Esce in questi giorni il libro di Luigi Tivelli “Dalla Brutte Époque al Governo Draghi, Le prospettive del Recovery Plan”, edito da Rubbettino, di cui pubblichiamo un’anticipazione in esclusiva

Mi scuso con i lettori se ho ritenuto di dedicare buona parte dell’Introduzione a dati e cifre che per alcuni possono sembrare ostiche o noiose. Ma il fatto è che ho notato nel corso di tutto il 2020 scarsa attenzione e scarsa consapevolezza sia da parte delle forze e degli uomini di governo sia – devo dire – da parte dell’opposizione del tunnel economico e sociale in cui una risposta di corto respiro e priva di visione alla crisi del Covid-19 sta infilando il Paese.

Lo testimoniano non solo le successioni dei decreti con i bonus, le regalie e le agevolazioni a pioggia, ma anche il modo raffazzonato, dilatorio, fatto di stop and go e la scarsa consapevolezza della rilevanza storica dell’impresa, con cui il governo, come emerge dai capitoli del libro, ha approcciato la preparazione e la stesura del Piano italiano Next Generation Eu. La notte del 13 gennaio, finalmente, dopo un percorso a ostacoli molto faticoso, il Consiglio dei ministri ha approvato, con l’astensione di Italia Viva il documento di Recovery Plan da trasmetere al Parlamento.

«Costruire un’Unione europea per le prossime generazioni. È questo il compito storico per cui siamo chiamati. Per essere protagonisti, e non comprimari, della storia di questo secolo». È questa la frase di apertura del documento ufficiale, Piano nazionale di ripresa e resilienza – Next Generation Eu Italia varato dal Consiglio dei ministri. Nel frattempo Matteo Renzi apriva sostanzialmente la crisi di governo per conto del suo partito, dopo aver posto tra le altre anche la questione dell’inadeguatezza del Recovery Plan.

Va rilevato che la prima volta che l’approvazione del Recovery Plan era stata posta all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri era stata il 7 dicembre, senza esito alcuno. Il fatto è che le varie bozze del testo venivano sostanzialmente lavorate e preparate in tutta riservatezza a Palazzo Chigi, che con il Governo Conte II, come argomento nel primo capitolo del libro, è diventato la centrale di tutti i poteri dell’esecutivo, compresi quelli per i quali non dispone delle giuste competenze.

Infatti, non a caso si è giunti finalmente a un testo di Piano nazionale di ripresa e resilienza un po’ più equilibrato ed efficace e un po’ più in linea con gli orientamenti e i parametri fissati da Bruxelles solo dopo una fase di trattativa (anche in risposta alle dure richieste di Matteo Renzi) svoltasi presso gli uffici del Ministro dell’Economia (una sede più propria), che è stato coadiuvato dal Ministro per gli Affari europei e dal Ministro per la Coesione territoriale.

(…)

Guarda caso però, nel testo licenziato dal Consiglio dei ministri, ancora una volta non si scioglie la vexata quaestio del quadro di comando, della governance del Piano, su cui mi intrattengo all’interno del libro. Questo punto richiama un tema istituzionale e amministrativo che è stato una sorta di colonna sonora di tutta l’azione di governo del 2020: quello che ho già richiamato delle vere stanze del potere. Il premier Giuseppe Conte, che come scrivo all’interno ha rilevato una certa tendenza ad accentrare il più possibile i poteri a Palazzo Chigi, aveva costruito anche una strana “piramide” mista politico-tecnica per rigovernare da Palazzo Chigi il Recovery Fund.

