Il parroco del mondo, Jorge Mario Bergoglio, vescovo di Roma, ha un pensiero filosofico complesso e un inedito che appare da sabato su La Civiltà Cattolica ce ne illustra la profondità. In questo breve articolo si cerca di rappresentarne alcuni passaggi fondamentali per capire cosa ci dicano di importante questi appunti degli anni Ottanta che padre Diego Fares illustra con alcune note esplicative utili a coglierne tutta la portata

Avere per parroco un filosofo è una fortuna, anche per chi non conosce la filosofia, se il parroco l’ha studiata e fatta proprio così a fondo da non aver bisogno di parlarne per essere un pastore di anime che sa capire fino in fondo la realtà delle anima di cui si prende cura. È un po’ come dire che le persone che hanno un eloquio semplice molto spesso possono averlo perché, in cuor loro, quel pensiero è profondamente complesso e intimamente compreso, mentre le persone che appaiono avere un pensiero complesso molto spesso ne hanno uno agitato sì, ma perché poco profondo.

Il parroco del mondo, Jorge Mario Bergoglio, vescovo di Roma, ha un pensiero filosofico complesso e un inedito che appare da sabato su La Civiltà Cattolica ce ne illustra la profondità. In questo breve articolo, cercando di evitare strafalcioni, cercheremo di rappresentarne alcuni passaggi fondamentali per capire cosa ci dicano di importante questi appunti degli anni Ottanta che padre Diego Fares illustra con alcune note esplicative utili a coglierne tutta la portata. L’elemento di fondo, il luogo di questi appunti, è tanto semplice quanto rilevante: “La realtà è superiore all’idea”. Basta questo per seppellire l’idealismo? Partiamo dalla presentazione di padre Diego Fares: scrittore de La Civiltà Cattolica, amico personale di vecchia data di “padre Jorge”, padre Fares ci chiarisce che questi appunti risalgono al 1987/1988, quando Bergoglio lavorava alla sua tesi su Romano Guardini. Era preoccupato dal frequente ricorso all’analisi marxista per interpretare la realtà perché pensava che ci fossero categorie obsolete. Bergoglio all’inizio cita un articolo di Alberto Methol Ferré, una riflessione su come, dalla Rivoluzione francese, la Chiesa si ponga la questione delle relazioni con la classe operaia. “All’inizio del XIX secolo, con Philippe Buchez, nasce un socialismo cattolico, che verrà poi sof­focato dal movimento a tenaglia dell’integrismo intraecclesiastico e del marxismo ateo. Methol Ferré propone di tornare alle fonti del socialismo, nato etico e cristiano, una volta superati sia il marxismo dogmaticamente ateo sia, grazie al Concilio Vaticano II, quell’atteggiamento della Chiesa di critica al mondo contemporaneo senza riconoscerne i progressi”. Ecco da cosa parte il testo dell’odierno Francesco, dall’esaurimento delle categorie di interpretazione della realtà di cui parla Methol Ferré, “ed elabora questi appunti, nei quali presenta una bozza di ‘ermeneutica della realtà’ in cui criteri e categorie non siano meri ‘rattoppi’”.

Partiamo dalla fondamentale citazione di Alberto Pethol Ferré che apre gli appunti: “Nell’esaurimento di categorie interpretative ormai insufficienti a rendere conto degli avvenimenti dell’oggi è insita una perplessi­tà. La nostra attualità storica supera le idee esistenti. Pertanto esse sono idee che accecano, che non fanno vedere. Per me, per quanto ci riguarda, i ‘cristiani marxisti’ erano saliti su un presunto cavallo vincente, poi rivelatosi soltanto drogato. Come ha detto Claver, ‘i cristiani marxisti’, per timore di essere gli ultimi cristiani, in realtà sono gli ultimi marxisti”. Claver è un domenicano amico di Methol Ferré, ci fa sapere padre Fares, ma ci pone un tema enorme: i cristiani marxisti sono gli ultimi marxisti perché non ce ne sono più altri o perché gli altri hanno scoperto di non esserlo stati, sono loro gli unici ad aver condiviso davvero Marx?

