Intelligenza, continuità diplomatica, buone prestazioni militari e disponibilità alla ricostruzione industriale. Ecco le chiavi di volta perché le onerose missioni in Iraq e nel Sahel possano trasformarsi per l’Italia in opportunità da non perdere. Il commento del generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa

Dal 20 novembre 2020 gli Stati Uniti dispongono non solo di un nuovo Presidente, ora titolare, ma anche di un nuovo “mantra” da pubblicizzare. Infatti, dall’America first di Donald Trump, con un solo click su Twitter sono passati all’America is back di Joe Biden. Nell’intendimento di chi lo ha coniato, si voleva probabilmente significare che gli Usa sono ritornati sulla scena globale con la democrazia, i principi universali e il multilateralismo. C’è però anche chi lo interpreta come “l’America sta tornando indietro”. E ritiene che non sia nemmeno un mantra originale, se è vero che deriva da una frase di un Barack Obama alle origini, vecchia di una dozzina d’anni.

In effetti – osservano i critici – cercare di ricatturare il passato sarebbe ragionevole se questo avesse davvero creato prosperità in casa propria e pace credibile in casa altrui. “The way we were” (Come eravamo), osservano, è senz’altro una bella canzone, ma certo non una guida per il futuro. In fondo – continuano – otto anni di Obama-care non hanno sconfitto la povertà e bombardare sette Paesi per fare la guerra fingendo di non farla (War from behind) non ha favorito la pace, ma focolai permanenti e situazioni incompiute. Per la Libia, dove qualcuno di casa ci aveva costretto a premere il grilletto, oltre a Sarkosy dobbiamo ringraziare anche le bombe e i missili Usa, decisivi già nei primi giorni.

Ora, l’attuale presidenza si sta muovendo a tutto spettro per compire un altro passo avanti. Ma lo fa guardando indietro, come da direttive degli sponsor. Sta infatti riproponendo quel tentativo di Pivot to Asia, già fallito ai tempi della disomogenea coppia Barack ObamaHillary Rodham Clinton. Allora si erano messe di traverso, ritenendo la cosa contraria ai propri interessi, la Corea del Sud, il Giappone e, in qualche misura, anche l’Australia. Il Pivot, pensato per contrastare l’invadenza cinese, avrebbe comportato il distogliere forze dalla Nato (già invitata a camminare con le proprie gambe) e sopra tutto dal Medio Oriente, dove si sarebbe provveduto, se necessario intervenire, con la formula della War from behind. È stata applicata, e i risultati li conosciamo.

Oggi siamo punto e daccapo, come ci spiega l’autorevole Wall Street JournalJoe Biden staricalibrando l’atteggiamento verso l’Arabia Saudita spostando i Patriot e la Nimiz oltre lo stretto, dopo aver già dato ordini per ulteriori riduzioni in Siria e in Iraq. Il segretario di Stato Antony Blinken ha anticipato il tutto alla riunione dei ministri degli Esteri della “Coalizione Globale contro l’Isis” del 30 marzo, dove Jens Stoltenberg si è affrettato a informare che l’Alleanza avrebbe continuato il proprio supporto in Iraq,  espandendo, su richiesta del governo locale, la “Nato non-combatadvisory and training mission” nel pieno rispetto “della sovranità e integrità territoriale irachena”. Questa decisione era già stata anticipata dallo stesso Stoltenberg nella ministeriale Nato (formato Difesa) del 17-18 febbraio, dove veniva approvato l’incremento della missione in atto “da 500 a circa 4 mila unità”.

Si profila una buona occasione per l’Italia? Forse si, dipende da come verrà condotta la trattativa. Se qui da noi si è già parlato di una possibile guida italiana, non risulta che a Bruxelles si siano finora formulate proposte o formali richieste. Ma è bene prepararsi, perché stanno maturando. Per il momento, il ministro Guerini ha di nuovo sostenuto l’esigenza di una maggiore attenzione verso il fianco sud. Esigenza che, salvo i soliti noti, lascia gli interlocutori piuttosto freddi. Forse non tutti i lettori sanno che partecipiamo a ben 41 missioni internazionali, con un impiego di circa 8.600 militari. Tra queste, nel luglio scorso il Parlamento ne aveva approvate alcune che indicano la persistenza di un rinnovato interesse verso l’Iraq. Per l’Africa, tra l’altro, era stata approvata la partecipazione in Sahel di 200 militari all’operazione Takuba, a guida francese,  che mira a eliminare dall’area Isis e al-Qaeda.

Nostra ambizione sarebbe ottenere il comando della missione Nato in Iraq, ma ciò comporta un sostanzioso incremento delle forze e, forse, anche un cambio di configurazione. Con l’auspicato ritiro dall’Afghanistan, se mai avverrà, l’obiettivo appare conseguibile. L’Iraq ci attende e, deluso da altri, ha in serbo molto lavoro per noi, una volta conseguito un minimo di stabilità. La messa in sicurezza del Sahel, con Mali e Niger, sono invece vitali per i nostri interessi mediterranei. Dovremo però prevedere che la missione Takuba possa implicare anche situazioni di supporto al combattimento, e questo ci chiamerebbe a un prossimo potenziamento.

Intelligenza, continuità diplomatica, buone prestazioni militari (assistenza all’addestramento, ma forse anche altro e di più), disponibilità alla ricostruzione industriale (raffinerie, comunicazioni e centrali elettriche), sono le chiavi di volta perché le onerose missioni in Iraq e nel Sahel possano trasformarsi in opportunità da non perdere.

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