Carlo Verdone durante il lockdown dello scorso anno ha ritrovato un prezioso scatolone che ha ispirato il suo terzo romanzo, La carezza della memoria, (Bompiani). In questa intervista concessa al critico letterario Eusebio Ciccotti per Formiche.net, il regista e attore racconta parti di vita di un percorso emozionante: la sua famiglia, il lavoro, le passioni e la capacità di riconoscenza in un mondo sempre più complicato

Nel volume “La carezza della memoria” (Bompiani, 2021), suo terzo libro di prosa, Carlo Verdone ci porta dentro un lungo flashback della sua vita. Formiche.net lo ha incontrato via telefono, in una lunga intervista, in periodo di zona rossa.

Nel suo bel libro, La carezza della memoria (2021, Bompiani) lei ha ripercorso la sua vita come montando dei flashback, quelli e non altri…  Come mai ha deciso di tradurli in “cinema scritto?”

Credevo di aver raccontato tutto della mia vita nei miei libri precedenti, Fatti coatti e La casa sopra i portici. La scoperta di uno scatolone, sigillato dal 2013, nei primi giorni di lockdown è diventato un compagno inatteso. Lo scatolone mi è caduto in terra per il peso e sono uscite fuori foto in bianco e nero, polaroid di altri tempi, altra a colori più recenti, biglietti, appunti di vecchi sketch, uno scritto di mio padre, un’agendina telefonica degli anni ’70. Ogni oggetto, ogni fotografia, rimandava a una storia che avevo dimenticato. Mi sono detto: questi piccoli oggetti forse vanno raccontati perché hanno una storia. Magari in un ultimo libro autobiografico, a completare un ideale trittico memoriale della mia vita. Erano tracce che avevano fermato il tempo. Trovavo che ora andavano fissate nella scrittura, perché la memoria prima o poi se ne andrà, o me ne andrò io. Quelle tracce hanno riattivato la memoria con una certa vividezza ma anche delicatamente. Il libro vuole essere una carezza della memoria. Esce il ritratto di una famiglia che ha dialogato, viaggiato e di un padre quale io sono stato. Che si è molto impegnato per i propri cari, magari non perfetto nella presenza quotidiana quando ero giovane, costretto a lavorare molte ore. Ma col tempo mi sono migliorato. Ho difetti di carattere, mi auguro semplicemente di essere stato un buon genitore. Questo percorso della memoria è una sorta di pacata confessione che si è costruita da sola, da quelle tracce conservate in modo confuso in uno scatolone di cartone. Quello scatolone.

Tra i suoi ricordi vi è quello di una ragazza speciale, bella e sensibile, destinata a vivere la sua gioventù ai lati della società perché sfortunata. Una dolcissima “Maddalena” che entrò in punta di piedi nel suo cuore di ragazzo. Pensa che anche oggi vi siano queste discrete “Maddalene” pronte a rinunciare alla propria felicità, a farsi da parte?

