Emissioni giù del 55% (non più 40%) entro il 2030. Bruxelles si impegna al raggiungimento di obiettivi climatici più stringenti, anticipando il summit internazionale sul clima voluto da Biden. La strategia comune pone le basi per la transizione ecologica, ma gli Stati europei ancora discutono su come approcciarla. Il rapporto Ecfr racconta le frizioni tra Stati e Commissione

Il futuro dell’Europa visto da Bruxelles è sempre più verde. Mercoledì mattina l’Ue ha ufficializzato l’impegno giuridico vincolante a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 e ridurre entro il 2030 l’emissione dei gas serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, ove l’obiettivo precedente era fissato a 40%.

L’accordo in linea di principio è stato raggiunto dopo 15 ore di contrattazione tra i rappresentanti dei Paesi europei e la Commissione. Diventerà realtà dopo la ratificazione del Parlamento europeo, ma non sono previsti particolari problemi su quel fronte. Sono emerse frizioni, invece, sull’obiettivo del 55% (il Parlamento spingeva per il 60%) e sulle modalità di conteggio delle emissioni.

Come emerge dal rapporto appena pubblicato dall’European Council of Foreign Relations, a firma di Susi Dennison, Rafael Loss e Jenny Söderström, i vari Paesi europei hanno visioni diverse sulle modalità per raggiungere la neutralità carbonica (ossia, zero emissioni nette) e sulla misurazione del progresso in tal senso.

Le discrepanze hanno a che fare con il meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera (la tassa sul carbonio pensata per impedire di “rilocalizzare” delle emissioni nocive fuori dall’Ue), il ruolo del nucleare nel futuro mix energetico europeo, le tecnologie-ponte nella transizione verso la neutralità carbonica e le conseguenze socioeconomiche della chiusura delle industrie ad alta intensità di carbonio.

“L’agenda per il clima può essere impegnativa, ma l’UE deve ottenere risultati. Il blocco è uscito allo scoperto con la pubblicazione del Green Deal europeo”, scrive Dennison. “Dato il livello di aspettativa circa le sue azioni sulla sfida climatica, se l’UE abbandonasse le proprie ambizioni finirebbe per danneggiare la fiducia dell’opinione pubblica sia nella cooperazione europea sia negli impegni dei leader politici per la transizione verde”.

Oggi la Commissione dovrebbe annunciare gli aggiornamenti alla cosiddetta “tassonomia” degli investimenti verdi, esprimendosi su quali sistemi di produzione energetica potranno beneficiare dei massicci finanziamenti europei in arrivo. L’Europa vuole raccogliere 250 miliardi di euro attraverso l’apposita emissione di debito (green bond) per versare denaro nella transizione energetica e stimolare gli investimenti privati.

Tra le altre cose, il dibattito sulla tassonomia infiamma da anni attorno alla classificazione dell’energia nucleare e del gas naturale. Ci si aspetta che la Commissione rimanderà nuovamente la decisione in materia, lasciandola in pasto ai singoli stati e al Parlamento.

È atteso per giugno, invece, un pacchetto di leggi europee che costituiranno l’infrastruttura per misure quali il mercato del carbonio europeo, i piani di riforestazione, nuovi obiettivi di efficientamento e rinnovabilità, più restrizioni di inquinamento per le auto, tasse sull’inquinamento e progetti per carburanti alternativi, tra cui uno schema per la certificazione dell’idrogeno.

Il patto verde europeo europeo precede di un giorno il summit internazionale sul clima voluto da Joe Biden, in cui il presidente americano si aspetta che i 40 capi di stato invitati presentino i propri obiettivi climatici aggiornati. L’ultimo leader ad aver confermato la partecipazione è Xi Jinping, che al pari di Vladimir Putin si è dimostrato recalcitrante nell’alzare il tiro sulla riduzione di emissioni (pur essendo la Cina responsabile della produzione del 26% dei gas serra) . Altre realtà geopolitiche, tra cui gli Usa, il Regno Unito e ora anche l’Europa, hanno invece scelto di giocare d’anticipo.

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