Tensione alle stelle, ma c’è spazio per negoziare. Joe Biden ha avviato su nuovi binari le relazioni fra Stati Uniti e Turchia. È un alleato Nato, ma deve guadagnarsi la fiducia. Dagli F-35 al genocidio degli armeni, ecco tutti i bastoni fra le ruote

Valori prima degli affari. Con Cina, Russia, Turchia il presidente Joe Biden ha avviato il nuovo corso delle policies americane con un piglio ideologico, distante anni luce dal pragmatismo mercatista del suo predecessore fondato su dollari e dazi. Ovvero ha piantato dei paletti tarati sui valori, prima che sugli accordi economici. Lo ha fatto accusando la Cina di genocidio degli uiguri in un documento ufficiale del Dipartimento di Stato, lo ha fatto con la Russia accusando apertamente il presidente russo di essere un assassino e lo farà sabato prossimo con Ankara, riconoscendo ufficialmente il genocidio armeno.

Che cosa significa questo atteggiamento della Casa Bianca? Non certo una aprioristica conventio ad excludendum verso Pechino, Mosca ed Ankara, bensì una presa di coscienza, oggettiva e non ipocrita, su alcuni elementi precisi, legati ai diritti umani e al concetto di libertà, che non si specchiano nella cultura occidentale.

LA CAMPAGNA STAMPA

Il Wall Street Journal (che si rivolge moltissimo alla comunità imprenditoriale conservatrice statunitense), Newsweek (che si rivolge alla massa dem) e il New York Times (che parla al mondo progressista anche Jewish) hanno annunciato ai “diversi” lettori il riconoscimento del genocidio armeno per sabato prossimo, argomentando dettagliatamente l’impatto di tale gesto sulle già tese relazioni turco-americane.

Negli Usa circola con insistenza la voce che nelle prossime settimane potranno esserci risvolti anche giudiziari internazionali, con protagonisti cittadini americani, discendenti di minoranze armene, che si appelleranno allo Stato per i diritti umani e principalmente per questioni di proprietà. Il medesimo schema andato in scena a Cipro, dove i ciprioti furono cacciati dai bombardamenti del 1974 e oggi rivendicano la legittime proprietà di quelle terre, nel frattempo occupate dai turchi (e alcune vendute ai tedeschi).

LE TENSIONI

Le divergenze tra Usa e Turchia, seppur sfumate da frequenti tentativi di riappacificazione diplomatica caratterizzati da alti e bassi (come il frequente dialogo Stoltenberg-Erdogan e il rinvio turco della conferenza di pace internazionale sull’Afghanistan), vertono su dossier specifici. Fonti diplomatiche fanno trapelare che tale atteggiamento dei media americani dominanti potrebbe essere collegato anche alle strategie verso Erdogan del Dipartimento di Stato da adottare per i prossimi quattro anni. Un passaggio che, nello specifico, si legge plasticamente nell’esclusione della Turchia dal programma degli F-35, anticamera della volontà dell’establishment diplomatico-militare statunitense di abbandonare l’industria militare turca, che per tutta risposta si è schierata con gli S-400 russi.

GLI SCENARI

Due giorni fa il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoglοulu ha avvertito che il riconoscimento ufficiale da parte degli Stati Uniti del genocidio danneggerebbe le relazioni tra i due alleati della Nato, che sono state molto tese negli ultimi anni. A cio si somma la recente direttiva del Dipartimento di Stato che esorta i cittadini americani a non recarsi in Turchia per tre ragioni principali. In primis per la notevole diffusione del coronavirus, che rende la Turchia un Paese estremamente pericoloso con un maggior rischio di contrarre il virus.

In secondo luogo per le province vicine al confine con la Siria, dove c’è molta attività di gruppi terroristici e gruppi armati che rendono rischiosa la presenza di cittadini americani. E infine la terza ragione, citata nel documento ufficiale, che rappresenta uno sviluppo senza precedenti nelle relazioni USA-Turchia: ovvero il riferimento al fatto che decine di migliaia di persone sono state arrestate in Turchia con l’accusa di appartenere a gruppi terroristici, per cui il Paese è considerato davvero a rischio.

Ecco tornare il piglio valoriale, come con gli uiguri, come anche per la convenzione di Istanbul da cui Erdogan ha deciso la fuga. Sarà questo un timbro di Biden che tornerà ciclicamente.

twitter@FDepalo

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