Non si comprende perché lo Stato francese, tramite una sua società, possa essere azionista sia pure di minoranza del neonato gruppo automobilistico Stellantis, o un Land tedesco come la Baviera azionista della Volkswagen, e in Italia invece il capitale pubblico non possa tornare a controllare insieme ad un privato una grande holding della siderurgia come l’ex Ilva. L’analisi di Federico Pirro, Università di Bari

Il capitale pubblico tramite Invitalia, versando 400 milioni, ha acquisito il 38% del capitale di AmInvestco Italy, raggiungendo il 50% dei diritti di voto ed esprimendo il presidente e due consiglieri della società che cambierà denominazione in Acciaierie d’Italia Holding, cui farà capo Acciaierie d’Italia in cui si concentra l’intero compendio impiantistico dell’ex Ilva con i suoi siti di Taranto, Genova e Novi Ligure.

È un evento per tanti aspetti storico, perché in tal modo il capitale pubblico rientra nella gestione di un grande gruppo siderurgico come l’Ilva di cui l’Iri, dopo una lunga procedura per la privatizzazione iniziata nel 1993, aveva ceduto al Gruppo Riva il 28 aprile del 1995 l’Ilva Laminati piani. Il ritorno dello Stato nella gestione (al momento) di questo grande segmento della siderurgia nazionale – che dovrebbe portare il prossimo anno, in subordine al verificarsi di alcune condizioni sospensive, alla fase due di acquisto dei rami d’azienda, con l’aumento della quota pubblica dal 50% al 60% mediante il versamento fino a 680 milioni da parte di Invitalia e quello contestuale fino a 70 milioni di Arcelor Mittal per conservare la quota del 40% e il controllo congiunto della società – si è reso necessario per imprimere un forte rilancio produttivo e l’avvio della (non breve) riconversione impiantistica ecosostenibile del grande stabilimento tarantino che deve restare il perno della siderurgia italiana, di cui peraltro è parte integrante anche la qualificata e competitiva elettrosiderurgia privata del Nord, rappresentata dalla Federacciai guidata dal presidente Alessandro Banzato, a sua volta al vertice delle Acciaierie Venete.

Il secondo passaggio che vedrebbe il capitale pubblico in maggioranza è subordinato però, come si diceva, al verificarsi di alcune condizioni sospensive quali la modifica del piano ambientale in vigore per tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale, la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti il sito di Taranto – la cui area a caldo è sotto sequestro del 26 luglio del 2012, ma con facoltà d’uso dal dicembre dello stesso anno – e l’assenza di misure restrittive, nell’ambito dei procedimenti penali in cui l’Ilva è imputata, nei confronti di Acciaierie d’Italia Holding e delle sue controllate. Nel caso in cui tali condizioni sospensive non si verificassero la neocostituita Acciaierie d’Italia Holding non sarebbe obbligata a perfezionare l’acquisto dei rami d’azienda di Ilva e il capitale investito verrebbe restituito.

Ad oggi, pertanto, l’intero Gruppo ex Ilva è ancora un bene di proprietà pubblica posseduto dall’Amministrazione straordinaria che, alienandolo il prossimo anno, dovrebbe ristorare, sia pure in misura molto parziale, i creditori che si sono “insinuati” nel suo stato passivo. Lo rileviamo perché la natura tuttora pubblica di tale apparato impiantistico – che ora per giunta sarà gestito da una società di cui il capitale pubblico è compartecipe al 50% dei diritti di voto – dovrebbe essere valutata molto attentamente il 13 maggio prossimo quando il Consiglio di Stato si esprimerà nel merito sulla sentenza del Tar di Lecce – alla cui esecutività su richiesta di Aminvestco aveva dato la sospensiva – che invece aveva ritenuto legittima l’ordinanza “urgente e contingibile” del sindaco di Taranto il quale aveva disposto la chiusura dell’area a caldo del Siderurgico ionico, se il suo gestore non avesse realizzato entro un lasso di tempo predefinito alcuni interventi impiantistici finalizzati ad evitare il ripetersi di eventi nocivi per la salute e l’ambiente.

Ma la chiusura dell’area a caldo, se fosse eventualmente statuita dal Consiglio di Stato, rappresenterebbe per il sito tarantino – come sanno coloro che si occupano professionalmente del suo ciclo produttivo – un colpo mortale perché le sole attività di laminazione non vi risulterebbero più convenienti, in mancanza a monte dell’area fusoria; e pertanto il compendio impiantistico tuttora di proprietà pubblica subirebbe una lesione devastante anche per il suo valore di libro. Ma a questo punto non potrebbe intervenire la Corte dei Conti contestando il danno inferto ad un bene di proprietà pubblica la cui vendita – per giunta ad un’impresa che dal prossimo anno sarebbe controllata da capitale pubblico – assicurerebbe non solo parziale ristoro ai creditori dell’Amministrazione straordinaria, ma anche gettito fiscale allo Stato?

Eguali considerazioni sulla natura tuttora pubblica della proprietà dello stabilimento di Taranto e dei siti ad esso collegati dovrebbero guidare – a nostro sommesso avviso – anche il collegio giudicante del processo “Ambiente svenduto” in corso presso il Tribunale del capoluogo ionico, chiamato ad accertare eventuali reati, ma non ad imporre misure restrittive all’esercizio di una fabbrica – tuttora la più grande d’Italia per numero di addetti diretti (8.200) – che per una legge del 2012 è classificata come “sito di interesse strategico nazionale”.

Tornando ora al rientro dello Stato nel settore siderurgico, è opportuno rilevare che esso assume valore strategico – soprattutto se coinvolgerà anche gli impianti in vendita delle Acciaierie di Terni e il sito di Piombino – in un momento in cui si rende necessaria la conservazione di un ruolo forte del Paese nella siderurgia, che vede l’Italia al secondo posto nella Ue per volumi annui di produzione alle spalle della Germania. E a chi giustamente teme che nel nuovo assetto proprietario a carattere prevalentemente pubblico si possano generare le perdite del passato, si deve rispondere che le gestioni dei vari impianti devono essere pienamente ispirate a criteri di redditività, grazie a precise direttive dell’azionista e soprattutto all’impegno di management all’altezza del compito assegnatogli.

Ma lo Stato, attraverso sue controllate, non è già presente con maggioranze relative o assolute in Enel, Eni, Leonardo, Fincantieri, Terna, Ferrovie dello Stato, ecc.? Ed alcune di queste società non sono anche quotate assicurando ai loro azionisti pubblici e privati, molti dei quali costituiti da fondi esteri, utili e relativi dividendi? E poi non si comprende perché lo Stato francese, tramite una sua società, possa essere azionista sia pure di minoranza del neonato gruppo automobilistico Stellantis, o un Land tedesco come la Baviera azionista della Volkswagen, ed in Italia invece il capitale pubblico non possa tornare a controllare insieme ad un privato una grande holding della siderurgia come l’ex Ilva.

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