Conversazione con il cardinale e arcivescovo di Bologna. La Pasqua è il male sconfitto, la pandemia ci ha fatto scoprire sulla stessa barca (di Pietro), ora stiamo dietro agli ultimi, a partire dagli anziani. Divisioni nella Chiesa? Vittime dell’ideologia. Dalla Cina all’Iraq, vi spiego la diplomazia di Francesco

Non praevalebunt. Matteo Zuppi, cardinale, arcivescovo di Bologna, prete di periferia, parla con voce ferma, serafica. Di fronte alla passione della pandemia, della solitudine, questa Pasqua è un balsamo di speranza, e ci fa riscoprire comunità. Ne ha bisogno anche la Chiesa, ferita da “incomprensibili” divisioni politiche al suo interno. Ne hanno bisogno i cristiani perseguitati nel mondo, che “papa Francesco non abbandonerà”.

Cosa significa resurrezione, in questo tempo di prostrazione e dolore?

Che tutto questo male, questo dolore, non avrà la meglio. Non è un semplice “andrà tutto bene”. È molto di più: la luce ha vinto sulle tenebre. Nella nostra fragilità e vulnerabilità abbiamo scoperto che tutto questo dolore non può avere l’ultima parola. Certo, se riduciamo la Pasqua a un benessere garantito da qualche bene materiale, illusione tipica della nostra generazione un po’ consumista, allora non succede niente, rimaniamo delusi. Pasqua sono lacrime asciugate, la vita che ricomincia. Il male che è sconfitto.

La pandemia è stata una grande livella. Ora che tutti sono messi alla prova, chi sono davvero gli ultimi?

Gli ultimi sono gli anziani, che pagano il prezzo più alto. Ma anche i giovani, cui spetta adesso ricostruire una generazione forgiata sul dolore di questi mesi. Gli ultimi è chi ha sofferto la crisi economica, chi lotta per un piatto in tavola, chi è vittima del precariato. La pandemia ci ricorda che siamo tutti uguali, vulnerabili, ci isola. Ma ci fa anche scoprire tutti sulla stessa barca. Per questo non possiamo lasciare indietro nessuno. Né cedere alla tentazione, per citare “Fratelli tutti” nella straordinaria semplicità di Papa Francesco, del “tutti contro tutti”.

Un anno fa c’era un senso di comunità, di com-passione, che ora sembra perso. La stanchezza, la rassegnazione spesso hanno la meglio.

Questa pandemia mette alla prova la nostra perseveranza. Qui c’è una grande lezione: la solidarietà non è mai una fiammata. Deve diventare un modo di vivere, una consuetudine. È vero, c’è stato un logoramento. E però in questo tempo si può costruire qualcosa di più duraturo. Sono emersi tanti nuovi spazi di solidarietà, man mano che usciamo dalla logica dell’emergenza, che non è mai sufficiente, slanci di grande generosità. Penso agli infermieri o i medici che, con pazienza, nelle terapie intensive, porgono al paziente il telefono per poter sentire la voce dei suoi parenti.

Un anno che ha visto crescere le divisioni interne alla Chiesa, con uno scontro fra “progressisti” e “conservatori” che continua a creare lacerazioni.

Sorprendente che ancora ci sia chi parla in questi termini. Lo ha detto Francesco la scorsa Pentecoste: questa è la vera mondanità. Siamo diversi, e siamo tenuti ad esserlo, ma nello spirito, di fronte a chi presiede la comunione, siamo fratelli, peccatori perdonati. Il nostro vero nemico è il Divisore e chi è alleato con lui. Come ha ricordato padre Raniero Cantalamessa, la Chiesa deve “coltivare” l’unità. Quando un’opzione politica prende il sopravvento su quella religiosa, si trasforma in ideologia.

Divisioni, sì, ma anche dialogo, aperture. Come quella del papa al mondo islamico. Cosa resta del suo viaggio in Iraq?

Una testimonianza di straordinaria potenza, a difesa della presenza dei cristiani in quelle terre. La forza di un viaggio come quello del papa in Iraq sta nella nuova prospettiva, nell’allargamento della solidarietà. Francesco ha costruito un pezzo del ponte per la convivenza con il mondo islamico, in Europa e nel resto del mondo. Un errore vedere questo dialogo in contrapposizione con la difesa dei cristiani perseguitati.

C’è un’altra parte del mondo, la Cina, dove i cristiani sono perseguitati. L’intesa della Santa Sede con il governo cinese è stata accolta duramente da una parte della comunità cristiana nel mondo. Serve davvero a tutelarli?

Come per l’Islam, non può esserci contraddizione. Se questa intesa è stata così a lungo studiata, cercata dalla Santa Sede, è ovviamente per tutelare la comunità cristiana e la sua presenza in Cina.

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