Ricevendo Hariri il papa ha sostenuto non tanto lui, quanto quella linea che oggi incarna il patriarca Beshara Rai: governo di tecnici capaci di salvare il Paese dall’abisso nel quale già si trova, conferenza internazionale, neutralità del Libano nei conflitti sanguinosi e sanguinari che avviluppano il mondo arabo

L’udienza concessa dal papa al primo ministro designato libanese, Saad Hariri, è un evento diplomatico in sé. Non conta tanto quel che ha dichiarato il Vaticano subito dopo, né quanto ha fatto trapelare Hariri. Il fatto sta nell’udienza concessa all’uomo che non riesce a formare l’esecutivo e tutti sanno perché. Non tanto per le eterne dispute tra i partiti libanesi, quanto perché il partito del Presidente della Repubblica, il maronita Michel Aoun, insiste a chiedere di avere quel magico numero di ministri che per la legge libanese consente a una minoranza di bloccare le decisioni dell’esecutivo. Si chiama “terzo bloccante”. Costruito sull’equilibrio tra le tre grandi aree religiose che si sono combattute per il quindicennio della guerra civile – sunniti, sciiti e cristiani – il Libano ha pensato di impedire che una comunità potesse essere messa in minoranza dalle altre due. L’idea dunque riguardava le confessioni, non i partiti. Il partito guidato dal genero del presidente e da lui fondato però insiste da mesi in questa richiesta. Li vuole designare lui, quei ministri, e vuole che siano tanti quanti servono per poter bloccare decisioni governative. Ecco perché poco prima del viaggio a Roma del primo ministro incaricato dal Palazzo Presidenziale si è detto che il premier designato fa “turismo”.

Questo giuoco si protrae follemente da mesi: in buona sostanza il Libano è senza governo dal 4 agosto, giorno dell’esplosione del porto di Beirut, ancora avvolta da un mistero tanto ufficiale quanto caro a molti, visto che il giudice inquirente è stato di recente sostituito. Ricevendo Hariri il papa dunque ha sostenuto non tanto lui, quanto quella linea che oggi incarna il il patriarca Beshara Rai: governo di tecnici capaci di salvare il Paese dall’abisso nel quale già si trova, conferenza internazionale, neutralità del Libano nei conflitti sanguinosi e sanguinari che avviluppano il mondo arabo.

Il Libano è al tracollo finanziario, la valuta non vale più nulla. Un dollaro quando il paese ha irresponsabilmente dichiaro default – nella soddisfazione di Hezbollah che parlava di sfida a FMI e Banca Mondiale – valeva 1500 lire libanesi, oggi supera quota 15mila. Tra poche settimane sarà impossibile pagare la bolletta elettrica, i generi di prima necessità ormai sono alle stelle: scarseggia tutto, tranne le armi, a cominciare dall’arsenale di Hezbollah.

In questa situazione la sfida è tra gli interessi di Hezbollah e quelli del Paese. Proiettato nella dimensione di attore regionale del conflitto, il Partito di Dio è un broker decisivo in Siria e sostiene il campo pro iraniano nello Yemen. Questo ruolo contrasta con la natura del Libano, un Paese che è fatto di fragili equilibri e soprattutto di servizi. Così chi oggi esprime l’interesse nazionale è il patriarca con la sua agenda di salvezza basata sul separarsi dall’opzione militare. Il partito di Aoun essendo alleato di Hezbollah ne segue le priorità, ma soprattutto vuole presentare Aoun e il suo genero come gli uomini forti, quelli che possono imporsi. Una visione cosmica che ricorda i tempi dei conflitti della “montagna”. I partiti dell’altro fronte politico sbraitano ma non hanno un disegno, una credibilità, non sanno interpretare il desiderio del Paese. C’è solo il patriarca. Una situazione grave e anomala, che il patriarca combatte senza armi, a differenza del leader politico e religioso che confronta. Un quadro nel quale puntellare l’opzione di un governo subito vuol dire evitare la disgregazione nazionale. Il Vaticano dunque sceglie il Libano, non un candidato premier.

Screditato da anni di fallimenti e compromessi, anche Hariri non sa esprimere questa richiesta in termini nazionali e cittadini, non confessionali, se non insistendo nella determinazione di formare un governo tecnico. Una scelta non giusta, ma si può dire addirittura indispensabile, visto il tracollo di immagine di tutto il ceto politico. Ma il governo tecnico sarebbe credibile se fosse tale per davvero e non fatto spacciando per tecnici dei signor nessuno vicini a questo o quello. Hariri sa di avere una sola arma: nessuno può togliergli l’incarico dopo il conferimento. E così salvare il Libano è diventato un braccio di ferro nel quale la comunità internazionale può contare. Ma salvare il Libano può sembrare poca cosa, non certo ai libanesi ma alle diplomazie.

Il papa ha dimostrato di aver visto giusto: non è così! E non solo, ma anche, perché qualcosa i cristiani lo contano solo lì. Il problema è come. Con la cultura della città cosmopolita o del capo? Il punto ancor più rilevante è infatti questo: Beirut è da anni la prima linea tra progetti egemonici. Il Paese così muore, i suoi migliori giovani emigrano a ritmo vertiginoso. Senza giovani, senza intelligenze, senza imprenditori, senza le sue università, senza le scuole cristiane, senza la libera informazione che miracolosamente resiste, senza il dissenso confessionale che in Libano c’è (a eccezione del mondo di Hezbollah) ci sarà sempre di più sulle coste del Mediterraneo un nuovo spazio per traffici e miliziani in armi.

Beirut è l’ultima città di mare e cosmopolita che rimane nel Mediterraneo orientale. Solo dal suo fragile equilibrio, dalla sua neutralità in un conflitto teso a conquistare lo spazio che va dalla Mesopotamia al mare a cause armate si può sperare di trovare una ripartenza. Cedere sarebbe un suicidio, e non solo per i libanesi.

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