Il leader dell’opposizione russa a Vladimir Putin sta male, al punto di rischiare di morire da un giorno all’altro, a causa del fisico debilitato dall’avvelenamento da Novichok e dallo sciopero della fame in carcere

Alexei Navalny sta morendo: l’annuncio della sua portavoce scuote le cancellerie di mezzo mondo. L’attivista anti-corruzione russo, diventato il nemico contro-narrativo di Vladimir Putin, è rinchiuso nel carcere di Pokrov, cento chilometri a est di Mosca. Gli è stato negato accesso ai medici, non può prendere analgesici per la doppia ernia discale di cui soffre: contro le pessime condizioni della sua detenzione è entrato in sciopero della fame dal 31 marzo. Ma ora può subire un arresto cardiaco o un blocco renale da un momento all’altro ha annunciato la sua portavoce, e non gli si vuole fornire assistenza medica. Soffre ancora dei postumi dell’avvelenamento da Novichok, subito dopo quella che pare una killing-mission fallita da parte dei servizi segreti russi.

I medici tedeschi, che dopo averlo curato la scorsa estate avevano pubblicato su Lancet una review rarissima su come approcciarsi a un paziente avvelenato da quell’agente nervino di fabbricazione sovietica, erano stati chiari: gestita l’emergenza, la terapia intensiva per salvargli la vita, i rischi non sarebbero finiti. Gli organi compromessi, il fisico debilitato, richiedevano cure. E invece il Cremlino lo ha rivoluto in patria per arrestarlo, e lui non si è tirato indietro per sfidare fino all’ultimo il potere. Accusato di formalità, colpito perché la sua opposizione fa paura. Perché l’opposizione monta, non tanto in quanto i russi amino Navalny, ma perché i russi sono esausti e soffrono il peso del ventennio putiniano.

La sua opposizione è rumorosa: il fragore in giro per il mondo è tanto. Il caso Navalny ha inasprito i rapporti con Europa e Stati Uniti di una Russia che si chiude, si serra attorno al potere e per farlo spinge azioni avventuristiche e violente (l’avvelenamento come l’ammassamento di truppe attorno ai confini del Donbas). “È totalmente, totalmente ingiusto. È inappropriato” quello che sta succedendo a Navalny, commenta l’americano Joe Biden. “Detenuto in Russia per ragioni politiche e in sciopero della fame, sarebbe gravissimo. Rischia la morte in pochi giorni”, denuncia dall’Europarlamento il presidente David Sassoli: “In nome del rispetto dei valori umani mi appello alle autorità russe perché sia subito visitato e curato da un medico di sua fiducia”. Posizione analoga presa dalla Farnesina.

#FreeNavalnyNow twitta il segretario del Pd, Enrico Letta, riprendendo l’hashtag che i suoi collaboratori hanno fatto diventare globale. “Le condanne formali non sono più sufficienti. In questo momento si rende necessario fare in modo che la Russia liberi e appresti le dovute cure a un uomo ingiustamente detenuto in carcere”, scrive su queste colonne il leghista Marco Zanni.

Gli stessi collaboratori hanno chiesto ai cittadini russi di registrarsi su un sito (per ora online, chissà per quanto raggiungibile visto la stretta del Cremino su dissidenti e Internet). Stanno organizzando una manifestazione, e hanno raggiunto quasi mezzo milione di adesioni: probabilmente non sono tutti fan di Navalny, ma quasi certamente sono tutti esausti da Putin. A questo si abbina un appello internazionale pubblicato dal Monde in cui settanta figure pubbliche come Jude Law e JK Rowling hanno chiesto umanità a Putin.

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