L’agenzia cinese Xinhua ha dato ampio risalto alle novità sulla prossima missione lunare di Pechino, Chang’e 6: partirà nel 2024 con contributi (udite udite) di “Francia, Svezia, Italia e Russia”. Visto il momento di ridefinizione delle alleanze spaziali, l’annuncio non pare casuale. Ma per l’Italia si parla di retroriflettori (targati Infn), già di successo in tanti programmi

L’Italia sulla Luna con la Cina. È questo che si potrebbe desumere leggendo il lancio di agenzia di Xinhua che domenica (ripresa da Associated Press e dall’Ansa) ha fatto il giro del mondo. Riguarda le parole di Hu Hao, capo ingegnere del programma Chang’e 6, la prossima missione lunare di Pechino. Partirà “intorno al 2024” e avrà a bordo strumenti scientifici di “Francia, Svezia, Italia e Russia”. In un momento di ridefinizione di alleanze spaziali, ciò è bastato per far alzare più di qualche sopracciglio, considerando che la nuova corsa alla Luna è ormai a tutti gli effetti al centro del nuovo confronto spaziale tra Stati Uniti e Cina, e che l’Italia ha ben aderito al programma Artemis promosso da Washington.

L’INTESA RUSSIA-CINA

Tra l’altro, gli americani hanno assegnato al programma Artemis un carattere particolarmente geopolitico, invitando all’adesione “alleati e partner” e lanciando gli appositi Artemis Accords sullo sfruttamento delle risorse extra-atmosferiche. Di tutta risposta, la Russia ha stretto i rapporti con Pechino, annunciando da poco anche l’intenzione di abbandonare la Stazione spaziale internazionale (Iss) intorno al 2025. A settembre 2019, Roscosmos e Cnsa hanno siglato un’intesa per collaborare nel campo dell’esplorazione lunare, attraverso un reciproco contributo per la sonda orbitante russa Luna-26 e per la missione cinese Chang’e 7, che prevede l’approdo sul polo sud lunare, lo stesso identificato dagli Usa per Artemis. Intesa corredata dal lancio di un data center condiviso, da realizzare con hub in entrambi i Paesi. Più di recente, a inizio marzo, le due agenzie hanno siglato un memorandum per realizzare insieme una stazione spaziale lunare, già rinominata International Lunar Research Station (Ilrs).

APERTURA O TRANELLO?

Il 23 aprile, a margine della 58esima sessione del sottocomitato tecnico-scientifico del Copuos (il comitato dell’Onu per l’uso pacifico dello Spazio), Russia e Cina hanno invitato formalmente tutti gli altri Paesi ad aderire al progetto “a tutti i livelli”, dalla progettazione fino alle operazioni. In sintesi, venerdì, a margine di una riunione presso le Nazioni Unite, Russia e Cina aprono l’Ilrs a “tutti”. Due giorni dopo, domenica, l’agenzia cinese Xinhua celebra il nuovo annuncio su Chang’e 6, sottolineando i contributi al programma di Francia, Svezia, Italia e Russia, senza tuttavia specificare altro.

IL PROGRAMMA DI PECHINO

Il programma di Pechino è tutt’altro che improvvisato. Nel 2007 e nel 2010 sono partite rispettivamente Chang’e-1 e Chang’e-2, con due sonde orbitanti intorno al satellite. Nel 2013, Chang’e-3 ha condotto sulla superficie un lander e un rover che, nonostante alcuni problemi di mobilità, ha operato per 31 mesi. A inizio 2019 (poco prima dell’annuncio Usa su Artemis) la sonda Chang’e 4 sorprese il mondo, diventando la prima nella storia a essersi posata sul lato nascosto della Luna. Più di recente, a dicembre, la missione Chang’e 5 ha permesso alla Cina di diventare il terzo Paese al mondo a riportare a Terra campioni della superficie lunare (non succedeva dal 1976, missione sovietica Lunnik 24, quattro anni dopo l’Apollo 17). Lo stesso farà Chang’e 6, con obiettivo specifico sul polo sud lunare. Sarà poi la volta della Chang’e 7 e della Chang’e 8, dedicate allo studio profondo della superficie, con tanto di stampante 3D per costruire in situ strutture di ricerca e preparare così il terreno all’obiettivo più ambizioso: l’approdo dei primi taikonauti sulla Luna. Fino allo scorso dicembre, le autorità cinesi ne parlavano “nel giro di circa dieci anni”.

E L’ITALIA?

L’Italia sarà intanto a bordo della prossima missione lunare cinese. Ma come? Con i retroriflettori realizzati dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), e in particolare dallo “Scf_Lab”, il laboratorio (tra i laboratori nazionali di Frascati) che si occupa di progettare, costruire e qualificare questo tipo di sistemi. Trattasi di sistemi utili al posizionamento di precisione tramite il tracciamento laser. A bordo di Chang’e 6 ce ne saranno due: il più grande MoonLight, e il più piccolo Inrri. I due strumenti sono stati selezionati nell’ambito di un bando internazionale dell’agenzia Cnsa che risale al 2019.

SISTEMI DI SUCCESSO

Si tratta, d’altra parte, di sistemi ben apprezzati all’estero. Il laboratorio dell’Infn vanta un forte partenariato con l’Asi e storiche collaborazioni con Esa e Nasa. A bordo del rover Perseverance che sta segnando record su record su Marte, c’è anche il microriflettore Lara (Laser retroreflector array), realizzato dall’Infn per conto dell’Agenzia spaziale italiana (Asi). Simile contributo era su InSight, il lander Nasa partito a maggio 2018 verso il Pianeta rosso. Simile contributo sarà anche sui prossimi passi del programma Mars Sample Return, targato Nasa-Esa, per riportare sulla Terra campioni di superficie marziana. In prospettiva, la dotazione sui diversi lander e rover del sistema Lara permetterà di offrire un preciso sistema di geolocalizzazione.

BUSSOLA SPAZIALE A CONFRONTO

Il sistema è piaciuto alla Cina, che ha così selezionato il microriflettore italiano per la sua missione Chang’e 6. Nulla di più, nonostante tornino alla memoria gli sbandamenti di inizio 2019, con la firma di un protocollo spaziale Italia-Cina collegato al discusso memorandum firmato allora da Giuseppe Conte (nel suo primo governo) e Xi Jinping. Già nel 2018, Comitato interministeriale per le politiche spaziali di palazzo Chigi dava il via libera a valutare la partecipazione italiana alla nuova stazione spaziale cinese, la Tiangong-3, punta di diamante delle ambizioni di Pechino oltre l’atmosfera. Sarebbe stata la Cina a identificare la costruzione di un modulo abitativo da parte dell’industria italiana, vista l’esperienza acquisita dall’industria nostrana sul tema. Poi però il richiamo di Artemis è suonato forte, con annesso valore geopolitico della nuova corsa allo Spazio. Nel resto del 2019 l’Italia ha ufficializzato la propria adesione al programma americano, maturato ambizioni su tutti i fronti (dai moduli alle telecomunicazioni) e ridimensionato la collaborazione con la Cina. A fine 2019, dalla US-China Commission del Congresso americano arrivava un avvertimento chiaro: la nuova Via della seta giunge fino allo Spazio; percorrendola, la Cina vuole sostituire gli Stati Uniti anche oltre l’atmosfera.

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