Le potenzialità energetiche del Mediterraneo, le sensibilità, l‘impegno nelle aree di crisi, la protezione delle infrastrutture energetiche (anche nel campo cyber). Conversazione con Piredda, Affari internazionali dell’Eni

BSicurezza energetica, sicurezza marittima, geopolitica nel Mediterraneo. Formiche.net ne parla con Marco Piredda, manager dell’Eni, in cui svolge il ruolo di Head of Political Scenarios and Institutional Business Support, raggiunto a margine dell’evento “Energy Strategies” organizzato dalla Nato Defense College Foundation.

Qual è la situazione nel Mediterraneo orientale?

Il Mediterraneo orientale continua ad essere una delle più interessanti regioni per la ricerca e produzione di gas al mondo. Ne sono prova – solo negli ultimi mesi – l’acquisizione, da parte di una major come Chevron, di Noble Energy operatore, tra l’altro, del mega giacimento israeliano Leviathan gli accordi sulle infrastrutture tra Egitto e Israele, la ripresa delle operazioni LNG nel terminale di Damietta. Da una prospettiva strettamente energetica, si tratta insieme di una importante realtà e di una più grande promessa, non facile da mantenere: da un lato, infatti, grazie a Leviathan prima e, soprattutto Zohr, dopo, Israele ed Egitto hanno raggiunto l’autosufficienza energetica e hanno attratto rilevanti investimenti; dall’altro, gran parte del potenziale è in acque profonde e non direttamente collegato ai principali mercati europei e asiatici, oltre che in aree politicamente complicate.

Cosa significa questo?

Significa che sono necessari ingenti risorse per scoprire e – soprattutto – portare in produzione e commercializzare nuovi volumi di idrocarburi; il che era facilmente immaginabile dieci anni fa, mentre oggi l’industria – in un mercato “lungo” e dominato dall’incertezza sulla domanda futura – conduce valutazioni ben più selettive. Inoltre, oggi occorre privilegiare quei progetti che, oltre a offrire buone probabilità di successo, assicurano tempi di monetizzazione più brevi e non sono esposti a rischi eccessivi. Per fare prima e spendere meno, diventa essenziale poter contare sulle infrastrutture esistenti, ripartendone il costo tra più produzioni. 

È quello che Eni è riuscita a fare con il giacimento egiziano Zohr?

Sì, è stato messo in produzione a tempi record (27 mesi, la metà della media del settore) grazie a un’ingegneria d’eccellenza e alla vicinanza agli impianti esistenti; ed è quello che stiamo facendo con il riavvio di Damietta. Oramai la valutazione più diffusa è che sia preferibile valorizzare, ove possibile, le infrastrutture disponibili e utilizzarle in comune, mentre è sempre più difficile immaginare nuovi grandi progetti. Questo significa che il gas prodotto nell’East Med in futuro sarà anzitutto destinato a soddisfare i fabbisogni interni (previsti in crescita nel prossimo decennio, in particolare di oltre il 2% all’anno in Egitto e del 4% in Israele); poi, i volumi in surplus saranno molto probabilmente esportati nella forma più efficiente, utilizzando i due impianti di liquefazione già presenti in Egitto e, eventualmente, costruendone di nuovi. 

Una simile impostazione assicura il necessario grado di flessibilità e di sostenibilità economica sia ai paesi interessati che alle compagnie: non a caso il trasporto del gas in forma liquefatta è il protagonista del mercato, con una quota del 38% sul totale del gas commercializzato nel 2019. In questo modo il gas egiziano e israeliano e, in futuro, quello cipriota e, chissà, libanese, potrà essere venduto non solo in Europa (dove la domanda diminuirà gradualmente) ma anche in Asia, dove crescerà maggiormente in futuro.

E la sicurezza energetica?

Il ragionamento strategico sulla sicurezza degli approvvigionamenti si sta adattando mentre il mondo dell’energia ripensa se stesso. Dalla prospettiva della sicurezza energetica europea, è maturo – a mio avviso – il superamento delil tradizionale schema secondo cui l’Europa consuma gli idrocarburi prodotti nella sponda sud (e sud-orientale in questo caso): sia perché l’Europa consumerà sempre meno fonti fossili; sia perché quelle prodotte nel MED nel medio e lungo temine andranno solo in parte minore verso il vecchio continente. Se resterà importante (ma anch’esso in calo) il contributo dei fornitori tradizionali di gas (v. Algeria) alla sicurezza energetica europea, il paradigma della relazione dovrà cambiare radicalmente, in parallelo con la trasformazione dell’intero mondo dell’energia. 

