L’Italia è un Paese atlantico, “a metà”. Angelo Panebianco, politologo dell’Università di Bologna e firma del Corriere, spiega l’irresistibile fascino di Putin sulla politica italiana. Dai silenzi dem alla love story leghista, ecco perché neanche una spy story nel cuore di Roma suscita indignazione

“Diciamocela tutta. L’Italia è un Paese atlantico. A metà”. La politica estera è notoriamente argomento che scalda poco i cuori degli elettori nelle democrazie occidentali e quelli italiani non fanno eccezione. Figurarsi la politica estera dei partiti, che in Italia più che altrove è un grande e sbiadito mosaico di cui non si capisce il disegno originario.

Una sola cosa mette d’accordo (quasi) tutti, progressisti e conservatori, leghisti e dem, sinistrorsi e destrorsi. In Italia non c’è un solo partito che voglia, o possa, battere i pugni sul tavolo di fronte alla Russia di Vladimir Putin. Eccolo, l’“atlantismo a metà” di cui ci parla Angelo Panebianco, politologo dell’Università di Bologna e firma di punta del Corriere della Sera.

Per gli scettici basti e avanzi il recente caso della spy story russa sventata in un parcheggio di un supermercato di Spinaceto, a Roma. Se ha fatto rumore, dentro e fuori l’Italia, l’arresto dell’ufficiale della Marina Walter Biot, fermato in flagranza a vendere segreti militari della Nato a una spia russa legata all’ambasciata di Mosca, non meno rumoroso è stato il silenzio delle direzioni di partito su una vicenda che sa di Guerra Fredda.

Fatta eccezione per qualche singola intemerata, le dichiarazioni di condanna per lo spionaggio russo si contano su una mano. “Certo, non tutti i partiti si sono mossi allo stesso modo”, dice Panebianco, prima di passarli tutti in rassegna. “Dalla Lega è filtrato evidente imbarazzo, forse dovuto ai suoi noti legami con la politica russa. Legami rivendicati con orgoglio da una componente interna, vicina al segretario Salvini”. “Dal Pd qualcuno ha preso posizione”, riconosce. I Cinque Stelle, invece, “sembrano indifferenti, sappiamo che hanno un orientamento più favorevole a un’altra potenza, la Cina”.

Fratelli d’Italia ha chiesto a Mario Draghi di riferire in Parlamento, ma senza alzare troppo i toni. “Non saprei quale sia la posizione di Giorgia Meloni – riflette pensieroso Panebianco – sinceramente mi sembra un po’ in difficoltà. Hanno perso il loro primo punto di riferimento dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump, ma non vogliono neanche la contrapposizione frontale con gli Usa di Joe Biden, specie su temi che riguardano la Nato. Rimangono, dunque, un po’ sospesi”.

Questo limbo in cui galleggia buona parte della politica italiana quando c’è da tuonare contro Mosca è figlio di un’antica tentazione, spiega il professore. “Quella di fare i pontieri tra un estremo e l’altro. I tempi però sono cambiati. L’Italia faceva da mediatrice quaranta, cinquant’anni fa, quando c’era un sistema bipolare e la Dc al governo, per non acuire lo scontro con il Pc, cercava di avere un rapporto non conflittuale con l’Unione sovietica”. Ma all’epoca le regole del gioco erano altre, “il rigido bipolarismo non consentiva grandi manovre”. Ora invece, “con un sistema multipolare, i margini sono molto più ampi e la politica si divide sulle grandi scelte della diplomazia”.

Che poi, dice Panebianco, scaricare tutto sulla politica non sarebbe neanche corretto. “Non dobbiamo guardarla solo dalla prospettiva dei vertici. In Italia, secondo i sondaggi, c’è un certo tasso di antiamericanismo. E l’antiamericanismo non è mai innocente, perché implica quasi sempre una simpatia per le potenze autoritarie, a volte sia per la Russia che per la Cina, altre per una sola delle due”. Un Paese atlantista, fifty fifty.

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