La carenza di semiconduttori sta frenando la produzione e spingendo i prezzi in alto. Il veto del governo Draghi su Lpe dimostra l’urgenza di una strategia europea per porre fine alla dipendenza dagli altri attori globali. Un report del think tank tedesco Dgap spiega come

Elettrodomestici, autovetture, smartphone e altri dispositivi tra cui la PlayStation 5. La crisi dei semiconduttori sta frenando molte produzioni spingendo i prezzi al rialzo e i governi a tutelarsi. Basti pensare al recente caso di Lpe, azienda di Baranzate il cui 70% stava per passare in mani cinesi se non fosse intervenuto l’esecutivo guidato da Mario Draghi che, su proposta del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, ha posto il veto con l’utilizzo dei poteri speciali bloccando la cessione.

Nell’industria dei semiconduttori l’Europa non è mai stata un attore importante (come, invece, nel 5G con i “campioni” Ericsson e Nokia). Anzi, negli ultimi tre decenni ha perso terreno. Ora si trova a dipendere fortemente dai produttori americani e asiatici. I tre colossi europei del settore – STMicroelectronics, Infineon e NXP Semiconductors — sono soltanto rispettivamente al dodicesimo, tredicesimo e quattordicesimo posto al mondo. Neppure la Cina, però, può dormire sonni tranquilli visto che proprio i semiconduttori rappresentano il suo punto debole nella tecnologia: a mancare è il know-how. E così Pechino guarda a Taiwan oltre che alle competenze europee come dimostrato dal caso Lpe.

Una via d’uscita per l’Unione europea – preoccupata dal settore a giudicare dai contenuti della “bussola digitale” presentata dalla Commissione alcune settimane fa – forse c’è. Invece di rincorrere gli Stati Uniti, l’Europa potrebbe seguire la strada intrapresa anche dalla Cina: scommettere sulle nuove applicazioni dei microprocessori. È quanto emerge da un dettaglio rapporto sulle capacità europee nella corsa globale alla tecnologia pubblicato dal German Council on Foreign Relations (Dgap) che analizza cinque settori: oltre ai semiconduttori, anche intelligenza artificiale, cloud computing, 5g e reti mobili, quantum computing.

Gli autori – Kaan Sahin, research fellow del think tank fino a marzo 2021 quando è passato al Policy Planning Staff del ministero degli Esteri tedesco, e Tyson Barker, capo del Technology & Global Affairs Program – fanno un esempio: quello di RISC-V, un nuovo standard di chip open che potrebbe cancellare il vantaggio dei giganti statunitensi e su cui la Cina ha deciso di scommettere. L’Europa “è ben piazzata”, scrivono, citando tre istituti: il belga Inter-university Micro Electronics Center (Imec), il francese Laboratory of Electronics and Information Technologies e il tedesco Fraunhofer Institute. “Un’altra opzione per l’Europa per ridurre la dipendenza dalla sua catena di approvvigionamento è garantire capacità di produzione all’interno dell’Europa, ma non necessariamente da parte delle aziende europee”, aggiungono notando che “a tal fine, l’Unione europea sta valutando accordi con produttori di fascia alta come Tsmc e Samsung”.

In sintesi, gli esperti raccomandano all’Europa tre azioni nel mercato dei semiconduttori: difendere i suoi “campioni” (come l’olandese Asml, su cui ha messo gli occhi la cinese Smic); sostenere la crescita della produzione locale anche grazie ad aziende extra Ue e scommettendo su “usi specifici”; promuovere standard aperti (come il RISC-V).

In generale, invece, guardando ai cinque oggetto dello studio, gli esperti del Dgap suggeriscono quattro misure: promuovere un Internet e un ecosistema dell’innovazione aperti a livello globale; sviluppare e – leggere bene – guidare coalizioni internazionali con Paesi like-minded per definire gli standard globali e la governance tecnologica (proposta che sembra trovare negli Stati Uniti ma anche in Giappone e India, partner aperti a essere coinvolti); coinvolgere il Sud del mondo favorendo lo sviluppo, la connettività e l’empowerment regionale anche al fine di contrastare la Via della Seta cinese; affrontare la questione dell’innovazione militare come motore di progresso delle forze armante ma anche dell’innovazione civile.

Il tutto, però, appare possibile soltanto una volta rimossi alcuni ostacoli. Quelli che gli esperti elencano nelle “raccomandazioni generali” a chiusura del rapporto: “coltivare una forza lavoro altamente qualificata attraverso condizioni di lavoro, istruzione e immigrazione flessibili”; “rimuovere gli ostacoli all’uso di tecnologie innovative”; “sviluppare una cultura più forte della tolleranza al rischio”. Basti pensare che nella Silicon Valley il 90% delle startup fallisce. L’Europa deve dunque ribaltare la sua mentalità, sostenendo anche i fallimenti, per poter innovare e vincere la sfida tecnologica.

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