C’è una manina italiana nel tentativo delle aziende russe di aggirare le sanzioni Usa per il gasdotto North Stream II? Un’inchiesta della tedesca Deutsche Welle accende i riflettori su due aziende del Belpaese che hanno aiutato a evadere le misure di Biden. Ora sono nel mirino di Washington DC

Una grandinata di sanzioni americane rischia di colpire due aziende italiane impegnate nella costruzione del gasdotto russo North Stream II. È passata in sordina l’inchiesta della Deutsche Welle, rilanciata dal Manifesto. Eppure merita attenzione, eccome.

Prima i fatti: nel settembre del 2020 due compagnie italiane, la veneta Nuova Patavium Srl, con sede a Padova, e la lombarda Opus Srl, con sede a Lodi, hanno consegnato insieme ad alcune aziende olandesi alla nave Akademik Cherskiy, di proprietà della Stif, succursale del colosso del gas di Stato russo Gazprom, un carico di materiale del valore complessivo di circa 10 milioni di euro. Si tratta di sistemi ad azionamento idraulico, tecnologia in cui le due aziende italiane vantano una datata e nota expertise, fondamentale per completare l’ultimo tratto del gasdotto russo diretto in Germania, circa 120 chilometri.

Solo due mesi fa, il governo americano ha definito il North Stream “un pessimo accordo”, annunciando un nuovo pacchetto di sanzioni. Ma il gasdotto di Gazprom è sotto il torchio di Washington DC da quasi vent’anni, e trova in un compatto fronte bipartisan nella politica americana un feroce ostruzionismo. Perché, ha spiegato alla ministeriale Nato di Bruxelles il segretario di Stato Antony Blinken, non è un progetto economico bensì “geopolitico”, e punta ad aumentare la dipendenza energetica tedesca ed europea da Mosca aggirando volutamente il territorio dell’Ucraina.

Da Donald Trump a Biden niente è cambiato. Tanto che, una sanzione alla volta, molte delle grandi aziende europee impegnate nella costruzione del North Stream II hanno abbandonato. Un vero e proprio domino, dalla norvegese Dnv Gl alle assicurazioni Zurich Insurance e Munich Re fino al gruppo di ingegneristica tedesco Bilfinger.Un bel guaio per Gazprom. Che però ha trovato un modo per circumnavigare le sanzioni Usa, con l’aiuto italiano.

Al centro della trama c’è la nave posacavi Akademik Cherskiy. Centocinquanta metri di lunghezza, varata nel 2015, nell’ultimo anno ha attraversato i due emisferi. Dopo che, per paura delle sanzioni Usa, la compagnia svizzera Allseas ha ritirato la sua nave dal progetto, Mosca ha chiesto al “suo” vascello di lasciare il Pacifico, attraversare il Capo di Buona Speranza e approdare nel Mar Baltico.

Il 12 settembre, svela DW, è letteralmente andata “in porto” la trattativa con le aziende italiane e olandesi a Mukran nell’isola tedesca di Rügen, nella Pomerania Occidentale. L’equipaggiamento di Nuova Patavium “è stato inviato dalla Russia alla Germania per un prezzo di 1.1 milioni di dollari, secondo i documenti doganali russi”, svela l’inchiesta. Ma, prosegue, “una ricerca più approfondita ha svelato che quello stesso equipaggiamento era arrivato in Russia con due consegne separate e un intervallo di diversi mesi, e ciascuna di un valore inferiore ai 200.000 dollari”.

Cosa spiega una così clamorosa differenza di prezzo? È una domanda che ancora non ha trovato risposta. Ma intanto solleva un dubbio. Perché le sanzioni Usa approvate dal Congresso a gennaio nel National Defence Authorization Act colpiscono tutti i contratti “di un valore superiore a un milione di dollari (850.000 euro)”.

Di qui il secondo intoppo. A fare da “mediatrice” per le due transazioni da 200.000 euro ci ha pensato una piccola, sconosciuta società di San Pietroburgo con soli 3 dipendenti, “Sistema Pb”. Negli anni, svela Deutsche Welle, “ha cambiato uffici diverse volte” e “ha ripetutamente cambiato il suo campo di affari così come il numero di registrazione della compagnia”.

La stessa società “fantasma” ha acquistato dalla seconda azienda italiana coinvolta, Opus Srl, equipaggiamento per la Akademik Cherskiy. Anche qui, i conti non tornano. “Quando l’equipaggiamento è stato ri-esportato dalla Russia alla Germania, è stato registrato per un valore di 1,2 milioni di euro, cioè dieci volte la cifra riportata alla dogana quando è stata esportata dall’Italia”.

Le due aziende non hanno ancora risposto pubblicamente alle domande del giornale tedesco. La nave al centro della bufera, Akademik Cherskiy, da parte sua, ha ripreso a navigare. Non è ancora ufficialmente sotto sanzioni del governo americano. Ma è tra le prossime nella lista.

A gennaio la Casa Bianca ha colpito a gennaio la nave “Fortuna” della compagnia Kvt-Rus. Una lettera consegnata il 17 febbraio al segretario Blinken da un gruppo bipartisan di parlamentari americani guidato dal repubblicano Michael McCaul e il democratico Marcy Kaptur ha chiesto al Dipartimento di valutare un nuovo pacchetto di sanzioni contro 15 navi impegnate nella costruzione del North Stream II. In cima alla lista c’è proprio la Akademik Cherskiy. E chi, anche in Italia, le ha dato una manina…

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