presidio di asset socio-economici che risulta anche in certe analisi, ricche di informazioni, approfondimenti e interviste, prodotte da istituti come la Catham House (“Libia, investire nella ricchezza di una nazione” è il titolo di un lavoro egregio firmato da Tim Eaton per CH).

La LIA da par suo segue un percorso parallelo: si muove all’interno dell’International Forum of Sovereign Wealth Fund, associazione internazionale ufficiale dei fondi sovrani che propugna i “Santiago Principles” – un codice di disciplina volto a fissare requisiti di trasparenza, buona governance e accountability, nonché ad assicurare che gli investimenti vengano effettuati unicamente sulla base di valutazioni di rischio/ritorno economico/finanziario. E allo stesso tempo accetta l’assistenza del Foreign Office come rampa di (s)lancio per ri-proiettarsi a livello internazionale.

Un compito che però anche la Turchia intende intestarsi – è questo il secondo genere di dinamiche attorno al tesoro libico. La visita a Istanbul del nuovo governo Dabaiba è stato spettacolarizzato dai picchetti di onore e da tappeti rossi per inviare un messaggio: Ankara, che ha difeso il precedente governo Onu da una guerra che intendeva rovesciarlo, ha accettato un impegno e un coinvolgimento che nessun altro paese occidentale in quel momento era capace di intraprendere, e per questo chiede i propri dividendi.

Se c’è la ricostruzione, con tutti i contratti potenziali e riattivabili, poi c’è anche il piano finanziario. Un tesoro interessante per un paese che proietta una potenza ben superiore alla proprie capacità economiche. I turchi vogliono essere della partita, anche (o soprattutto) dicendo la propria all’interno della governance di strutture come la LIA (o come la Banca Centrale e le varie controllate dallo Stato, per prima la petrolifera Noc), perché dalle nomine passano gli indirizzi e si veicolano gli interessi.

Il rivaleggiare di Regno Unito e Turchia in quelle regioni di mondo è questione storica. Qualcosa si sta riaccendendo sulla Libia? La fase di stabilizzazione nominale avviata ha una serie di questioni ancora aperte e se Ankara ha ascendente su molti player libici. Mentre molte delle cause legali che coinvolgono la LIA sono radicate presso corti londinesi, Londra ha in mano un’altra carta pesante.

Per la riattivazione delle funzionalità della LIA (dunque di gran parte della finanza sovrana libica) serve l’abolizione o la mitigazione delle sanzioni Onu che ne hanno congelato gli asset. Da notare: potrebbero esserci più di una dozzina di miliardi di dollari fermi nei conti del fondo libico, perché a causa delle misure restrittive non ha potuto effettuare investimenti dopo il 2011.

E gli inglesi hanno un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che avrà il compito di togliere quelle sanzioni – non è chiaro se già al governo Dabaiba, o se all’esecutivo che dopo le elezioni di dicembre riuscirà a consolidare la stabilizzazione del paese.

Intanto si pensa a soluzioni funzionali, perché il percorso potrebbe essere graduale. In discussione c’è la possibilità di affidare la riattivazione dei fondi congelati, almeno per la liquidità presente (che ha rendimento zero o negativo) affidando la gestione a uno o più trustee. La partita in corso è anche sul chi potrebbe essere quel tutore che avrà in mano un portafoglio ricco, in cui sono contenuti investimenti (e interessi) di dozzine di paesi – e tra questi c’è anche l’Italia.

(Foto: Twitter, @LibyanAuthority, un incontro tra la LIA e il Foreign Office a fine 2020)

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