Forse sì, forse esistono. Anche se il mondo che stiamo vivendo è più cattivo. Oggi c’è di mezzo una crudeltà assoluta; c’è la droga, la cocaina, più dei decenni passati, e ciò peggiora la situazione esistenziale di molti giovani. Vi sono dei ricatti spietati; oggi queste ragazze sono in pratica catturate in questo modo dai loro Paesi di origine con l’illusione di ben altri lavori. Forse accettano inizialmente senza sapere dove porta il ricatto e finiscono in una difficile situazione esistenziale. Certo anche oggi vi possono essere ragazze come Maria F. Ma avere un approccio con loro è molto pericoloso. Quando io conobbi Maria F. queste ragazze erano negli appartamenti e loro stesse accettavano quel lavoro.  L’ambiente era un po’ felliniano. Ma Maria F. non aveva nulla di volgare. Aveva un viso da ragazza normale, pieno di poesia. Non poteva far quel mestiere! Mi colpì questa sua purezza. Era bella e piena di ironia e malinconia. Con una palpebra leggermente abbassata dovuta a un incidente. Maria F. lo faceva per mantenere la figlia. Aveva una situazione in famiglia molto difficile. Il mio amico, colui che mi portò in quella casa, andò con quella più appariscente e matura, io rimasi a parlare con Maria F. Mi colpì la sua riservatezza e intelligenza. Aveva un volto a metà tra Juliette Gréco e Françoise Hardy. Non cercai di redimerla, non mi venne mai in mente una cosa del genere. Ero felice dello stupore che vedevo nei suoi occhi quando la portai in lambretta a farle conoscere Roma. Una città che per lei era un appartamento chiuso, con facce brutte di clienti, oltre al breve tragitto Stazione Termini-via Panisperna. Quella fotografia, da lei scattata, sul mio terrazzo, mi ha riattivato un fotogramma del mio passato. Una storia meritevole di esser raccontata nel libro. Quella di un amore impossibile. Una piccola storia, se si vuole crepuscolare, ma colma di poesia. Potrebbe diventare un film. Ampliandola. Mi chiedevo come poteva una ragazza così bella fare quel mestiere. Poi non ci siamo più rivisti. Non ci siamo cercati. Nel non rivederla ci stetti male. Anche se nel libro accenno a un finale molto bello. Una storia che avevo completamente rimosso.

Racconta di due incontri con persone anziane e malate. Che la cercarono, per dirle come il suo cinema fosse “lenitivo”… Cos’è per lei la vecchiaia e la malattia?

La vecchiaia purtroppo, volenti o no, è una forma di malattia. Però nella vecchiaia ci sono piccole gioie. La vecchiaia è come arrivare in un porto; non ci sono più venti e procelle. Non più agitazioni. Hai la possibilità di diventare un punto di riferimento. Ci riesci però se hai vissuto pienamente cercando di capire la vita. Un riferimento per i giovani, una scatola di memoria importante per loro. Purtroppo gli anziani nella nostra società sono lasciati da parte. Si veda quello che hanno passato con il Covid-19.

Nel volume, vi sono storie di grande umorismo. Come quella dello sbruffone di rione, di quelli che frequentavano i bar, gareggiavano con i punteggi dei flipper e le sparavano grosse… Oggi dove sono? È azzardato pensare che qualche erede di questa genealogia, con variante darwiniana, sia finita in rete o in tv, o nelle radio, a pontificare su tutto? Con, ovviamente, una laurea presa on line?

In queste bische popolari certo c’erano tipi dediti al riciclaggio, alla pianificazione dei furtarelli, al gioco d’azzardo. Il flipper e il biliardo però portavano anche personaggi più innocui, come lo sbruffone che raccontava vanterie con le donne e argomenti simili. Si vantavano delle prestazioni d’amore. In fondo erano innocui, io ne ho preso uno e l’ho raccontato in un mio film (Troppo forte). Erano attori da strada inconsapevoli. Non si vantavano per egocentrismo ma ostentavano mitomania e megalomania comica. Oggi, sì, può capitare che un tipo che ostenti supposte qualità comunicative e pseudo intellettuali finisca in un programma televisivo. Rispetto a quegli anni che ho raccontato va detto che oggi non ci sono più le bische. Oggi hai quei centri verso il raccordo anulare di Roma con le slot machine, dove ognuno è chiuso in se stesso buttando soldi nel gioco o ci va per fare cose poco corrette. Il confine tra azioni illecite, cocaina e altro è labile.

Denso di affetto e di irresistibile humour il ricordo di suo padre Mario, alla guida della Fiat 1100, nell’era del boom… Cosa le ha lasciato questo padre, grande studioso dello spettacolo e fine poeta e scrittore, dal cuore gentile? C’è qualche “frame” di suo padre che le torna in mente di frequente?

Quando vedo un uomo con il cappello, un cappotto, una sciarpa e dal passo rapido mi viene in mente mio padre Mario. Non l’ho mai visto andare piano.