È stato questo fra l’altro il primo punto di attacco della disfida promossa da Matteo Renzi contro di lui sin dal 9 dicembre 2020, l’unico su cui l’ex premier fiorentino ha trovato appoggi anche ufficiali da parte di varie altre forze della maggioranza. Il fatto è che «l’avvocato del popolo», tra la lunga sequenza di Dpcm soprattutto nella prima fase emanati in piena solitudine e al di fuori di qualsiasi forma di informazione o controllo da parte del Parlamento, la lunga sequenza di golden power poste a tutela del rischio di acquisizione da parte di soggetti esteri di un numero enorme di società quotate, la sempre più accelerata e progressiva estensione della mano pubblica nell’economia (tutti fattori per i quali la sua prima sponda di riferimento era il Movimento cinque stelle), ha accumulato una somma di poteri concreti che forse nessun Presidente del Consiglio, neanche Alcide De Gasperi, ha avuto prima di lui.

Tutto ciò è potuto avvenire perché vari di questi poteri trovavano giustificazione come risposta alle emergenze della crisi del Covid-19 e perché lo stesso premier Conte, visto che quando i cittadini sono oppressi dalla paura si stringono intorno ai poteri costituiti, in certe fasi ha goduto di indici di gradimento che addirittura superavano il 60 per cento per poi scendere verso il 50 per cento verso la fine del 2020 (…). Nessuno ha il coraggio di dire ai cittadini che non si può proseguire a vivere di sussidi statali senza generare reddito, o che è mera illusione credere di difendere l’occupazione finanziando con i soldi dei contribuenti aziende senza futuro.

Eppure, se le classi di governo e le classi politiche si assumessero le responsabilità a essi proprie sarebbe possibile recuperare quel senso di cittadinanza e quello spirito migliore che gli italiani da nord a sud avevano dimostrato nei duri mesi del duro lockdown in cui stavano reclusi nella prima fase della pandemia. Per quanto riguarda il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) è il caso finalmente di scegliere una governance e un quadro di comando che consenta un’attuazione ordinata e concreta dei progetti e un funzionamento efficace delle stazioni appaltanti, anche perché, com’è scritto nel libro e come ha fatto intendere una personalità dell’autorevolezza e dalla sobrietà del commissario europeo Gentiloni, la Commissione europea ne seguirà semestre dopo semestre l’attuazione e, se non ci atterremo alle regole previste, i fondi potranno non esserci rimborsati.

Per questo mi ha stupito che sino al momento in cui scrivo, solo due istituzioni private, richiamate come è ben evidenziato nel libro, come Assonime e la Fondazione Ugo La Malfa si siano impegnate nei mesi passati a proporre modelli di governance e gestione del Next Generation Eu italiano. Così come un grande europeista come Romano Prodi, già presidente della Commissione dell’Unione europea è stato tra i pochissimi a pronunciarsi per una authority con le stesse finalità. Si tratta infatti di un progetto di rilevanza storica, come fu il Piano Marshall nel primo dopoguerra, di un’occasione unica per riprendere finalmente il cammino della crescita, di cui tutti gli italiani devono essere consapevoli, anche perché se si fallisce in questa occasione ci può essere il rischio del default del debito pubblico.

Si tratta infatti di un progetto di rilevanza storica, di un’occasione unica per riprendere finalmente il cammino della crescita, di cui tutti gli italiani devono essere consapevoli, anche perché se si fallisce in questa occasione ci può essere il rischio del default del debito pubblico. Quanto alla migliore soluzione per il governo, mi ero trovato pienamente d’accordo con Silvio Berlusconi che nell’ultima fase ha assunto un po’ i panni, come argomento nel libro, da “uomo di Stato”, e che, in una lunga intervista al «Corriere della Sera» del 31 gennaio, aveva rilevato: «Ho detto e ripetuto che l’Italia in questo momento drammatico avrebbe bisogno di un governo di alto profilo, con tutte le forze migliori del Paese, mettendo da parte i conflitti degli interessi di parte […] di fronte all’aggravarsi dell’emergenza sanitaria ed economica».

Guarda caso, in quei giorni era in corso il lungo incarico esplorativo affidato dal Presidente della Repubblica al presidente della Camera Fico come estremo tentativo per valutare la possibilità, alla luce della dura posizione critica assunta da Renzi, di un Governo Conte ter (…).

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