Conversazione con Antonello Giacomelli, già deputato del Pd e commissario Agcom. Sulla lotta alla disinformazione camminiamo in bilico fra prevenzione (giusta) e censura (sbagliata). Big tech? Ottimo l’impegno nel fact checking. Sovranità digitale? Ha senso solo se vede Ue e Usa insieme

Di comunicazione si intende da una vita, Antonello Giacomelli. Giornalista Rai prestato alla politica, già sottosegretario al Mise con delega alle Tlc e deputato del Pd, oggi scruta il mondo delle comunicazioni da un’altra prospettiva, quella di commissario Agcom. Con Formiche.net si è intrattenuto per una conversazione a tutto campo sulla disinformazione online e su come governi e attori privati possono estirparla, senza superare una invalicabile linea rossa.

Giacomelli, in Ue come negli Usa i campioni delle big tech, sollecitati dai governi, hanno iniziato a intervenire per arginare la disinformazione online. La strada è ancora lunga?

Più che altro non sono sicuro che sia stata imboccata la strada giusta. Ho sempre molti dubbi di fronte ad una sorta di algoritmo della verità che dovrebbe separare il vero dal falso. Peraltro “disinformazione” è un termine abbastanza ambiguo. Per me, per la cultura da cui provengo, il principio di riferimento rimane quello che la libertà di espressione è un diritto fondamentale della persona. Se non parliamo di reati (diffamazione, calunnia, ingiuria ad esempio) non riesco a capire in base a quale principio giuridico sia possibile identificare la “disinformazione” e soprattutto sia legittimo limitare la libertà di esprimersi. Se le norme sono inadeguate, modifichiamole, ma al di fuori della legge e della pronuncia di un giudice terzo, a mio avviso, ci muoviamo su un terreno molto pericoloso.

C’è chi punta il dito contro la “censura” di questi provider. Chi decide e su quali criteri cosa è “disinformazione”?

È esattamente questo il punto. Le maggiori piattaforme hanno firmato una sorta di protocollo d’intesa per “combattere tutte assieme le falsità e la disinformazione sul Covid, promuovendo contenuti autorevoli e condividendo aggiornamenti critici in coordinamento con i governi e le autorità sanitarie di tutto il mondo”. Mi sembra una intenzione apprezzabile ma l’impostazione lascia sconcertati.

Perché?

La versione ufficiale del governo o delle autorità può diventare il parametro della verità? E sulla base della non corrispondenza alla versione ufficiale del governo le piattaforme possono sentirsi autorizzate a limitare la libertà di espressione dei cittadini? Se fosse per la versione ufficiale, il Dc-9 di Ustica risulterebbe ancora caduto per un cedimento strutturale. Intere generazioni di giornalisti che con le loro inchieste, nelle democrazie occidentali, hanno demolito le versioni ufficiali portando alla luce fatti e responsabilità che si volevano nascondere, insorgerebbero contro una idea simile. Qui non stiamo discutendo di quanto riteniamo condivisibile una affermazione ma di quale principio giuridico, se non c’è un reato accertato, consenta di limitarne l’espressione.

Talvolta il fact checking ha portato all’oscuramento di profili di grande rilievo pubblico, su tutti quello dell’ex presidente americano Donald Trump su Facebook e Twitter. Qual è il confine da non oltrepassare?

Non ho condiviso niente della politica di Donald Trump e non mi riconosco nella sua impostazione culturale ma l’oscuramento del suo profilo rimane a mio giudizio un atto incomprensibile, sbagliato ed in definitiva illegittimo. Ripeto, a mio giudizio la limitazione della libertà di espressione può derivare soltanto dalla legge.

C’è anche chi si muove sul fronte della prevenzione. È il caso dell’European Media and Information Fund, l’iniziativa per sostenere il lavoro di ricercatori, fact-checker, organizzazioni no profit e altre organizzazioni d’interesse pubblico che lavorano sulla ricerca sulla disinformazione e sull’alfabetizzazione mediatica. È la strada giusta?

