Nell’area di Shanghai è stato creato un nuovo hub della biomedicina. Un progetto imponente che la dice lunga sulla volontà della Cina di competere nelle scienze della vita e nella farmaceutica. Un modello e una sfida anche per l’Italia. Appunto per il ministro dello Sviluppo economico

Il mondo post-Covid non sarà più lo stesso. Quante volte è stata pronunciata questa frase? Non si tratta però di uno slogan, non per tutti. La competizione globale sul piano economico, ma anche militare e di sicurezza, non solo non si è fermata ma, se possibile, è aumentata. E il settore della farmaceutica e delle scienze della vita è diventato uno dei perni del confronto strategico fra potenze.

La Cina non nasconde la volontà di affermare il proprio primato e il suo rilancio passa proprio dal settore pharma. Non avendo i vincoli normativi e regolatori tipici dell’Occidente, il Paese del Dragone può indirizzare gli investimenti con grande rapidità. È per questo che presto sentiremo parlare della Zona dimostrativa di innovazione nazionale (Nidz) di Zhangjiang, nella nuova area di Shanghai Pudong. Qui è stato creato il Biomedicine Harbour, con un’area pianificata di 7,74 chilometri quadrati, nel distretto di Jinshan, a sud-ovest della metropoli. Questo nuovo hub ha ospitato 50 aziende di area biologica, medicina tradizionale cinese e dispositivi medici, con un fatturato annuo di 9,57 miliardi di yuan (1,23 miliardi di euro) nel 2020. Nell’area di Zhangjiang, sono ora disponibili tre zone con impianti di produzione per varie aziende biofarmaceutiche. “Lo Zhangjiang è in prima linea per l’innovazione della città”, ha detto Wu Qing, vicesindaco di Shanghai, in una conferenza tenutasi lo scorso 30 marzo e riportata da China Daily.

“Lo snodo medico di Shanghai è sede di 330 istituti di ricerca e sviluppo a livello nazionale, con nuove realtà in fase di sviluppo da parte delle migliori università nazionali, come l’Università di Tsinghua, l’Università di Zhejiang e l’Università di Shanghai Jiao Tong”, ha aggiunto Wu.

In termini di biomedicina, che costituisce una grossa fetta delle industrie principali nello Zhangjiang, la produzione annuale nell’area ha raggiunto i 110 miliardi di yuan nel 2020, pari al 78% del totale della città. L’area ha contribuito a un terzo dei nuovi farmaci di Classe 1 sviluppati a livello nazionale. Wu ha anche affermato che “saranno stanziati fino a 4 miliardi di yuan nei prossimi cinque anni per stimolare l’industrializzazione”. Un programma ambizioso che non può e non deve essere sottovalutato, come neppure stigmatizzato. Il punto è come si stanno attrezzando l’Europa e gli Stati Uniti. La debacle di Bruxelles sui vaccini e lo sforzo ancora non sufficientemente efficace di implementare politiche di reshoring sono un monito al ritardo accumulato.

In questo contesto, è evidente che l’Italia potrebbe e dovrebbe giocare – se solo volesse – un ruolo cruciale. Non si tratta infatti solo di consolidare un primato nella produzione, fondamentalmente “conto terzi”, ma di attrarre nuovi investimenti pubblici e privati per creare una sorta di Zhangjiang europea nel nostro Paese. Lo sforzo messo in campo dal governo Draghi attraverso il Mise guidato da Giancarlo Giorgetti sembra andare in questa direzione. Non c’è molto tempo però. La Cina non aspetta.

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