In un documento sul Recovery Plan oggi sul tavolo di Ursula von der Leyen gli Industriali riconoscono un grande salto di qualità rispetto alla versione precedente. Ma non mancano le zone d’ombra. Come welfare, dimensione delle imprese e cabina di regia. Per fortuna il Pil italiano è sulla buona strada

Un passo in avanti, di quelli decisi. Nel giorno in cui il Recovery Plan prende la via di Bruxelles, dagli imprenditori italiani arriva una spinta e una sponda importante al piano messo a punto dal ministro dell’Economia, Daniele Franco e dal premier Mario Draghi. Tutto messo nero su bianco in un documento, visionato da Formiche.net, di 27 pagine contenente le osservazioni di Confindustria verso un pacchetto di investimenti che vale fino a 248 miliardi di euro.

Il punto di caduta è che Draghi ha fatto meglio di Giuseppe Conte. “La nuova versione del Piano fa registrare un significativo passo avanti sulle riforme, mentre rimane ancora incerto il profilo della governance e il livello di coinvolgimento degli attori sociali”, scrive Confindustria. Per la quale “il serrato cronoprogramma attuativo richiederà un elevato tasso di coesione politica e sociale”. Nella sostanza, “rispetto alla versione di gennaio, le risorse sono state allocate su singole componenti che raggruppano progetti omogenei, sono state individuate le milestone come richiesto dalla Commissione europea ed è possibile ricostruire un cronoprogramma degli interventi. Mancano però ancora una serie di informazioni di dettaglio cruciali per un esame completo e trasparente del Piano”.

Insomma, il salto di qualità c’è stato, anche se permangono delle zone d’ombra, è il messaggio di fondo di Confindustria. “Il Piano soddisfa i parametri fissati dai regolamenti europei sulle quote di progetti verdi (40%) e digitali (27%). Complessivamente, su questi capitoli, come sulle linee di intervento riguardanti la ricerca e innovazione, le scelte di fondo possono considerarsi condivisibili”. Fin qui le considerazioni inerenti al merito. Resta da capire come e quanto impatterà il piano sulla crescita italiana e sulle finanze statali. E qui Confindustria fa delle previsioni.

“Non si conoscono gli impatti che il Pnrr avrà sulla finanza pubblica. Trattandosi di risorse nazionali, i 30,6 miliardi del Fondo Complementare dovrebbero incidere su deficit e debito nel prossimo decennio ma non si sa come saranno distribuiti negli anni. Inoltre, per garantire il completamento degli interventi parzialmente realizzati nel Pnrr, come indicato dal presidente del Consiglio alle Camere, serviranno ulteriori risorse, stimabili in 26 miliardi, da finanziare con il bilancio nazionale”. E “per quanto riguarda gli impatti macroeconomici, si precisa che nel 2026 il Pil sarà di 3,6 punti percentuali più alto rispetto allo scenario di base, ma solo se il Piano verrà realizzato integralmente. La somma degli impatti delle singole missioni è, infatti, inferiore e pari a 3,1 punti percentuali”.

Ma c’è un neo. Al capitolo lavoro e welfare il Pnrr è claudicante. “Proprio su politiche attive e ammortizzatori sociali il livello di dettaglio risulta però insoddisfacente”, scrive Confindustria. “Riguardo ad alcuni investimenti pubblici, occorre considerare che i progetti trasferiti nel Fondo Complementare, sono quelli ritenuti più problematici e che, presumibilmente, saranno completati almeno in parte dopo il 2026 con eventuali effetti 3 sull’impatto macroeconomico complessivo (nel quale al momento si ipotizza che tutti i progetti saranno completati entro il 2026)”. E non è finita: “il Piano è carente su due temi centrali, ovvero la crescita dimensionale delle imprese e il riequilibrio della loro struttura finanziaria, appesantita, peraltro, dall’eccessivo indebitamento legato ai prestiti garantiti. Manca, inoltre, una strategia di medio e lungo periodo per il sostegno dell’export, componente fondamentale per accrescere la competitività del sistema industriale italiano”.

Men male che si recupera un po’ di terreno sul campo della green economy. “In materia di rivoluzione verde sono state riprese molte delle proposte di Confindustria, anche se potrebbe essere penalizzante rinunciare all’opportunità di sviluppare l’idrogeno blue che consentirebbe di promuovere in modo complementare anche le soluzioni tecnologiche di cattura e sequestro del carbonio, fondamentale per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica al 2050”. In questo senso “sarebbe opportuno incrementare i fondi destinati all’efficienza energetica per i settori industriali che al 2030 dovranno raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni del -63%, anche alla luce del fatto che le risorse stanziate per questa componente riguardano esclusivamente la riqualificazione energetica nel settore dell’edilizia”.

Ultimo capitolo, Industria 4.0 dove “sono stati tagliati 4,5 miliardi nel Pnrr recuperati quasi integralmente dal Fondo Complementare. Stando al testo del Piano le agevolazioni previste da Industria 4.0 saranno comunque finanziate per il 2021 e 2022. Sarebbe opportuna un’estensione al 2023 soprattutto alla componente abilitante del Piano (credito d’imposta ex iper-ammortamento, R&S e formazione 4.0)”. Da qualunque parte la si voglia vedere, sarà bene che il piano funzioni. Perché, per ammissione della stessa Confindustria, l’Italia non può fallire il colpo.

Dal Centro studi di Viale dell’Astronomia infatti chiariscono come il Paese abbia imboccato la via della risalita. E sarebbe assurdo vanificare il tutto. “In Italia sono iniziati da aprile i primi allentamenti delle restrizioni anti-Covid. Ciò condurrà nel 2° trimestre a un piccolo segno positivo del Pil, dopo la lieve contrazione nel 1° (-0,4%). Si conferma lo scenario in cui un forte rimbalzo si avrà nel 3° trimestre, grazie al crescere delle vaccinazioni; riguardo al loro ritmo, che ha accelerato, restano però rischi al ribasso. E dall’imponente Recovery Plan, ai nastri di partenza, arriverà un aiuto alla ripresa già nella seconda metà del 2021”. Meglio non sbagliare, allora.

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