La seconda ipotesi appare chiaramente infondata, astrusa, ma va posta perché potrebbe anche essere vera, visto quanto poco di marxiano ci sia stato nel “socialismo reale”. Bergoglio comunque parte da quanto citato tra virgolette, non certo dal mio ipotetico dubbio, ed inizia una ricchissima elaborazione sull’ermeneutica della realtà (cioè la metodologia dell’interpretazione della realtà) che ha un obiettivo chiaro: liberarci dalle ideologie. Si parte con una forza seducente, ammaliante: “Il canone ermeneutico è sempre stabile? O è suscettibile di cam­biamenti? Se è stabile, ne rimane garantita l’universalità, per principio, ma esso resterebbe chiuso alle nuove scoperte. Se è suscettibile di cam­biamenti, in tal caso non si potrebbe parlare di una universalità del fatto ermeneutico”. Seguendo il criterio di porre domande, in tutto dodici, che scandagliano il rapporto tra realtà e interpretazione l’autore giunge a un punto chiaro: “La mia ipotesi è: i princìpi interpretativi di una realtà devono essere ispirati dalla realtà stessa, così com’è”. Il discorso filosofico non può essere riassunto e presentato in poche righe da chi non ha una sufficiente conoscenza della filosofia per “semplificare” senza tradire. Ma è chiaro che l’autore rifiuta l’ideologia, la gnosi e l’idealismo come bussole. E si arriva all’indicazione che segna l’attuale pontificato, il suo modo essere e di rapportarsi alla realtà: “La realtà che è interpretata e la realtà di chi interpreta. Qui vale, in qualche modo, l’ad modum recipientis, ma al rovescio: ad modum develantis. Ogni realtà ha, in sé, il suo modo di svelarsi, che nasce dalle poten­zialità stesse che le sono insite. Si svela in consonanza con ciò che è”. Si svela in consonanza con ciò che è…! Ecco il no alle ideologie: la realtà è superiore all’idea! Ecco il “metodo Bergoglio”, la consonanza, quella sulla quale cercheremo di soffermarci.

Padre Jorge spiegava già allora che quando ci troviamo davanti a una realtà dinamica, cioè un fatto storico, politico, religioso e così via, se per interpretarla seguiamo un’ideologia la nostra interpretazione sarà superata dalla realtà stessa: la realtà trabocca, supera l’interpretazione stessa. Io direi: l’interpretazione diviene una sorta di tentativo di porre una camicia di forza al fatto storico stesso. Qui non si potrebbe saltare, tagliare, dedurre: ad esempio come omettere il punto sul dialogo “tra l’essere che vuole ap­prendere la realtà e la realtà che viene appresa, tra chi si svela e chi coglie questo svelarsi”. Forzando la coerenza profonda del testo dobbiamo dunque chiudere sulla vera sostanza del meteo Bergoglio, la consonanza: “Consonanza tra la realtà in sé e la realtà come è conosciuta. Quando c’è dissonanza, non c’è adeguatezza, e ciò significa che la realtà non è stata colta, o che il coglierla non è stato esplicitato. La consonanza di cui il soggetto che conosce ha esperienza in sé è, in questo caso, il riflesso della consonanza che c’è tra la realtà in sé e la realtà conosciuta. Mi spiego: colui che conosce ha espe­rienza diretta della consonanza che c’è tra ciò che apprende e ciò che esprime. In base a tale consonanza può sapere quando si dà la consonanza tra la realtà in sé e la realtà appresa. Sant’Ignazio utilizza questa esperienza per assicurarsi del fat­to che uno spirito sia buono o cattivo: la consonanza raffigurata nel cadere dell’acqua sulla spugna piuttosto che sulla pietra. È una consonanza ambivalente per quel che si riferisce all’identità degli spiriti, perché il suo segno positivo o negativo va preso dallo stato abituale del soggetto (il quale o sale di bene in meglio, o scende di male in peggio), ma, a ogni modo, consonanza è segno, e anche dissonanza è segno che non si è riusciti a cogliere o a esprimere la realtà così com’è. Si dà consonanza quando il contenente è ‘informato’ dalla real­tà del contenuto. Contenente e contenuto ‘con-suonano’: il ritmo e la melodia vanno in tensione all’unisono”. Almeno una cosa sarà chiara a tutti: quante volte abbiamo frainteso proiettando un’idea sulla realtà.

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