L’istituto di ricerca AidData svela l’arcano dietro i prestiti malsani che hanno messo in ginocchio molti governi di Paesi in via di sviluppo. Condizioni stringenti, clausole segrete, zero trasparenza e in caso di incidente diplomatico immediato rimborso. Intanto si stringe ancora la morsa sul fintech cinese…

La Cina che presta denaro al mondo per finanziare opere, infrastrutture, aziende e tecnologia, nel nome della via della Seta globale, ma nasconde un segreto dietro ogni milione concesso. E cioè condizioni stringenti ed estremamente vincolanti che nei fatti mettono fuori gioco gli altri creditori di chi contrae il prestito, che in questo modo non possono conoscere la reale esposizione del debitore nei confronti dei “muscolari” istituti cinesi. Di più. Lo stesso debitore è portato giocoforza a ristrutturare il prestito solo ed esclusivamente con entità cinesi, che in base ai contratti hanno la precedenza sugli altri.

Questa dura realtà è contenuta nel report A Rare Look into China’s Debt Contracts with Foreign Governments redatto dall’istituto di ricerca americano AidData (Washington). Il meccanismo è complesso ed è stato applicato soprattutto nei confronti di imprese e istituzioni di Paesi dal basso reddito, africani in testa (qui l’articolo di Formiche.net sullo smottamento della via della Seta cinese in Africa).

Succede questo. Qualora Pechino, attraverso una delle sue banche statali, conceda un prestito a un governo o una grande industria, una serie di vincoli legati al prestito impedisce, per esempio, ad altre istituzioni o imprese, di essere a reale conoscenza dell’indebitamento. Dunque, se un’azienda pubblica sottoscrive un prestito con l’ex Celeste Impero, per il governo locale sarà difficile intervenire in caso di ristrutturazione. In altre parole, il debitore si ritrova solo dinnanzi al creditore.

Il report ha analizzato centinaia di prestiti contratti con la China Export-Import Bank e la China Development Bank con 24 Paesi in via di sviluppo tra cui Argentina, Ecuador e Venezuela, e molti Paesi africani, tra cui l’Angola e lo Zambia. Tutti inadempienti verso le due banche cinesi. Ebbene, tutti i contratti, firmati dal 2014, contenevano clausole di riservatezza di vasta portata che rendono difficile per gli altri creditori accertare la reale posizione finanziaria.

I contratti in questione includevano clausole di cross-default, attivate cioè da qualsiasi azione considerata contraria agli interessi della Repubblica popolare cinese. Questo autorizza il prestatore, sempre Pechino, a un rimborso immediato qualora le relazioni diplomatiche di un Paese debitore con la Cina subissero dei contraccolpi. In caso di incidente diplomatico, il cappio si stringe.

Nel mentre, Pechino aumenta la presa sul fintech. E Alibaba sembra essere sempre più il simbolo di questa stretta. Dopo aver rotto il monopolio del colosso di Jack Ma, tentato la nazionalizzazione e trasformato forzosamente il braccio finanziario Ant in una holding, ora le autorità starebbero facendo pressioni perché Ma rinunci alle quote nelle società che gestiscono il quotidiano South China Morning Post e i social Weibo e Bilibili.

Di più. L’Antitrust avrebbe aperto un’indagine sul predominio del gruppo nel mercato dell’e-commerce. Alibaba è troppo grande e troppo importante perché Pechino possa decidere di annichilirla? Nel partito la pensano diversamente.

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