L’Italia ha sempre ondeggiato fra Mosca e Bruxelles, giusta la scelta di Draghi di denunciare pubblicamente lo spionaggio russo. Ue? Le sanzioni non bastano, gli oligarchi vanno colpiti nel punto debole: il portafoglio. Biden? Non avete ancora visto nulla. Parla Alina Polyakova, presidente del Center for European policy analysis e tra le massime esperte Usa di Russia

Troppo poco, troppo tardi. C’è un motivo se l’Europa, e l’Italia, sono terreno fertile per la guerra di spie e la disinformazione del Cremlino, dice Alina Polyakova, presidente del Cepa (Center for European policy analysis), tra le più autorevoli esperte americane di Russia.

Roma crocevia di spie russe. Una trama già sentita?

Nulla di cui sorprendersi. La Russia è sempre stata impegnata in queste missioni di spionaggio fin dai tempi sovietici, e quotidianamente coordina in Europa operazioni di influenza. Solitamente però questi eventi non vengono alla luce del sole.

Fare uscire la notizia è stata una scelta politica del governo Draghi?

Credo sia stato un gesto importante. A lungo l’Italia si è posizionata al centro fra Europa e Russia. Questo episodio dimostra che anche Paesi che cercano di avere relazioni diplomatiche cordiali con la Russia non sono al sicuro. Mosca non smetterà di cercare di rubare segreti o diffondere disinformazione.

La nuova amministrazione Usa sembra molto più severa di Trump con la Russia.

Lei dice? A me non sembra. Finora abbiamo ascoltato una retorica molto più diretta. Biden, forse commettendo una leggerezza, ha pubblicamente definito Putin un assassino. E nella sua prima telefonata ufficiale ha affrontato il leader russo sulle interferenze nelle elezioni americane e gli attacchi cyber. Ma non è abbastanza.

Perché?

A parte la diplomazia e i dialoghi, non abbiamo visto azioni concrete. Il gasdotto russo diretto in Germania North Stream II è ancora in piedi e le sanzioni imposte dal Dipartimento di Stato sono state lasciate in eredità dalla scora amministrazione, la Casa Bianca è obbligata a imporle per un mandato del Congresso. Stesso discorso vale per l’Ucraina e la Crimea: se avessero voluto, sarebbero già intervenuti più duramente.

Biden ha detto che la Russia è una potenza decadente. È così?

È vero, la Russia è una potenza in declino. Sotto il profilo demografico, economico e diplomatico non è paragonabile alla Cina. Sottovalutarla, però, è un grave errore. Perché come ogni grande potenza, durante la caduta può fare molti danni. Temo che, in realtà, la Russia non sia una vera priorità per questa amministrazione americana. E questo è un problema: proprio quando voltiamo lo sguardo il Cremlino fa la sua mossa.

Si rischia di commettere l’errore degli anni ’90, quando la decadente Russia di Eltsin, abbandonata, ha partorito Vladimir Putin?

Lo abbiamo fatto di continuo, senza mai imparare, sin dalla fine della Guerra Fredda. L’America è stata appena colpita dalla più grande operazione cyber della storia, l’attacco a SolarWinds, che ha mostrato un alto livello di sofisticazione delle tattiche cyber russe. La Russia sarà anche una potenza in declino, ma è guidata da un leader, Putin, che è intenzionato ad assumersi molti rischi.

Veniamo all’Europa, che sembra parlare un altro linguaggio rispetto agli Usa.

È un enorme problema. La visita di Borrell a Mosca è stata un disastro. Ha dimostrato la totale mancanza di consapevolezza sulle intenzioni e l’approccio del Cremlino all’Europa, ha fatto sembrare l’Ue naïve. La Russia rimane il fronte più divisivo della politica europea, basta guardare la distanza che c’è fra la posizione francese e quella polacca.

Più della Cina?

Sì. In Europa c’è un più ampio consenso oggi sul fatto che la Cina presenti una minaccia per l’alleanza euro-atlantica. Il caso russo è diverso, anche perché le opzioni di policy sono più limitate.

Ci sono le sanzioni. Imposte, per la prima volta dopo anni, da Ue e Usa, lo stesso giorno.

Il ritorno alle sanzioni coordinate, pratica avviata dall’amministrazione Obama e poi dismessa da Trump, è una buona notizia. Purtroppo, come in passato, non cambieranno l’atteggiamento del governo russo, e si riducono a un gesto poco più che simbolico.

Quindi cosa si può fare?

Muoversi all’unisono. A partire dal North Stream II, l’Europa non sta facendo nulla. Si può fare di più per colpire le finanze illegali degli oligarchi russi in Europa, con sanzioni mirate su individui e aziende che riciclano il denaro, chiudergli i rubinetti del settore finanziario. Senza le banche europee queste aziende non sanno come nascondere le loro finanze. Per non parlare  dell’export di gas e petrolio, il vero motore dell’economia russa.

La transizione europea all’energia verde può affrancare il continente dai rubinetti di Mosca?

L’energia rinnovabile è il futuro dell’indipendenza energetica, qualsiasi sia l’uso che ne facciamo. Certo, non sfuggono le conseguenze geopolitiche di una transizione da fonti tradizionali come il gas, dove l’Europa sconta una grave dipendenza dalla Russia. Ma parliamo di un processo che richiederà decenni.

Chiudiamo con i vaccini. La campagna russa per esportare Sputnik V sta dividendo i Paesi europei. Come porsi di fronte alle avances del Cremlino?

La pandemia è anzitutto una crisi sanitaria, ma ha anche implicazioni sulla sicurezza nazionale. Vale anche per l’accaparramento dei vaccini. Non dovremmo ragionare solo sull’accordo “migliore” o “più veloce”. Quanto a Sputnik V, è sotto gli occhi di tutti come Putin lo stia usando come strumento di propaganda per dimostrare una presunta efficienza del sistema Paese. Non dobbiamo cascarci. Prima però c’è da rimettere in ordine casa nostra. Più tardiamo nella distribuzione dei nostri vaccini, più la propaganda russa sarà efficace.

 

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