Il Dragone stupisce ancora il mondo, con una crescita del 18,3% nel primo trimestre, mentre il mondo lotta ancora contro la pandemia. Ma Huarong, gestore nazionale del debito, rischia di finire a gambe all’aria dopo la fuga degli investitori. Ennesima spia di finanze tutt’altro che solide…

Invincibile fuori, vulnerabile dentro. Quella cinese è una strana economia, capace di stupire il mondo ma poi, a un occhio attento, non sfuggono certe criticità del Dragone. Oggi è arrivato un dato, che a dire il vero era allineato alle attese degli analisti. Il Pil cinese del primo trimestre è balzato alla cifra record del 18,3% rispetto all’anno precedente.

A fine 2020 la crescita era stata del 6,5%, un dato che, nell’anno della pandemia, aveva stupito. Un po’ come il dato odierno, frutto della comparazione con il primo trimestre dell’anno scorso, quando la Cina era in piena pandemia e l’attività del Paese ridotta alla paralisi. Ma la sostanza è che Pechino ha rimesso l’economia sui giusti binari sostenuta dalla ripresa della domanda interna ma anche esterna e dal supporto statale alla ripartenza delle piccole e medie imprese. Agli inizi del 2020 l’economia, infatti, aveva subito una contrazione del 6,8%, la peggiore performance della storia cinese dalla metà degli anni Sessanta, ma già nel trimestre successivo aveva riguadagnato il 3,2%.

Allora tutto bene. Anzi no. Perché dietro il dato sul Pil a doppia cifra, si nasconde in realtà un Paese dalle finanze fragili e dal debito troppo pesante, al punto da spingere più volte alcuni attori del sistema finanziario cinese, banche e mattone in testa, sull’orlo del default. Proprio poche ore prima che Pechino diffondesse i numeri sul Pil nel primo trimestre, infatti, si registrava l’ennesimo fenomeno rivelatorio di una situazione dei conti pubblici non certo rassicurante. Da ricordare come il sistema bancario cinese e i governi locali siano costantemente sotto pressione a causa dell’ondata di sofferenze abbattutasi sui bilanci.

Tornando all’ultima avvisaglia, gli investitori sono letteralmente fuggiti da Huarong, il principale gestore del debito cinese, creato dal governo centrale nel 1999. La società oggi gestisce 1,7 trilioni di yuan (quasi 300 miliardi di dollari) di debito, privato e sovrano. Dentro c’è di tutto, debiti delle banche, delle grandi finanziarie, delle province e delle società immobiliari. Che cosa è successo? Semplice, il gruppo non è riuscito a pubblicare le sue stime sui risultati 2020, a causa di voci insistenti  sui possibili default sui bond emessi. Uno schema per la verità già visto, con il gigante dei chip Tsinghua.

La società, simbolo in tutto il mondo della tecnologia cinese, è finita infatti a un passo dal fallimento, dopo il mancato pagamento di un bond, emesso lo scorso autunno, del valore di 200 milioni di dollari (1,3 miliardi di yuan). Lo stesso potrebbe accadere, ha scritto il quotidiano finanziario Nikkei, con Huarong. Solo che essendo una società con tanto debito in pancia, un suo default vorrebbe dire un colpo mortale all’intera esposizione cinese.  In un comunicato, oggi l’agenzia di rating cinese Chengxin Credit ha dichiarato che taglierà l’outlook della compagnia a negativo, a causa delle preoccupazioni sul calo di profittabilità e su l’alto indebitamento. E anche Moody’s e S&P  hanno annunciato di aver messo sotto osservazione Huarong per un possibile downgrade del rating. Insomma, il Pil corre ma il debito fa paura. Alla Cina.

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