La concorrenza sui mercati interni è purtroppo una delle vittime della crisi, di cui si parla poco o niente nella strategia governativa per giungere a una crescita soddisfacente e sostenibile nel tempo. Ed è stata messa in secondo piano l’esigenza di progredire nel liberalizzare la concorrenza, considerandola come meno rilevante nella fase attuale

L’assuefazione del Paese alle restrizioni economiche per il contrasto della pandemia insieme alla politica del governo per attenuare l’impatto della crisi hanno mandato in soffitta l’esigenza di progredire nel liberalizzare la concorrenza, considerandola come meno rilevante nella fase attuale.

La nota dominante della politica economica nello scorso anno è stata quella di tenere le bocce ferme ed attendere la fine della fase esplosiva dei contagi per passare alla strategia del rilancio economico. Pertanto, sono stati disposti blocchi di molte attività del terziario, restrizioni ai trasporti, congelamento di licenziamenti, fallimenti, procedure esecutive, alcune tipologie di contratti tra privati e concessioni pubbliche, a cui si sono aggiunte varie forme di sostegno economico ad alcune categorie di imprese.

Gli aiuti nella prima fase della pandemia hanno avuto una portata generale senza particolari distinzioni tra beneficiari, mentre nelle successive fino ai giorni nostri sono divenute sempre più mirate verso i soggetti più colpiti dalla crisi in termini di crollo dei fatturati specialmente nel terziario, lasciando scoperte molte imprese che si trovano pur sempre in gravi difficoltà.

Il caso Alitalia è emblematico delle implicazioni di questa scelta selettiva, in quanto la compagnia aerea ha ricevuto grandi finanziamenti benché fosse in uno stato fallimentare ancor prima della pandemia. Altrettanto emblematico è il rinvio per l’ennesima volta del passaggio di tutti gli utenti al mercato libero dell’energia elettrica, passaggio che nella originaria liberalizzazione sarebbe dovuto avvenire nel 2018.

La logica del congelamento della concorrenza in alcuni mercati, peraltro già i meno liberalizzati, è stata sostenuta dalle stesse imprese di settore, ma quanto più a lungo si congela, tanto più traumatica sarà l’uscita da questa condizione quando si torneranno ad applicare la normativa comunitaria di limitazione delle pratiche anticoncorrenziali e la disciplina sugli aiuti di stato.

Si è quindi aperta una partita complessa in cui le imprese insistono per la riapertura delle attività e per qualche forma di protezione, la Commissione europea prefigura la fine delle varie forme di aiuto o protezione con il completamento della campagna vaccinale a fine anno, e lo Stato sembra propendere per un prolungamento di alcune restrizioni della concorrenza come il male minore, mentre si impegna ad altre riforme.

Ma può la liberalizzazione della competizione tra imprese in mercati aperti e privi di soggetti dominanti contribuire ad accelerare la crescita economica portandola oltre il ristagnare attorno all’1% annuo che si è visto dal 2001 in poi?

La risposta non è facile perché non basta richiamarsi alle conclusioni in senso positivo degli stilizzati modelli di analisi che la letteratura economica ci fornisce, ma è necessario verificare l’esistenza effettiva di quelle precondizioni che fanno della concorrenza un fattore di crescita. L’attuale governo non ne parla, né vi è eco nei dibattiti pubblici sulle misure da adottare per trasformare un probabile rimbalzo della crescita con la fine delle restrizioni in una duratura ondata di espansione sostenuta.

A riportare il tema all’attenzione sono intervenuti da ultimo i due principali soggetti responsabili della tutela della concorrenza, ovvero la Commissaria europea, M. Vestager, e l’autorità antitrust, l’Agcm, che hanno preso decise posizioni, ricevendo, tuttavia, poco ascolto nei media e nel governo. La prima afferma chiaramente che “…per uscire da una profonda crisi, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono mercati soffocati dalla morsa oppressiva di monopoli e cartelli.” ed aggiunge “Abbiamo bisogno della concorrenza per aiutarci a costruire la resilienza necessaria ad affrontare un mondo in rapida evoluzione.”

Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca la lunga Segnalazione (105 pagine) inviata recentemente dal presidente dell’Agcm all’attuale presidente del consiglio, contenente proposte di riforma pro-concorrenza. La tesi che propugna è che “…la concorrenza e le autorità antitrust possono dare un contributo prezioso alla ripresa” e afferma che “La concorrenza promuove la produttività e la creazione di posti di lavoro: induce le imprese ad essere più produttive ed innovative; favorisce una migliore allocazione delle risorse tra le attività economiche; …”.

La lista delle proposte è molto ampia, spaziando dalla riforma del codice dei contratti pubblici, alle società a partecipazione pubblica, il ricorso ai poteri sostitutivi contro l’inerzia dei poteri locali, la rimozione delle barriere attuali al commercio al dettaglio e all’uscita dal mercato delle imprese insolventi, l’eccesso di protezione dei brevetti farmaceutici, le politiche per le reti di telecomunicazione e le concessioni delle grandi infrastrutture.

L’attuazione contemporanea di tutte queste riforme, anche se avvenisse dopo l’uscita dalla pandemia, produrrebbe uno shock profondo per l’intero sistema produttivo, considerato che occorre tempo perché i soggetti economici possano adattarsi e competere nella nuova realtà e non soccombere. Tuttavia, un’introduzione graduata nell’arco di un quinquennio darebbe una forte spinta alla crescita, sempre che fosse accompagnata da agevolazioni.

La stessa Autorità ammette che accelerare la fuoriuscita delle imprese insolventi dal mercato incontrerebbe la resistenza dei lavoratori resi ridondanti e delle banche creditrici, con l’implicazione che occorrono misure complementari di accompagnamento per mitigare l’impatto.

