Draghi a Tripoli vale molto di più degli interessi economici italiani. La visita è un punto di inizio – e di equilibrio – delle dinamiche geopolitiche del Mediterraneo su cui sono puntati gli occhi di Washington e Mosca (e Pechino). Il premier libico nei prossimi giorni sarà nel Golfo: Bahrein, Arabia Saudita, Emirati, forse Qatar

La visita di Mario Draghi in Libia era destinata – anche per la centralità che la stampa italiana gli ha affidato – a essere osservata dall’esterno. Reazioni diverse con letture diverse. Per esempio, in Francia, il Figaro prende una posizione velatamente critica, sottolinea come l’Italia, “che difende i propri interessi economici”, voglia “recuperare un’influenza danneggiata dopo dieci anni di guerra civile”.

Influenza che la Francia vede “danneggiata” allo stesso modo in realtà, dopo aver puntato su una posizione ambigua con l’ex governo onusiano – che in una fase dell’ultima guerra aveva protestato chiudendo i rapporti con Parigi, accusando i francesi di dare sostegno clandestino alle ambizioni del capo miliziano Khalifa Haftar, che voleva rovesciare l’esecutivo di Tripoli e prendersi il paese con le armi.

Dietro a certe considerazioni sui giornali francesi potrebbe esserci anche la competizione che riguarda la fornitura di elicotteri SAR al governo libico? Chissà: il fatto è che nell’incontro tra Draghi e il primo ministro libico Abdelhamid Dabaiba si è parlato di una commessa per elicotteri SAR di Leonardo, mentre lo scorso anno, a marzo, uno dei player del vecchio governo (il ministro degli Interni, Fathi Bashaga) aveva parlato della stessa fornitura a Parigi, via Airbus.

In Germania la visita di Draghi passa sulla FAZ con una nota molto più neutra, si riconosce la centralità che Draghi ha dato al dossier, e “questo è ciò che vogliono la azienda italiane”, scrivono da Francoforte (magari consapevoli che tra le società italiane che saranno coinvolte nei progetti di ricostruzione post-bellica libica potrebbero essercene anche alcune inserite nella catena del valore tedesca).

In questo racconto può incrociarsi altro. La Libia è un banco di prova per la Turchia, con cui l’Unione europea intende recuperare un dialogo — perdere contatto significherebbe isolare Ankara e farla scarrellare lontana dall’Occidente, non certo tra i desiderata di Washington, che parla con l’Ue anche di questo tema. Tema in cui Draghi può avere ruolo di contatto; ruolo e contatto su cui Berlino è ben più propensa di Parigi.

Incroci articolati. La Turchia sulla Libia rivendica prelazione, vuole essere parte del business della ricostruzione, vuole incassare i dividendi di un impegno anche militare. Ankara si è mostrata disposta a ritirare i mercenari siriani alleggerendo la propria presenza militare. E contemporaneamente s’è aperta al dialogo con Atene sul Mediterraneo orientale. I due dossier non sono così distinti, se si considera che la Grecia è anche interessata alla revisione della fascia d’esclusività marittima che collega la Turchia alla Libia — il primo ministro greco ne ha parlato martedì a Tripoli, dove all’aeroporto ha avuto un breve colloquio anche con Draghi.

L’accordo tra i turchi e il Gna è un elemento di tensione nel Mediterraneo, poco a sud-est della Sicilia, che taglia fuori i greci. Una eventuale revisione sarebbe ben venuta come forma di stabilizzazione di parte delle dinamiche mediterranee e sarebbe vista come un passo positivo della Turchia. Roma, Ankara e Atene ne possono parlare, sfruttando come trampolino un processo di normalizzazione che caratterizza il bacino.

Da considerare nel quadro infatti anche Egitto, Israele, Cipro, e gli Emirati Arabi: tutti paesi interessati sia all’East Med — Francia compresa — che (con varie sfumature e coinvolgimento) alla Libia e al Nordafrica; dove d’altronde anche la Germania vuole un ruolo di attore diplomatico seppure a basso ingaggio. In particolare, gli emiratini, un tempo sostenitori militari dei ribelli che combattevano il governo di Tripoli, hanno dato una dimostrazione recente di partecipazione all’attuale processo in corso, inviando le prime dosi di vaccino al governo Dabaiba.

E il premier libico nei prossimi giorni sarà nel Golfo: Bahrein, Kuwait, Emirati, forse Qatar le tappe, in una regione che a sua volta sta normalizzando i rapporti interni (e in parte quelli esterni con la Turchia) con dinamiche politico-diplomatiche che si muovono sotto “effetto Biden”. Il presidente statunitense infatti chiede ad alleati e partner (che siano gli europei, i turchi o i mediorientali) disponibilità al dialogo multilaterale (e la Libia anche di questo è un test, per questo a Tripoli ci si attende una chiama da Washington).

Da Washington arriva intanto a Tripoli e agli alleati la richiesta su una delle grandi sfide per il governo libico, ossia riuscire a convincere la Russia a qualche forma di ritiro (qui l’apertura turca sui mercenari è più che apprezzata come buona volontà che possa far leva sui russi). La presenza dei contractor privati russi (collegati al Cremlino) che dalla Cirenaica haftariana hanno iniziato ad allungare interessi verso sud è infatti considerata la maggiore preoccupazione, perché non è chiaro il gioco che vuol portare avanti Mosca. Una preoccupazionesu cui Italia, Francia e Germania sono chiamate a riflettere anche nel quadro del nuovo approccio delle relazioni e delle priorità transatlantiche. Tutto mentre in Libia si affaccia Pechino.

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