Complice l’ondata di sofferenze i principali istituti del Dragone stanno risanando i libri contabili, facendo emergere svalutazioni e rettifiche sui crediti rimaste nell’ombra. Almeno fino ad ora

Pulire i bilanci può essere un’operazione saggia, se l’obiettivo è quello di risanare le finanze di una banca. In Cina però tutto questo può produrre degli effetti collaterali indesiderati. Che gli istituti di credito cinesi siano alle prese con un’ondata di sofferenze e con un debito che rischia di mandare a gambe all’aria l’intero sistema finanziario non è certo un mistero. Per questo da diverso tempo, i maggiori istituti del Paese stanno mettendo in atto massicce campagne di pulizia dei conti, sgravandoli dai crediti problematici, c’è dalla dubbia esigibilità. Tutto per tenere in piedi le banche, affinché non vengano travolte dalle passività o peggio dalle svalutazioni dei crediti, che erodono ogni forma di margine.

Se non fosse che proprio tale operazione ha portato alla luce alcune operazioni finora rimaste pressoché nascoste tra le pieghe dei bilanci: miliardi di svalutazioni e rettifiche sui crediti vantati, con la conseguente perdita di valore per gli stessi. Ad accorgersi di quanto sta accadendo presso gli istituti del Dragone è stata Bloomberg, che ha acceso un faro sulle banche cinesi e i loro conti. Tutto, nei giorni in cui si consuma l’attacco frontale del governo centrale ai colossi del fintech.

Ebbene, nell’ultimo anno, gli istituti di credito della Repubblica Popolare hanno cancellato grosse quantità di prestiti in sofferenza – circa 3mila miliardi di yuan (463 miliardi di dollari). Uno sforzo encomiabile. Se non fosse che alcune tra le maggiori realtà bancarie cinesi, tra cui Bank of China e Industrial and Commercial Bank of China hanno dovuto necessariamente portare alla luce le loro attività fuori bilancio, ovvero diverse dai prestiti. Per esempio, rettifiche su prodotti di gestione patrimoniale, che nella sola Industrial and Commercial Bank ammontano a 30,8 miliardi di yuan.

Svalutazioni e rettifiche insomma sembrano essere la brutta sorpresa emersa dalla banche dell’ex Celeste Impero. Ma c’è di più. E cioè quasi 8.500 miliardi di yuan  (1.300 miliardi di dollari) di beni venduti ai clienti, collateralmente ai prestiti, ad oggi tenuti fuori dai libri contabili. Le nuove norme cinesi in materia di prestiti e che dovrebbero entrare in vigore entro la fine dell’anno prevedono proprio la contabilizzazione in bilancio di questi beni. Lecito dunque aspettarsi ulteriori difficoltà finanziare per le banche, alla chiusura degli esercizi futuri. L’iscrizione a bilancio di svalutazioni, rettifiche e beni ceduti ai clienti, finora rimasti nell’ombra, peserà.

E già la situazione di partenza non è ottima. Nel primo trimestre dell’anno, le maggiori banche cinesi hanno registrato una crescita dei profitti inferiore al 3%. Per i ritmi di crescita del Dragone, rimanere al di sotto di tale soglia equivale ad una sostanziale stagnazione. La stessa Industrial and Commercial Bank of China ha registrato un aumento dell’1,46% dei profitti, e anche i suoi concorrenti minori, tra cui Bank of Communications, Agricultural Bank of China, Bank of China e China Construction Bank Corp., si sono fermati tutti sotto la fatidica soglia del 3%.

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