La transizione energetica causerà sicuramente cambiamenti nelle relazioni tra i paesi: come?

Nel medio termine (ovvero il decennio decisivo che è appena iniziato, definito “make or brake decade”, in cui dobbiamo agire con efficacia per fermare il cambiamento climatico) i vincenti, tra i paesi oggi importatori, saranno quelli in grado di garantire una transizione solida, che combini l’innovazione tecnologica e la sicurezza degli approvvigionamenti con la sostenibilità ambientale ed economico/sociale. Per i paesi esportatori, la sfida è – già oggi – la diversificazione dell’economia, la riduzione dell’impatto carbonico delle produzioni e l’efficienza nell’uso delle risorse (convenzionali) ancora ampiamente disponibili.

È evidente che il contesto delle relazioni tra i paesi dell’area, molto movimentate negli ultimi anni, sarà decisivo per determinare il grado di sviluppo delle risorse o&g, ma anche le più ampie prospettive di collaborazione sulle nuove energie. Sotto questo profilo, gli ultimi sviluppi sembrano giustificare un cauto ottimismo: in Israele, ad esempio, si sente l’effetto degli Accordi di Abramo, con l’emiratina Masdar e la sussidiaria locale della francese EDF che hanno firmato un accordo di cooperazione strategica per lo sviluppo di progetti nel campo delle rinnovabili. La diplomazia energetica tra Egitto, Israele e Giordania si rafforza e quest’ultimo paese oggi ha un mix energetico composto per l’80% da gas israeliano e il 20% da energia rinnovabile.

L’energia è causa (o concausa) dei contrasti nella regione? 

Direi né l’una, né l’altra. Diventa, però, un’occasione che li rende manifesti in ambito territoriale ed economico, anche quando hanno invece una natura prevalentemente politico-ideologica o etnico-culturale. Ad esempio, è fuorviante pensare di spiegare la politica di potenza turca attraverso le rivendicazioni energetiche: l’energia viene piuttosto utilizzata come terreno di scontro, in cui si rivendica la propria presenza nello scenario del Mediterraneo Orientale e per l’affermazione del “diritto di contare”. Le cause dell’instabilità rimangono quindi prettamente politiche, mentre l’energia stessa può offrire un terreno di incontro tra interessi diversi.

Autosufficienza o supremazia energetica?

Prima ho parlato di autosufficienza perché il concetto tanto diffuso di indipendenza energetica – come quello, più enfatico, di supremazia – a mio avviso trascura l’alto grado di interdipendenza sia tecnologica, che infrastrutturale, che finanziaria, che è tipica del nostro settore e ancor più evidente in questa particolare fase dell’o&g nel Mediterraneo. Un tratto che è evidente anche negli accordi raggiunti negli ultimi anni: oltre a quello tra Egitto e Cipro (del 2018) sulla valorizzazione del gas cipriota con gli impianti LNG egiziani, ricordiamo i contratti di commercializzazione del gas firmati da Israele e Giordania del 2016 e quelli tra Israele ed Egitto del 2018 (sulla vendita di gas e sull’impiego del gasdottoEMG che collega i due Paesi).

Il Mediterraneo Orientale è caratterizzato da alta volatilità geopolitica, mercati limitati, quadri regolatori frammentati. In tale contesto, la recente istituzione di un organismo che rafforza l’interdipendenza regionale – quale l’East Med Gas Forum (EMGF) – ha rappresentato una svolta importante. La costituzione del Forum è stata una coraggiosa e quantomai appropriata risposta alle crescenti necessità di coordinamento tra i paesi. Trasformato di recente in una vera e propria organizzazione intergovernativa, il Forum punta a migliorare la competitività delle risorse offshore, proprio attraverso la messa a fattor comune delle infrastrutture esistenti, l’attivazione di sinergie per ridurre i costi e la formulazione di un quadro normativo comune. 

La pandemia ha pesato su queste dinamiche?

