Nella Dc o nel Pci, nel Psi o nei più piccoli partiti, era lecito avere opinioni divergenti; era possibile contrapporsi. Era praticato il confronto. Vaccini, migrazioni, europeismo, qualsiasi tema è intoccabile pena l’essere etichettati. Le riflessioni di Antonio Mastrapasqua, manager e già presidente Inps

Scandalizzarsi per il comportamento di Erdogan nei confronti di Ursula von der Leyen è scontato. Criticare l’insensibilità del presidente del Consiglio europeo Charles Michel è lecito, quasi doveroso. Contestare la politica vaccinale dell’Unione europea? Beh, siamo già in un territorio incerto. Dove il giudizio negativo potrebbe colorarsi di “anti-europeismo”, e quindi diventare arma politica impropria. Almeno in Italia.

Eredi dei Guelfi e dei Ghibellini siamo un Paese incapace di sopportare un confronto senza “casacche”, senza divise, senza uniformi e bandiere. Oggi più che mai. Un tempo, almeno nelle grandi “case” della politica – nei partiti, nelle organizzazioni sindacali, almeno in alcune, nelle associazioni di rappresentanza – era lecito contrapporsi. Magari anche troppo ruvidamente. Ma senza ricevere lo stigma dell’eretico o dell’inopportuno. Nella Dc (l’onnivora “Balena bianca” di Pansa) o nel Pci (dietro una cortina più spessa ma non invalicabile), nel Psi o nei più piccoli partiti, era lecito avere opinioni divergenti; era possibile contrapporsi. Era praticato il confronto. Nostalgia da prima Repubblica? Anche. La Cisl, per parlare di sindacato, era l’accogliente casa comune di rigorosi cattolici impegnati nel sociale, così come di “estremisti” della sinistra extra-parlamentare.

Oggi – non da oggi – il personalismo ha imposto “cerchi magici” e zelanti yesmen; la rivoluzione dei social network ha aggiunto una falsa ideologia del peer-to-peer, salvo poi ricordarsi che uno non è uguale a uno, se basta l’adozione da parte del capo, per creare presunti leader politici. La stessa logica degli imperatori romani, che adottavano coloro che volevano come successori.

In questo annichilimento del dibattito e del confronto politico prevalgono le etichette. Quanto di più contrario alla necessità fluida del tempo. E non mi riferisco alla liquidità di Bauman, quanto ai bisogni informali di un tempo da “dopo-guerra”. Si ripete la retorica del “new normal” e ci si affida a “old label”. Senza affrontare i problemi, ma solo aprendo fascicoli bicolori. Anche il bianco e il nero, in fondo sono tonalità di grigio.

Dicevamo all’inizio dell’europeismo. Un valore? Sì, ma a condizione di poter criticare chi lo interpreta. C’è un europeismo buono e un europeismo da rifuggire come la peste. Lo si è capito abbastanza bene con la politica vaccinale. Se la Gran Bretagna, forte della sua exit, ha risolto in due mesi la pratica, con successo, sarà lecito considerare che a Bruxelles qualcosa non ha funzionato? Senza per questo essere tacciati di lesa Unione.

Ma potremmo proseguire elencando. Parliamo di politica di controllo dei flussi migratori? In Italia c’è qualcosa che non va e non funziona. E’ esperienza comune. La Francia di Macron (ma anche di Hollande) ai suoi confini si comporta come non dispiacerebbe a Salvini. Negli Stati Uniti non si entra se non con visti a tempo, molto prima dei muri di Trump. Eppure, in Italia se tocchi il tema muori, politicamente; e finisci per rifugiarti in frasi fatte ed etichette prestampate. Parliamo di mercato del lavoro? Da quanto tempo ci siamo accorti che le politiche passive sono un’arma scarica e troppo onerosa? Ma chi osa affrontare il problema – dell’efficienza dei centri per l’impiego, così come dell’efficacia del reddito di cittadinanza, erroneamente inserito tra gli strumenti del caso – deve scegliere prima da che parte stare. Con i buoni o con i cattivi?

Potremmo dire lo stesso della follia del blocco dei licenziamenti. O della fantomatica integrazione del Sistema sanitario nazionale con le risorse della sanità privata. Tutti terreni minati. Dove l’opinione è legittima solo nell’orizzonte del politicamente corretto.

In tempi di rifondazione – non parlo di Bertinotti, se qualcuno se lo ricorda – è particolarmente preoccupante ritrovarsi chiusi in scatole dove il pensiero è considerato eretico. La ripresa e la resilienza richiedono tutte le migliori energie, libere e liberate da vincoli di ortodossia e di sudditanza personale. Non c’è bisogno di guru, né di “unti” del Signore, né di comici in libera uscita, né di primati morali tutti da dimostrare. Uno uguale a uno? Solo per chi sa sostenere il confronto, per chi sa sopportare le contraddizioni, per chi sa rispondere alle domande e per chi le sa formulare.

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