Conversazione con Damon Wilson, vicepresidente esecutivo dell’Atlantic Council, che spiega le analogie tra i compiti che attendono Biden e Draghi e l’occasione per rilanciare il rapporto Usa-Italia

Damon Wilson risponde al telefono da Washington. Alcuni giorni fa l’Atlantic Council, uno dei più importanti think tank degli Stati Uniti di cui è vicepresidente esecutivo, ha ospitato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in occasione della visita di quest’ultimo nella capitale americana per festeggiare i 160 anni delle relazioni diplomatici tra i due Paesi.

“È stata l’occasione per mettere in luce l’opportunità che abbiamo di rilanciare il rapporto tra Italia e Stati Uniti”, spiega Wilson a Formiche.net sottolineando i “positivi scambi” tra il capo della diplomazia italiana e l’omologo statunitense Antony Blinken, a Bruxelles prima e a Washington dopo.

In occasione dell’evento di cui è stato ospite il ministro Di Maio, organizzato dall’Atlantic Council assieme all’Ispi e all’ambasciata italiana a Washington, Frederick Kempe, presidente e Ceo del think tank, ha sottolineato l’ottimo rapporto tra il presidente statunitense Joe Biden e il presidente del Consiglio Mario Draghi citando un episodio del 2015: all’allora governatore della Banca centrale europea fu assegnato il Global Citizen Award dell’Atlantic Council e l’allora vice di Barack Obama si congratulò con lui per il “lavoro veramente difficile” svolto. Di “sintonia” tra Roma e Washington ha parlato recentemente anche Thomas Smitham, incaricato d’affari ad interim presso l’ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia guidata da Armando Varricchio.

Giudizio simile arriva da Wilson: “L’Italia è pronta per essere un’importante attore globale”. Lo slancio parte dal presidente Draghi, la cui agenda, spiega, “coincide con quella di Biden: rilanciare l’economia del proprio Paese per tornare più forti all’estero, in grado di competere assieme alle altre democrazie con la Cina”.

L’esperto sottolinea due elementi: “Draghi può rilanciare l’Italia e con lui l’Italia può essere più presente nell’Unione europea e nella Nato grazie anche ai suoi rapporti internazionali e alla sua reputazione. Inoltre, l’Italia quest’anno è alla guida del G20, un’occasione imperdibile per imporsi a livello internazionale”.

Wilson conosce bene l’Europa e i suoi movimenti. È stato per oltre un anno, da fine 2007 a inizio 2009, senior director per gli Affari europei al Consiglio per la sicurezza nazionale quando alla Casa Bianca c’era George W. Bush. E oggi commenta quello che spesso a Washington è stato definito “un passo falso”: due anni fa l’Italia divenne il primo Paese europeo e del G7 a firmare con la Cina il memorandum d’intesa sulla Via della Seta. “La Via della Seta ha destato e desta grande preoccupazione”, dice Wilson. “Ma la verità è che si tratta una sfida sistemica, un problema comune. Per questo, serve una strategia transatlantica comune per affrontare la Cina, sia da un punto di vista industriale (pensiamo alla sicurezza delle catene del valore e alla tecnologia, anche al 5G) sia da un punto di vista di difesa dei valori [occidentali]. In questo senso, Draghi può essere la persona giusta per questa strategia comune”, spiega ancora Wilson sottolineando che in Europa ci sono Paesi, “come Regno Unito e Germania”, che hanno legami con la Cina ben più forti dell’Italia.

Parlando di valori occidentali torna alla mente quanto detto nei giorni scorsi dall’ambasciatore Smitham, che ha riferito che l’amministrazione statunitense “sta organizzando per dicembre o gennaio” un vertice tra democrazie. “Il presidente Biden è impegnato per questo summit”, commenta Wilson. “Sarà un momento importante per rispondere alla sfida di oggi: dimostrare che le società aperte sono compatibili con la crescita economica. Per questo serve quella che chiamo ‘quarta ondata democratica’ che si allarghi ad Africa, Asia e Sud America”. L’Italia, aggiunge Wilson, “può essere un partner importante, soprattutto in Africa. Basti pensare alla Libia”.

L’ultimo tema che affrontiamo con Wilson è relativo a un dibattito molto attivo oltre Atlantico sul rapporto tra gli Stati Uniti di Biden e i loro alleati. L’esperto non ha dubbi: “Essere amici degli Stati Uniti con Biden è molto più facile che esserlo con Donald Trump. Non possiamo nascondere ci siano divergenze su alcune questioni ma c’è la volontà di lavorare assieme. Certo, l’impegno richiesto agli alleati ora è serio, è un duro lavoro. Per questo può apparire più difficile”.

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