Un anno fa lo Stato fissava le regole per concedere credito bancario con la garanzia pubblica. Un’operazione salvifica ma che ora deve provare a guardare oltre. Il dibattito con Giorgetti, Mattarella, Bianchi e Perrazzelli

Questione di liquidità. Se c’è un fattore che può fare la differenza in tredici mesi di pandemia è la possibilità per piccole e medie imprese di avere un po’ di cassa a fronte di un fatturato pressoché inesistente. Per questo i prestiti bancari garantiti dallo Stato hanno assunto in questo anno terribile una valenza che definire strategica è poco, evitando a migliaia di imprese la morte celebrale o peggio, la trasformazione in zombie industriali. Forse la parola più adatta è salvezza. Il punto della situazione è stato fatto oggi in occasione della  presentazione on line del Report Fondo di garanzia per le Pmi. Il sostegno alla liquidità delle imprese nell’emergenza Covid-19 curato da Svimez in collaborazione con il gestore del Fondo di garanzia per le Pmi e Mediocredito Centrale.

All’evento, moderato da Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, hanno partecipato Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo Economico, Alessandra Perrazzelli, vicedirettrice generale della Banca d’Italia, Massimiliano Cesare, presidente del Mediocredito Centrale, Bernardo Mattarella, ceo del Mediocredito Centrale e Luca Bianchi, direttore dello Svimez.

PRESTITI (GARANTITI) CONTRO LA PANDEMIA

Un bilancio, prima di tutto. Dal 19 marzo 2020, data in cui sono entrate in vigore le modifiche alle modalità operative del Fondo di garanzia, con il primo decreto d’emergenza, al 10 aprile 2021 sono state presentate 1.877.179 domande per un ammontare di 153,5 miliardi di euro di cui 1.121.138 domande per un ammontare di 21,8 miliardi di euro relative ad a operazioni fino a 30mila euro garantite al 100%.

Un primo effetto di tale operazione è stato quello di evitare fenomeni di assenza di credito analoghi a quelli osservati durante il biennio 2012-2013. Non è un caso che, secondo i dati dello stesso Svimez contenuti nel rapporto, nei primi quattro trimestri del 2020, infatti, gli impieghi all’economia reale sono aumentati in misura ragguardevole; in maniera pressoché analoga sia al Centro-Nord che al Sud. Con riferimento alle domande approvate dal Fondo di Garanzia, il 26,7% delle richieste (497.911) proviene infatti da imprese del Mezzogiorno, il 28,3% (527.515) dal Nord-Ovest, il 20,9% dal Nord-Est (388.980) e il 23,96% (445.794) dal Centro.

OLTRE IL SOCCORSO

Per il ministro Giorgetti, quanto fatto finora non è certo poco. Ma forse ora serve un cambio di paradigma, guardando non solo alla cura ma anche alla guarigione. “L’evento pandemico ha messo a dura prova il nostro tessuto economico costituito da piccole e medie imprese spesso non solidissime”, ha affermato Giorgetti nel corso dell’evento. “Il meccanismo di garanzia costruito dal Mediocredito Centrale ha ottenuto risultati sorprendenti, stendendo una rete di sicurezza sul sistema delle Pmi. Ed è incredibile come la burocrazia italiana abbia risposto con grandissima rapidità e tempismo alle imprese”.

Ma “ora stiamo riflettendo sulle modalità di proroga e anche di allungamento nella durata delle garanzie, andando oltre la logica di soccorso, per accompagnare le prospettive delle imprese nei settori dell’innovazione e della transizione ecologica. La sfida adesso è decidere quali siano le aziende da aiutare perché hanno un
futuro e quali no”. Per il ministro insomma, occorre rivedere certi parametri per l’erogazione delle risorse, individuando quali imprese possono riprendere la via del business e quali invece l’hanno smarrita per sempre. “Spesso si è aiutata l’impresa che non aveva bisogno di essere aiutata, dobbiamo fare attenzione a questi passaggi”, ha precisato Giorgetti.

LA SPONDA DI BANKITALIA

Sulla scia di Giorgetti e sulla necessità di ripensare l’assetto dei finanziamenti e dell’impiego delle risorse anche “Sulla rimodulazione delle misure di supporto alla liquidità delle aziende, ci si sta interrogando, non solo in Italia, con proposte diverse”, ha sottolineato Perrazzelli. “Le soluzioni prospettate andrebbero valutate adattandole alle peculiarità della nostra struttura imprenditoriale e valorizzando gli aspetti che possono mitigarne le debolezze. È bene, in ogni caso, che la rimodulazione non avvenga prima che la situazione sanitaria e quella economica siano significativamente migliorate. Con il ridursi dell’incertezza sulle prospettive dell’economia, l’utilizzo delle misure potrà essere reso maggiormente selettivo, così da limitare il rischio di destinare risorse a imprese che non ne avrebbero bisogno o prive di prospettive di rilancio, con ricadute negative sulla crescita dell’economia”.

UNA SCIALUPPA SICURA

Bernardo Mattarella, numero uno del Mediocredito, ha rimarcato con orgoglio il ruolo giocato dai prestiti garantiti alle imprese. Un vero baluardo contro una crisi senza precedenti. “Il Fondo di garanzia è stato uno strumento decisivo per evitare che durante la crisi pandemica si interrompesse il flusso di credito alle imprese. Lo Svimez ci dice che la struttura portante della nostra economia, costituita essenzialmente da piccole e medie imprese, ha fin qui sostanzialmente resistito alla crisi, nonostante le significative difficoltà”. Ma anche per il manager occorre un cambio di parametro. Ora la sfida non è solo quella di proseguire nell’utilizzo di strumenti che si sono rivelati efficaci nell’affrontare l’emergenza, ma aiutare il tessuto produttivo nazionale a incamminarsi lungo un nuovo sentiero di crescita, senza che si verifichi, come in passato, un divario regionale dei percorsi di sviluppo”.

OCCHIO ALLO ZOMBIE

Non è tempo comunque di abbassare la guardia. “La pandemia rischia di triplicare il numero delle imprese con indicatori di bilancio critici che ricadrebbero nella classe 5, ovvero le imprese zombie”, ha spiegato Bianchi. “Tale risultato, fortemente differenziato tra i settori, è determinato dallo scivolamento verso il basso di aziende con una situazione, appena poco prima, strutturalmente migliore. La policy intervenuta nel 2020 ha impedito che tale situazione divenisse concreta. La sfida, ora, è di trovare strumenti che trasformino il debito contratto dalle imprese in forme gestibili che non ne compromettano la normale operatività. Anzi, lungo questa strada, sé necessario pensare a strumenti in grado di accrescere strutturalmente la patrimonializzazione delle aziende che costituisce come emerso dall’analisi un punto debole dell’impianto economico-finanziario”.

 

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