Se il Movimento 5 Stelle 2.0 deve (ri)nascere dal basso, credo proprio di sì, bisogna che, ovunque possibile, Conte susciti quelle energie con un alto e forte appello alla resilienza. D’altronde, nessuna delle priorità delle 5 Stelle delle origini è scomparsa. Il commento di Gianfranco Pasquino

Arrivato al vertice del governo nel momento di maggiore effervescenza del Movimento 5 Stelle, proprio sulla cresta della sua onda politica e elettorale, Giuseppe Conte si trova oggi costretto a operare in una situazione di bassissima marea. Svolto in maniera più che soddisfacente il compito istituzionale di capo del governo, oggi è chiamato a trasformarsi in capo di un movimento politico magmatico in crisi sostanziale di numeri e di prospettive. Conte ha dimostrato di avere imparato molto come governante, ma quel molto non gli è praticamente di nessun aiuto per ricostruire un movimento, per farne, forse, ma nulla è ancora deciso, una struttura solida, presente sul territorio (e non soltanto su una piattaforma), organizzata.

Il passaggio con successo da movimento a partito è avvenuto pochissime volte nella storia (farò esempi solo a ulteriore richiesta), unicamente in condizioni di crisi di sistema ad opera di grandi leader politici, talvolta carismatici. Pur destrutturato, il sistema dei partiti italiani non è profondamente in crisi. Piuttosto, è perforabile e plasmabile, ma soltanto da chi abbia una visione profonda e di lungo periodo, che non mi pare il forte né dei dirigenti pentastellati né di Conte, certo non “carismatico” (e, mi suggeriscono di aggiungere, neanche di Rocco Casalino). Più agguerrito antagonista che potenziale collaboratore si staglia, ad ogni passaggio delicato, Davide Casaleggio. Dall’alto della sua, proprio sua, piattaforma Rousseau, può rendere difficile e, soprattutto, costosa, qualsiasi mossa di Conte. Lo sta facendo in maniera rigidissima, ideologica, senza nessun compromesso finora percepibile. Alla piattaforma Conte dovrebbe cercare di contrapporre le energie/sinergie di tutti, a cominciare dai parlamentari, quelli che credono che la rigenerazione è tanto necessaria e coerente con la visione che ha dato vita al movimento quanto desiderabile e possibile.

Lo scriverò in maniera leninista. Il Movimento 5 Stelle fu e dovrà tornare ad essere “ambiente più democrazia telematica”. Rivendicare la transizione ecologica servirebbe a riconnettersi con molti di coloro che se ne sono andati. Praticare la democrazia telematica, che merita di essere rilanciata e perfezionata il prima possibile, consentirebbe anche di andare oltre un perimetro socio-politico che si è troppo ristretto. Conte deve contrastare chi vuole o anche soltanto approva espulsioni e esclusioni, mirando, al contrario, a inclusioni e assembramenti (nuovi e buoni). Se il prezzo da pagare è il conto salato che Casaleggio presenta, lo si faccia. Ne vale la pena. Il rischio da non correre, invece, è quello della presenza di più liste delle Stelle alle elezioni amministrative di settembre/ottobre, o addirittura dell’assenza.

Se il Movimento 5 Stelle 2.0 deve (ri)nascere dal basso, credo proprio di sì, bisogna che, ovunque possibile, Conte susciti quelle energie con un alto e forte appello alla resilienza. D’altronde, nessuna delle priorità delle 5 Stelle delle origini è scomparsa. Alcuni successi: dal reddito di cittadinanza alla riduzione dei privilegi (vitalizi) e del numero di “poltrone” a disposizione della casta, possono essere credibilmente rivendicati. L’insoddisfazione degli italiani merita ancora di essere rappresentata da chi ha saputo mobilitarla. Dunque, Giuseppe Conte, hic sunt problemata, hic salta. Oppure, t’è piaciuto t’è piaciuto

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