Il premier onusiano libico Dabaiba ha davanti a sé una road map per la ricomposizione del Paese che passa necessariamente dal rilancio economico e la ripartenza dello sviluppo. In questo, il suo destino è simile a quello dell’italiano Draghi

Il nuovo premier libico Abdelhamid Dabaiba ha un elemento chiaro in testa per dare forza alla sua azione politica: la Libia ha bisogno di sistemare il proprio quadro economico, anche perché in un Paese prospero è difficile che le divisioni (che resteranno) portino a escalation e conflitti. Ed è sostanzialmente questo che per ora mette d’accordo i libici sul governo onusiano che da qualche settimana ha iniziato le proprie attività, proprio in nome di un Paese di nuovo unito e per superare lo scontro continuo degli ultimi dieci anni, chiaramente pensando al futuro. Sotto questo punto di vista, sebbene con gli ovvi e enormi distinguo, Dabaiba trova nel presidente del Consiglio, Mario Draghi, una intesa di massima proprio sul “gusto del futuro”.

L’incontro di oggi con l’italiano — chiamato dal Quirinale per governare una fase in cui il superamento delle divisioni significa uscire insieme dalla pandemia per aprirsi al rilancio economico e allo sviluppo — è importante anche per certe similitudini. Italia e Libia sovrappongono una situazione idealmente simile. Dabaiba percepisce la situazione, così come Draghi ha chiaro che la proiezione in politica estera dell’Italia non può prescindere dal giocare un ruolo centrale in Libia. Ruolo che se può aiutare Tripoli sul piano politico-economico, per Roma è un rafforzamento del proprio status geo-strategico, che tuttavia si porta dietro anche attività business.

La ricostruzione libica è ghiotta: infrastrutture, petrolio e transizione energetica, il grande portafoglio finanziario che è il fondo LIA. Non a caso potenze come la Cina pensano alla fase di stabilizzazione in corso per riaprire le proprie postazioni diplomatiche e rilanciare le relazioni. Altre come la Russia puntano a sfruttare la sfera di intervento per trasformarla in area di influenza. Dabaiba è conscio di tutto questo, e sa inoltre che diventa anche un trampolino per più ampie dinamiche regionali, come è sempre stato il dossier Libia. È per questo che il libico, businessman misuratino che conosce come il mondo degli affari possa far superare divisioni, riempie l’agenda di appuntamenti in cui — come detto al Corriere della Sera giorni fa — parla la lingua delle relazioni internazionali attuali: quella economica.

Solo negli ultimi tre giorni ha visto il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il primo ministro maltese, Robert Abela, poi l’italiano Draghi e poche ore dopo il greco, Kyriakos Mītsotakīs. Incontri tattici, con leader di Paesi ed entità (l’Ue) che per Dabaiba sono importanti, e per cui Dabaiba sa di esserlo reciprocamente.

Così come sa che è importante che il suo governo riceva particolare attenzione positiva dalla più vasta parte possibile della Comunità internazionale. Dabaiba deve garantirsi tre elementi centrali. Primo, l’uscita ordinata dei mercenari stranieri usati come proxy per combattere l’ultima guerra sui due lati libici; non sarà facile, e Dabaiba sa che senza l’appoggio e il bilanciamento che Ue, Usa, Onu possono giocare non ce la farà mai; ma cauterizzare quelle forze è fondamentale per evitare colpi di testa. Secondo, lo stop alle ambizioni personalistiche delle milizie e dei capi milizia, che spesso si muovono (con le armi) perché sanno che la destabilizzazione paga loro dividendi; e qui sarà lui a garantire a questi bilanciamenti. Terzo, l’allineamento della politica libica (spesso connessa alle milizie) sulle priorità dell’esecutivo, a cominciare dall’approvazione di un bilancio statale unitario e dal riavvio del lavoro congiunto tra Tripolitania e Cirenaica.

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