Lui camminava correndo. Aveva un passo celere, sino agli ultimi anni di vita. Io cerco di capire il carattere di qualcuno da come cammina. Mio padre era sempre attivo, curioso, leggeva molto e scriveva continuamente di saggistica. In tutti i settori dello spettacolo. Negli ultimi anni era tornato agli amori giovanili, alla letteratura. Aveva intensificato la scrittura di testi creativi, in prosa e in poesia. La magnanimità è un breve testo inedito, emerso dallo scatolone. Ho voluto inserirlo nel volume per fargli un omaggio. Mio padre ha sempre voluto pubblicare con piccole case editrici, i suoi erano testi universitari o di prosa e poesia, di teatro. Non ci teneva a essere “popolare”. Ora mi fa piacere che un suo breve scritto, per me profondo e pieno di poesia, sia letto da migliaia di persone. Penso che egli si meriti questo mio omaggio. È stato un grande educatore e un grande “allenatore”: ha allenato, noi figli, ma anche molti studenti, credo, ad amare il bello. Sia lui che mai madre sono stati educatori. Ma si insegna non solo con le parole, soprattutto con la vita. Loro hanno insegnato a noi figli anche tramite il silenzio. Ricordo dei sabati pomeriggio in cui in casa c’era un silenzio formativo. Mio padre, nel suo studio, che scriveva i suoi libri. Mia madre, in un altro studio, che correggeva i compiti dei suoi allievi. Questo silenzio armonioso, costruttivo, mi era da esempio e contribuiva a farmi crescere serenamente.

Credo che la “sua fortuna pedagogico-educativa” sia stata quella di avere due genitori complementari. Dopo la doppia laurea in Lettere e al Centro sperimentale di Cinematografia, a 26 anni, suo padre Mario, che ben conosceva la difficoltà di sfondare nello spettacolo, le consigliava la carriera di docente; meno rischiosa. Sua madre, Rossana, docente, intuendo il suo talento di attore, la spinge nella direzione giusta. Può ricordarci il ruolo di sua madre Rossana nella sua vita e, soprattutto, nella sua crescita affettiva e culturale?

Mia madre è quella che mi ha capito di più. Avevamo lo stesso carattere, la stessa sensibilità. Eravamo un’unica anima. Ci capivamo al volo. Inoltre aveva una sottile ironia nella lettura del mondo. Quel sense of humour che ha fatto poi breccia dentro di me. Le sue attente osservazioni sui tipi e i personaggi del rione mi facevano riflettere sin da bambino e ragazzo. Sicuramente, quel suo sguardo attento sulla realtà di una città ricca di suggestioni come Roma ha stimolato la mia curiosità e sviluppato il mio senso dell’osservazione. Probabilmente la prima “fan” è stata mia madre ma anche una guida nella prassi della lettura del mondo. Sul piano teorico mio padre. Una calibrata complementarietà. Mia madre invitava gli intellettuali a casa, mio padre dopo una giornata di studi e scrittura si sarebbe coricato alla 21.45. Mia madre lo costringeva a curare il “salotto letterario”, chiamiamolo pure così. Dove poi, entrambi, erano a loro agio con gli ospiti, divenendo registi della serata. E io che osservavo nascosto, da dietro qualche porta…

Nel suo libro ricorda con molto affetto sua moglie Gianna e i suoi due figli, Giulia e Paolo, entrambi realizzati nelle rispettive professioni. Quando le hanno detto che non erano interessati a lavorare nel cinema, come l’ha presa lei?

Benissimo. Con grande sollievo. Perché il cinema è precario. Impegna molto, occorre talento, tanta salute, molto tempo, fatica e senza un pizzico di fortuna non si va avanti. E poi una grande sensibilità nell’estetica cinematografica. Che va coltivata sin da subito. Loro sono stati attratti da altre passioni durante la loro adolescenza e gioventù. Poi, dopo, sono arrivati allo studio della storia critica del cinema, anche grazie ai libri del loro nonno; ora hanno entrambi un forte cultura cinematografica. Ma per essere autore bisogna avere anche una predisposizione e un particolare interesse. Ora, sia Giulia (che per anni ha lavorato nella promozione cinematografica) che Paolo, pur seguendo ancora il cinema da vicino, hanno trovato le loro rispettive realizzazioni professionali. Giulia nel campo della dietologia, Paolo, come esperto di politica culturale, nel settore delle istituzioni.