Certamente, almeno in due modi molto tangibili. Il primo, operativo e logistico: come gran parte delle attività che richiedono spostamenti di persone e mezzi tra diversi paesi, anche quelle esplorative nell’East Med sono state sospese a causa del Covid-19. Il rinvio ha riguardato i progetti a Cipro e in Libano (Eni, Total, Exxon), che dopo circa un anno di sospensione dovrebbero riprendere nella seconda parte di quest’anno, mentre le attività in Egitto e Israele hanno risentito in misura minore. Il secondo impatto della pandemia è legato ai devastanti effetti che la frenata del commercio e delle economie mondiali ha determinato sui mercati energetici, già esposti alle incertezze della transizione per l’abbattimento delle emissioni. Qui le conseguenze sono più articolate e alcune non finiranno con la fase acuta della pandemia.

Anzitutto, dobbiamo fare i conti con l’incertezza sulle prospettive della domanda di energia ancora debole a livello globale (mentre in Egitto e Israele il Covid ha avuto impatti più contenuti). Un’incertezza che ha prodotto sia il crollo verticale della scorsa primavera, sia – per una combinazione di fattori– una fiammata nelle quotazioni del LNG negli ultimi mesi. In questo contesto, dominato dalla debolezza e scarsa prevedibilità della domanda, è difficile assumere decisioni di investimento importanti: quindi, un effetto negativo sulla potenziale produzione futura e sui tempi per arrivarci. 

D’altra parte, forse non si è apprezzata abbastanza la continuità delle forniture che l’industria energetica ha saputo assicurare durante tutta la pandemia, mostrando una solida tenuta operativa, sostenuta dal necessario grado di ridondanza del sistema.

Recentemente l’ad di Eni, Claudio Descalzi, è stato a Tripoli dove ha incontrato il premier del GNU e assicurato l’assistenza dell’azienda italiana nello sviluppo futuro e nel processo di stabilizzazione che si è faticosamente innescato. Come vede Eni quello che si sta muovendo in Libia? 

Le evoluzioni degli ultimi mesi sono state incoraggianti. Dopo un altro anno buio, culminato con il blocco quasi totale delle esportazioni petrolifere, i libici sembrano aver ripreso in mano – se non il proprio destino – almeno il futuro prossimo di una nazione ancora da costruire, riconoscendo alcune importanti ragioni e interessi comuni per interrompere la guerra e le devastazioni e negoziare una nuova fase costituente. Già poter parlare di Libia, mentre non molti mesi fa c’era chi ragionava di spartizione, è un buon punto di ri-partenza. Pur nell’estrema fragilità dell’attuale equilibrio, va sottolineato che questo è il frutto – oltre che dell’impegno positivo di molti attori esterni, tra cui ONU, UE, Italia e Stati Uniti – del faticoso riconoscimento che non vi sono soluzioni “esogene” accettabili e che il conflitto è stato un crudele gioco a somma negativa.

Le influenze negative esterne non spariranno facilmente, mentre i personalismi interni restano forti. Ma ci sono molte energie ancora inespresse che possono aiutare la stabilizzazione. Un esempio lo abbiamo avuto proprio in campo energetico: il blocco dei terminali orientali è finito anche perché si è riconosciuto il grave danno provocato all’intera popolazione, a partire da quelle città della Cirenaica rimaste senza energia per l’interruzione del flusso di gas e prodotti raffinati. Il che si era aggiunto alle quasi totale perdita delle entrate petrolifere, che alimentano la gran parte dell’economia libica anche negli angoli più periferici e remoti. In altri termini, i libici sanno che il loro presente, la loro stessa sopravvivenza, dipende dall’industria o&g, e che anzitutto su questa si può fondare la rinascita del Paese.

Ed Eni in Libia è stata sempre presente…

In questo contesto Eni non ha mai smesso di fare la sua parte, anzitutto continuando a produrre – insieme alla società di stato NOC – la gran parte del gas destinato al mercato locale, soddisfacendo per l’80% la domanda interna. Infatti, circa la metà della produzione della nostra JV in Libia è gas, che viene prioritariamente destinato al consumo domestico (i due terzi degli oltre 10 bcm totali) e, in parte minore, esportato verso l’Italia. Dopo l’interruzione dei conflitti armati, il settore o&g ha bisogno impellente di investimenti su infrastrutture e asset produttivi. Eni, partner storico della NOC, si impegna nello sviluppo dei nuovi progetti offshore e di iniziative nel settore delle rinnovabili, che permetteranno di rispondere alla crescente richiesta di energia elettrica domestica, riducendo l’impronta carbonica.