Questa non è, peraltro, la sola precondizione per dare impulso alla concorrenza con nuove liberalizzazioni, in quanto il tema della contendibilità dei mercati è molto più intricato di quanto possa apparire in questa lunga lista di proposte. Va tenuto conto, in primo luogo, che il sistema produttivo italiano è stato molto indebolito dalla crisi, il dinamismo della creazione di nuove startup si è affievolito, mentre un crescente numero di imprese hanno abbandonato il mercato e le filiere del valore si sono accorciate.

Non si tratta di un fenomeno momentaneo perché si aggiunge a tendenze iniziate dalle precedenti crisi finanziarie e sviluppatesi in concomitanza con l’accelerazione della digitalizzazione e dell’applicazione delle tecnologie 4.0. Non è detto, quindi, che liberalizzata gran parte dell’economia, il sistema delle imprese sia in grado di cogliere le nuove opportunità di mercato, o piuttosto finisca col fare passi indietro sotto la pressione della concorrenza esterna. Certamente, l’elevato tasso di indebitamento accumulato durante la crisi rende meno agevole la copertura degli investimenti necessari per poter competere con le economie più dinamiche.

L’avanzata verso una sempre più ampia apertura del mercato interno e verso la riduzione degli aiuti alle imprese deve, inoltre, fare i conti con la verifica se i paesi concorrenti applicano lo stesso approccio. Su questo punto i dubbi si infittiscono in quanto nell’ultimo decennio si è assistito a un proliferare di misure protezionistiche sia all’interno del mercato unico, sia in particolare nei maggiori paesi extracomunitari con occulti sostegni alle imprese e barriere non-tariffarie all’import.

In queste pratiche il caso della Cina non è isolato, perché diversi paesi dell’Asia, del Medio Oriente e del continente americano applicano trattamenti simili. La crisi ha accentuato questa tendenza già in essere e non ha trovato argine nell’azione del WTO, che è stata indebolito nella sua capacità operativa. Da ultimo, l’indirizzo degli USA e di alcuni paesi europei di riportare in patria produzioni ritenute importanti per lo sviluppo nazionale ha reso sempre più sbilanciata la concorrenza sui mercati internazionali.

Bisogna nondimeno riconoscere che, anche se nell’UE si ammettesse la continuazione degli aiuti pubblici alle imprese per alcuni anni, l’Italia non potrebbe trarre gran giovamento in quanto non si trova in una situazione finanziaria talmente solida da poter competere con gli aiuti che i maggiori paesi dell’Unione sono in grado di concedere alle loro imprese.

Altro fattore di pregiudizio a una sana concorrenza è rappresentato dalle posizioni dominanti acquisite dalle grandi piattaforme digitali controllate dall’estero. Il mercato ha perduto da molti anni il suo carattere nazionale per venire inglobato nel mercato europeo e ancor più in quello delle piattaforme globali.

Queste non sono semplici veicoli per effettuare compravendite, ma veri e propri mercati integrati da servizi complementari di ricerca delle controparti, pagamento, finanziamento, vetrina dei prodotti propri, vendita e servizi post-vendita. Un mercato molto più ampio di quelli nazionali, ma non privo di discriminazioni, preferenze e poco aperti alla concorrenza di altre piattaforme.

Le disparità di contendibilità non si limitano alla concorrenza estera perché con una digitalizzazione sempre più intensa si approfondisce all’interno del nostro Paese il distacco tra aziende capaci di seguire l’avanzata delle tecnologie e quelle che tardano a farlo. La divisione più evidente si nota tra le gradi imprese avanzate e le piccole, soprattutto nel settore dei servizi, che rischiano di essere spiazzate dalle concorrenti che sfruttano al meglio gli strumenti digitali.

La dimensione globale del mercato rende più difficile la tutela della parità di condizioni all’interno del Mercato Unico quando società europee decidono di unirsi per formare imprese di dimensioni comparabili ai grandi campioni americani e cinesi.

Se la grande dimensione si è dimostrata condizione per sostenere grandi progetti di ricerca ed innovazione, e poter competere ad armi pari con i colossi dei mercati mondiali, diventa difficile giustificare il diniego dell’autorizzazione alla fusione sulla base della considerazione del conseguente rischio di una posizione dominante sul mercato europeo. Su questo fronte la politica europea di tutela della concorrenza si è dimostrata inadeguata all’evoluzione dei mercati e necessita di una ristrutturazione.

Fortunatamente la commissaria Vestager nel suo intervento si è mostrata consapevole delle tante sfaccettature del problema della parità di condizioni in un mercato globale in radicale cambiamento per l’avanzata tecnologica; di conseguenza ha assunto posizioni più bilanciate. Ha precisato che gli aiuti sono possibili nei casi in cui siano necessari ed utili, e non avvantaggiano nessuna azienda in particolare. Ha presentato una proposta di disciplina dei mercati digitali e ha anticipato una nuova proposta di norme per contrastare le politiche di aiuto dei paesi extracomunitari.

Per l’Italia, la soluzione più auspicabile consiste nel definire un programma di incremento graduale della concorrenza nei mercati interni, rimuovendo anno dopo anno le numerose barriere ancora esistenti, semplificando rapidamente le procedure autorizzative anche con l’ausilio della digitalizzazione ed eliminando progressivamente a determinate scadenze gli aiuti a vantaggio di alcune imprese ed i vincoli che irrigidiscono i costi per i fattori produttivi.

Per ottenere uno sviluppo armonico dell’economia è opportuno procedere per gradi piuttosto che con rovinosi salti riformatori, ma è necessario continuare ad avanzare secondo le scadenze predeterminate e non cedere alle resistenze.

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