Anticipando il summit internazionale voluto da Biden, il Segretario di stato delinea la strategia americana per guidare il mondo sul clima. Washington vuole destreggiarsi tra le minacce geostrategiche e competitive con uno sforzo davvero olistico, ponendo il clima al centro della propria azione e galvanizzando gli sforzi globali con carote e bastoni per raggiungere gli obiettivi climatici

Giovedì 22 aprile si celebrerà la Giornata internazionale della Terra (Earth Day). È anche la data scelta dall’amministrazione di Joe Biden per aprire un summit internazionale sul clima, una due giorni di confronto virtuale a cui parteciperanno altri 40 leader tra cui Mario Draghi e altri capi di Stato europei, ma anche Xi Jinping, Vladimir Putin e Jair Bolsonaro.

Il Dipartimento di stato americano ha presentato l’evento come un’occasione in cui i leader possono esporre i loro obiettivi climatici aggiornati, nell’ottica di limitare il riscaldamento del pianeta entro 1,5° come da accordi di Parigi. Ma si tratta anche di un’occasione per gli Usa di rientrare a pieno titolo nel dibattito dopo i quattro anni di negazionismo climatico di Donald Trump.

L’amministrazione Biden pronta a ricostruire la credibilità americana per fare di Washington il nuovo faro-guida del dibattito climatico e innervare le questioni ambientali in maniera trasversale, domesticamente e internazionalmente, nel suo agire. Lo ha ribadito con forza il Segretario di stato Antony Blinken in un discorso che ha tenuto lunedì a Chesapeake Bay, che delinea con compiutezza la strategia americana per riprendersi la leadership globale sul clima.

Blinken si è concentrato sugli effetti nefasti dell’emergenza climatica, sul loro impatto sproporzionato sulle persone meno equipaggiate per affrontarla e sul crescendo di rischi (anche bellici) causati dalle migrazioni di massa, dalla scarsità di risorse e dalla militarizzazione da parte di potenze ostili (leggi: Cina e Russia) di zone in rapida evoluzione, come l’Artico.

Si è anche prodotto in un mea culpa ammettendo che l’America, pur rappresentando il 4% della popolazione globale, produce quasi il 15% delle emissioni. Motivo in più per agire coraggiosamente e lead by example, ha detto il capo della diplomazia statunitense.

E però, ha continuato Blinken, “sarebbe sbagliato pensare al cambiamento climatico solamente attraverso il prisma delle minacce”. Ogni Paese deve fare due cose, ha detto, ridurre le emissioni e prepararsi per l’impatto ineludibile del cambiamento climatico, e “l’innovazione e l’industria americana possono essere all’avanguardia di entrambi”.

“È difficile immaginarsi la vittoria degli Stati Uniti nella competizione strategica a lungo termine con la Cina se non trainiamo la rivoluzione dell’energia rinnovabile. Oggi stiamo perdendo”, ha detto Blinken evidenziando il dominio cinese nei settori del solare, dell’eolico, delle auto elettriche e dei brevetti sulle rinnovabili. L’obiettivo numero uno è ovviamente evitare una catastrofe globale, ha continuato, ma questo non significa che gli Usa non possano avere un ruolo nello sviluppare queste innovazioni ed esportarle nel mondo.

Blinken ha poi delineato i sette punti alla base della strategia americana sul clima, anticipando il piano che Biden esporrà a partire da giovedì. Si tratta, ha spiegato, di mettere la crisi climatica al centro della politica estera e della sicurezza nazionale (senza usarla come una moneta di scambio); mobilitare risorse, know-how istituzionale e conoscenze tecniche da enti governativi, settore privato, ONG e università per aiutare lo sforzo collettivo; usare “tutti gli strumenti a disposizione” per rendere l’industria dell’energia pulita americana più competitiva sul mercato globale.

E ancora, prioritizzare l’aiuto per i Paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica e impiegare le ambasciate americane in tal senso. Esercitare pressione diplomatica sui Paesi “la cui azione – o inazione – fanno regredire il mondo” (qui Blinken ha parlato di utilizzo sproporzionato di carbone e deforestazione, chiaro riferimento implicito a Cina, Russia e Brasile).

Infine, “usare ogni chance possibile per parlare dei problemi con i nostri alleati e partner e attraverso istituzioni multilaterali”, Nato inclusa. Il segretario statunitense ha espresso la volontà di “portare un messaggio forte” alla riunione del G7 il prossimo mese, al Consiglio Artico e soprattutto alla prossima Conferenza della Nazioni Unite sul Clima, la COP26, co-organizzata dall’Italia e programmata per novembre a Glasgow.

“La crisi climatica che dobbiamo affrontare è grave. Le conseguenze dell’insuccesso sarebbero cataclismatiche. Ma se guidiamo con il potere del nostro esempio – se usiamo la nostra politica estera non solo per convincere gli altri Paesi a impegnarsi nei cambiamenti necessari, ma anche per rendere l’America un loro partner nell’implementarli – possiamo trasformare la più grande sfida da generazioni nella più grande opportunità per le generazioni future”, ha concluso Blinken.

Il summit di giovedì e venerdì aiuterà a mappare la complessità della sfida. Biden si aspetta che i Paesi partecipanti aumentino gli impegni presi, al pari degli Usa, ma Russia, Cina, Brasile e altre nazioni si sono dimostrate recalcitranti nello sposare gli obiettivi delineati negli accordi di Parigi.

La crisi climatica, peraltro, potrebbe essere l’unico ponte tra Pechino e Washington, entrambe ai ferri corti. L’assoluta centralità della questione – oltre alla sua urgenza – è destinata a trasfigurare gli equilibri geopolitici del Ventunesimo secolo. L’America di Biden l’ha capito, e pare pronta a prendersi il centro della scena.

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