Qual è il ruolo con cui un’azienda come Eni si pensa all’interno di certi dossier delicati? (Penso appunto alla Libia ma anche che so al Mozambico, o ancora al contesto dell’East Med, o quello del Golfo, e i vari teatri delicati in cui Eni è impegnata, sebbene con le logiche differenze specifiche).

Sono tutti scenari complessi, ma molto diversi tra loro, ognuno con il suo profilo di rischio e importanti progetti e opportunità nel settore energetico. Eni è da anni impegnata a rivedere la propria presenza nelle geografie energetiche globali, sia in chiave di riduzione e differenziazione dei rischi, sia per cogliere le migliori opportunità di un settore in radicale trasformazione. Oggi credo che il ruolo dell’azienda sia definito principalmente dalla sfida, comune a tutti noi, della lotta al cambiamento climatico.

In molti degli scenari in cui Eni opera, come in Africa e in Asia, questo comporta il doppio impegno, quotidiano e formidabile, volto a ridurre drasticamente l’impatto carbonico delle nostre attività e dei nostri prodotti, e a fornire energia allecomunità che ne hanno estremo bisogno, per vivere dignitosamente e crescere economicamente. Si pensi, tra gli esempi richiamati, al Mozambico, che attraversa una delicata fase per le minacce alla sicurezza nel nord del Paese: dopo la storica scoperta a gas, dieci anni fa (oltre 2000 bcm di risorse) – Eni e i suoi partner stanno realizzando il primo progetto offshore LNG in Africa (Coral South), che prevede una produzione iniziale di circa 3,4 mln. di tonnellate di LNG l’anno a partire dal 2023. In questi termini si può dire che l’azienda si propone – com’è nel nostro DNA – come agente e catalizzatore di sviluppo, in un rapporto rispettoso e paritario con le comunità che ci ospitano. 

Cambiando del tutto scenario, il Golfo è una delle aree in cui Eni ha maggiormente investito negli ultimi anni, su vari business e in diversi paesi dall’Iraq agli E.A.U., dal Bahrein all’Oman (è un elenco parziale e aperto). Anche in questa regione non mancano tensioni e minacce, ma recentemente si sono registrati alcuni segnali di distensione, sia tra i paesi del GCC, sia rispetto alle relazioni tra l’Iran e la comunità internazionale. Anche in altri contesti difficili, come la Libia o alcune aree dell’East Med, Eni deve sempre e anzitutto garantire la sicurezza delle proprie persone e dei propri asset, in collaborazione con le istituzioni italiane e locali, in una rigorosa distinzione di ruoli e di competenze.

Eni e, oppure è, la politica estera italiana?

Quando arrivai in Eni, molti anni fa, la narrazione più diffusa fuori dall’azienda era quella secondo cui la politica estera italiana, negli scenari di principale rilievo energetico, era determinata da Eni e dalle sue priorità. In azienda, al contrario, si faceva il possibile per non incoraggiare questa rappresentazione, che non poteva essere un buon viatico per qualsiasi relazione o azione istituzionale. Da diversi anni, però, mi sembra che questa idea sia andata sfumando in una percezione meno semplicistica e più aderente al complesso rapporto tra interesse nazionale e priorità aziendali in un settore strategico come l’energia, che si incontrano in quella formula, forse oggi abusata ma sostanzialmente corretta, di “sistema Paese”. Ecco, Eni è una parte importante del sistema Italia, che conta ed è riconosciuta in molti contesti internazionali, compresi quelli molto complessi di cui abbiamo discusso. 

Nel panel della NATO Foundation in cui lei ha partecipato in questi giorni, si è parlato di sicurezza cooperativa come valore aggiunto per affrontare vecchie e nuove minacce alle infrastrutture energetiche, compresi gli attacchi informatici. Ci spiega come il cyber-warfare sia un fattore di attenzione anche per il mondo dell’energia?

Partirei col dire che la progressiva sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili non renderà la sicurezza energetica meno rilevante. Le connessioni fisiche e il bilanciamento tra produzione e consumo dipenderanno fortemente dalle soluzioni digitali, dalla ridondanza dei sistemi e, domani come oggi, da conflitti e alleanze. L’interdipendenza tra i paesi non finirà, mentre emergeranno nuovi squilibri.