Ricorda anche diversi amici attori e autori di teatro e cinema, verso i quali mostra ammirazione e affetto professionale (penso a Carlo Campanini, del quale accenna alla sua devozione verso Padre Pio) a confermare che nel mondo dello spettacolo, al li là di gelosie e invidie, si possono coltivare amicizie sincere…

Ho sempre avuto riconoscenza verso coloro che mi hanno aiutato in questo difficile lavoro. Soprattutto nei momenti delicati che tutti gli autori e artisti attraversano nella propria vita. Nel libro sono grato a molti attori e autori. Da Alberto Sordi, a Massimo Troisi a Umberto Smaila ed altri. Senza l’aiuto di questi amici non ce l’avrei potuta fare. Ritengo che la riconoscenza, che purtroppo nel nostro ambiente è poco praticata, sia l’anima del nostro lavoro. Credo di non esser stato mai geloso di alcuno. Se un attore o autore è più bravo di me, se ha incassato più di me, sono contento per lui. Significa che il pubblico lo ha premiato. E lo merita. Sono sincero, Mi è stato insegnato, sin da bambino, di imparare dai più bravi.

Un accenno allo stile del libro. In questo catturante “diario dell’anima” vi sono passaggi di fine poesia, sia nel ritrarre persone che paesaggi, precise pennellate che vanno, a mio avviso, da Giovanni Verga, passando per Carlo Emilio Gadda, sino a Goffredo Parise. Penso alla Maria F., allo storico e critico del teatro praghese Zdeněk Digrin, alla colorata Roma autunnale vista dal Gianicolo, alla Praga post ’68, grigia, non solo di carbone; ai diversi volti di Torino che a fatica diluisce la nebbia invernale; o alla Piazza del Campo di Siena, improvvisamente vestita di neve, alle due di notte… Sembrano scatti alla Henri Cartier-Bresson tradotti in letteratura. Chi sono i letterati italiani che più l’hanno influenzata nella composizione della prosa?

Il ricordo di Digrin è qualcosa che mi è rimasto dentro. L’umiltà dello studioso appartato, e la violenza dei regimi che soffocano la creatività. L’arte senza democrazia non può vivere. Ogni volta che arrivo in una città la osservo con attenzione. Le città parlano, sono attrici. Sul mio stile sta a voi critici dare interpretazioni. Lei cita grandi scrittori, io mi sto accostando ora alla scrittura. Il mio narrare letterario, ovviamente, non ha raggiunto la perfezione. Nella mia formazione di giovane studente di lettere ho approfondito alcuni autori. Mi colpirono, per esempio, Federigo Tozzi e Alberto Moravia, i quali mi hanno mostrato come descrivere debolezze, fragilità, malinconie. Per la letteratura straniera rileggo con piacere Guy de Maupassant e Anton Čechov. Maestri del racconto breve. Mi sono sempre piaciuti coloro che sanno raccontare storie apparentemente minime, ma ricche di risvolti. Per una visione disincantata del mondo, nei classici, il mio maestro, l’ho ricordato più volte, è Seneca.

Cosa direbbe agli adolescenti e ai giovani universitari che attraversano un periodo storico, esistenzialmente delicato, tra Dad scolastica e tesi di laurea discusse da casa via web?

Mi rendo conto che i giovani ora sono sconsolati. Ma debbo dire che anche nei periodi più bui della Storia ne siamo sempre usciti fuori. Quello che mi dispiace che i giovani abbiano perso un anno e più. Purtroppo la colpa non è di nessuno. Il mio consiglio è: studiate non solo per la scuola, ma anche per la vita. Dico loro: se avete una passione coltivatela! Un giorno questa passione vi accompagnerà per sempre. E non sarete soli.

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