Assolutamente sì. Dare ai cittadini sempre più strumenti per essere fruitori consapevoli è la via maestra. Educare ad una coscienza critica, alimentare la conoscenza, fornire informazioni oggettive sulle caratteristiche delle fonti, sostenere le iniziative di fact-checking. Queste sono a mio avviso le risposte migliori alla domanda diffusa di informazione completa e corretta. Insieme, aggiungo, alla fiducia nella professionalità dei giornalisti, nella loro attitudine alla verifica di attendibilità di fonti e notizie.

In America infervora il dibattito sulla riforma della sezione 230, fra richieste spesso inconciliabili da parte di progressisti e conservatori. Quale equilibrio si può trovare e quali effetti può avere sulla regolamentazione europea?

È un confronto aperto e non mi voglio esprimere su un tema così delicato, una mia opinione che allo stato non potrebbe essere soltanto personale. Voglio soltanto richiamare due punti per me essenziali. Il primo è che una equiparazione sic et simpliciter delle piattaforme al ruolo di editori finirebbe per provocare problemi molto più grossi di quelli che si intendono risolvere. Il secondo è che non possono esserci risposte diverse tra Europa e Stati Uniti. I problemi di regolazione su informazione e responsabilità, come su internet o sui dati, devono trovare una visione comune e risposte condivise tra Europa e Stati Uniti. Se così non fosse si aprirebbero varchi pericolosi ed inquietanti in una realtà globale dove le democrazie sono sempre più in difficoltà.

In Europa la Commissione Ue si muove spesso in ritardo rispetto alle authority nazionali, è il caso del Garante della privacy irlandese. Come ci si può confrontare con i giganti della Silicon Valley con 27 authority che non riescono a parlare all’unisono?

Ha ragione, è impossibile. E non solo per quanto riguarda le piattaforme. Nel mondo del mercato globale, le istituzioni democratiche affermano il loro ruolo soltanto se sono capaci di superare la frammentazione nazionale e la lentezza del loro agire. In questo senso è indispensabile intanto che l’Europa sia in grado di parlare con una sola voce. E che, lo ripeto ancora, si lavori a regole e scelte comuni fra Europa e Usa. Vedo in questo senso con favore le recenti iniziative della presidente Von der Leyen ed il lavoro del Parlamento Europeo sotto la guida di David Sassoli.

In questi mesi un movimento bipartisan si è espresso a favore del breakup di giganti tech come Facebook, Google e Amazon. È davvero una soluzione o rischia di fare più danni, come successe all’epoca del breakup delle società di telecomunicazioni americane “Baby Bell”, cui seguì la nascita di monopoli regionali?

Mi perdoni ma su aspetti così delicati e connessi al ruolo che svolgo, credo sia più corretto evitare opinioni personali di tipo generale. Non esiste un principio assoluto a favore di una tesi o dell’altra, dipende dall’apprezzamento della realtà e delle diverse situazioni. Quindi credo che su questi aspetti le autorità debbano esprimersi, nei casi eventualmente esaminati, con atti formali, collegiali e motivati.

La Commissione Ue intanto parla di autonomia strategica digitale. Un dibattito che crea incomprensioni, e qualche diffidenza, dall’altra parte dell’Atlantico. Lei crede che l’Europa abbia la forza, e la possibilità, di optare per una “terza via” digitale fra Stati Uniti e Cina?

Come le ho detto, non ho affatto questa opinione. Al contrario, sono un convinto sostenitore di una profonda intesa tra Europa e Stati Uniti, non solo in termini generali ma in particolare in tema di integrazione fra modelli economici e di ricerca di sintesi fra modelli regolatori. Sono convinto che ora più di prima ci siano le condizioni per realizzarla. Semmai credo che, insieme, Europa e Stati Uniti debbano sviluppare una politica capace di trovare con la Cina punti di intesa sempre più avanzati sulla coniugazione di sviluppo ed innovazione con i diritti della persona e le libertà fondamentali. Insieme, soltanto insieme, Stati Uniti ed Europa possono disinnescare nuove contrapposizioni globali ed affermare i principi della cultura liberale. Vede, c’è a mio giudizio un obiettivo fondamentale che in questa fase storica il mondo occidentale nel suo insieme deve porsi: far crescere a livello globale la convinzione che senza democrazia non c’è, non può esserci libero mercato. Riuscire o meno in questo obiettivo è il discrimine che segnerà il futuro.

 

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