Forse dovremmo dubitare di una descrizione del futuro energetico, oggi piuttosto diffusa, come un mondo in cui ogni Stato e quasi ogni famiglia avrà la propria produzione di energie rinnovabili e le risorse energetiche saranno ampiamente e più equamente distribuite. Si è ipotizzato che le energie rinnovabili cambino radicalmente il panorama energetico in uno più “giusto e pacifico”, perché accessibili ad ogni latitudine e non concentrate geograficamente. Io credo che continueremo ad avere un’economia e scambi internazionali basati sui vantaggi comparativi e che la specializzazione tecnologica e nelle catene del valore sopravviverà in gran parte a questa rivoluzione.

Ciò detto, con l’attesa elettrificazione di buona parte del sistema energetico si porranno nuove sfide alla sicurezza: anzitutto per la necessità di bilanciare sistemi enormemente complessi, composti da una miriade di attori che combineranno il ruolo di consumatori e produttori (prosumer); inoltre avremo probabilmente nuove forme di vulnerabilità derivanti, appunto, dalla complessità e da una sempre più estesa e capillare digitalizzazione.

In quanto tipiche infrastrutture critiche, le reti energetiche e i sistemi elettrici sono esposti a varie forme di cyber attacchi, quindi? 

Nel corso dell’ultimo decennio abbiamo assistito ad attacchi a grandi player energetici (come Saudi Aramco), a centrali elettriche (anche nucleari, ad esempio in Corea del Sud, India e USA) e alle reti di distribuzione. Tra i casi più noti, i blackout che hanno interessato la rete elettrica ucraina sia nel 2015 che nel 2016, con decine di migliaia di persone senza corrente elettrica. Dal 2017 gli USA hanno denunciato svariati attacchi cyber o accessi non autorizzati a reti elettriche e impianti di generazione. Un crescendo di casi, più o meno noti, che spesso si accompagnano a tensioni politiche regionali o globali e che rischiano di produrre gravi ripercussioni economiche e sociali.

La continua digitalizzazione del settore energetico amplia potenzialmente lo spettro delle minacce, che potrebbero colpire ogni sistema complesso e connesso in rete?

Una dinamica che, accanto alla progressiva elettrificazione e interconnessione dei sistemi elettrici nazionali e transnazionali, rende cruciale rafforzare la resilienza cibernetica e rivedere il paradigma delle infrastrutture critiche. Proprio in queste settimane la nuova amministrazione Biden si è impegnata a difendere le reti statunitensi dagli attacchi informatici mediante lo sviluppo di una nuova strategia per la difesa del settore, che si accompagnerà a un forte coordinamento tra autorità pubbliche e private (utilities, ecc).Naturalmente, insieme alle nuove minacce verranno perfezionati i rimedi per farvi fronte, grazie al continuo progresso dell’intelligenza artificiale, ma anche ad un necessario grado di ridondanza che i sistemi dovranno mantenere e sviluppare.

D’altra parte, l’interdipendenza e l’interconnessione – ormai percepite soprattutto come un rischio (anche a causa della pandemia e dei suoi effetti sulle catene di fornitura) – sono anche tra i modi più importanti ed efficaci per ridurre i conflitti e rafforzare la collaborazione. Una domanda cruciale dei nostri giorni, nel campo dell’energia e della sicurezza internazionale, è in che modo la concorrenza strategica, soprattutto tra i grandi attori globali (anzitutto USA e Cina) influenzerà le catene di fornitura e fino a che punto la corsa alle forniture essenziali e il decoupling tecnologico – già evidente nei settori più sensibili, come le telecomunicazioni, i supercomputer e l’intelligenza artificiale – produrranno nuovi blocchi macroregionali.

Questa “separazione dei mondi” potrebbe riguardare anche quello energetico, nel quale già si prospettano forti squilibri nell’approvvigionamento di minerali rari, nell’accesso a nuove tecnologie e nella capacità produttiva di impianti rinnovabili e di stoccaggio di energia. Quando parliamo di mercati energetici connessi – ora come in futuro – dobbiamo tenere presente l’equilibrio tra sicurezza e cooperazione, autosufficienza ed efficienza, senza estremizzare nessuna di queste dimensioni.

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