Saprà (e vorrà) il sistema politico-istituzionale profittare dell’esistenza in vita di un signore chiamato Mario Draghi, peraltro oggi capo del governo? Ed in caso di risposta affermativa come vedono lo svolgersi dei prossimi mesi  i massimi dirigenti politici italiani?

Per congiunzione astrale, meriti del diretto interessato ed effetto (politico) della pandemia l’Italia si ritrova ad avere a Palazzo Chigi un signore di 73 anni che potrebbe a breve diventare la figura istituzionale più importante d’Europa, complice anche il comprensibile ed inarrestabile declino di Angela Merkel, che con il prossimo autunno lascerà la guida del governo federale tedesco (dopo 16 anni, esattamente come il suo mentore Helmut Kohl).

Di questa condizione abbiamo avuto almeno quattro “assaggi” nelle ultime settimane, che meritano però di essere rapidamente ricordati (anche per rinfrescare la memoria dei tanti sconsiderati che popolano i palazzi del potere o, caso ancor più frequente, che si limitano a passeggiarvi intorno).

I primi tre assaggi sono tutti concentrati sul ruolo italiano nello scacchiere internazionale e sono di chiaro stampo “libico”. Draghi infatti compie il suo primo viaggio all’estero a Tripoli e, più o meno negli stessi giorni, attacca frontalmente il presidente turco Erdogan mentre l’intelligence sferra un colpo di avvertimento ai tanti “curiosi” russi che si muovono nella penisola, arrestando un ufficiale italiano che passava documenti.

Libia di ieri (a forte influenza italiana), Libia di oggi (con turchi e russi padroni della situazione a sostegno delle fazioni in lotta): è del tutto evidente che il nostro capo del governo non ha scelto a caso i suoi bersagli. Il quarto assaggio è tutto in materia economica, dedicato (con ripetute affermazioni) alla necessità di rivedere l’impianto logico di gestione della finanza pubblica in Europa, prevenendo così il ritorno del rigore di bilancio come unico strumento di politica fiscale.

Questo è il Draghi di oggi, che mentre guadagna punti sulla scena internazionale (ben evidente il suo raccordo con l’amministrazione Biden) cerca anche di fare fronte alla situazione interna sul versante pandemia, indicando al Paese una luce in fondo al tunnel (la scommessa sul 26 aprile come punto di non ritorno), tentando di restare in equilibrio tra partiti che di stare insieme hanno ben poca voglia (e che anzi considerano proprio la figura del premier un “tappo” alle proprie iniziative).

Ne è prova la conferenza stampa di venerdì, con Speranza seduto accanto al primo ministro in un ruolo tutt’altro che secondario (Draghi gli ha ceduto la parola più volte proprio mentre il ministro della Salute è sotto attacco su vari fronti), anche se poi nel merito la linea annunciata dal governo è molto più vicina a quella auspicata da Salvini e da FI che a quella preferita a sinistra (ne è prova l’intervista di Massimo Galli oggi a Il Fatto Quotidiano).

Arriviamo dunque al punto, provando a rispondere ad una prima domanda: cosa deve fare al governo Draghi? E poi anche ad una seconda domanda: cosa succede dopo? Alla prima domanda si risponde facilmente: Draghi deve portare l’Italia fuori dalla pandemia completando il piano di vaccinazioni e deve presentare a Bruxelles una versione del Pnrr credibile, fattibile ed autorevole.

Onestamente, i due obiettivi sono alla sua portata e (peraltro) sono concentrati nella primavera in corso (anche se diverse voci di alto livello nei ministeri raccontano di un piano ancora troppo ancorato a vecchie logiche di ripartizione tra dicasteri, peraltro assai male organizzati per darvi attuazione). Insomma l’ex capo della Bce ha buone chances di chiudere la sua fase uno con successo, arrivando così all’autunno in buona salute politica.

A quel punto però scatterà la fase due, che sarà a tutti gli effetti una lunga corsa elettorale verso le prossime politiche con annesse (importanti) elezioni amministrative a ottobre e voto per il nuovo Capo dello Stato a inizio 2022. E qui arriviamo alla seconda domanda, cioè il dopo.

Cosa succederà dunque? Non lo sappiamo e non è una buona notizia. Già perché le tensioni ci sono e possono solo crescere (basta guardare in casa M5S per capirlo) ed anche perché tutti cercheranno di distinguersi alzando la voce.
Lo fa ogni giorni Salvini, che venerdì ha persino “osato” convocare la stampa a Milano esattamente alla stessa ora della conferenza stampa di Draghi a Roma (poi hanno evitato di sovrapporsi, sbrigandosi il primo e ritardando di un quarto d’ora il secondo), ma lo fa anche Letta, che nella settimana che porta processo il leader della Lega si mette la felpa proprio dell’organizzazione spagnola Open Arms al centro del processo a carico dell’ex ministro dell’Interno.

Torniamo al punto: saprà (e vorrà) il sistema politico/istituzionale profittare dell’esistenza in vita di un signore chiamato Mario Draghi (che non è il Mago Merlino e non dispone di bacchette magiche, sia chiaro) peraltro oggi capo del governo? Ed in caso di risposta affermativa come vedono lo svolgersi dei prossimi mesi (da ottobre in poi) i massimi dirigenti politici italiani?

Felpa o non Felpa, processo o non processo, il tema riguarda innanzitutto Letta e Salvini. Letta perché a capo del Pd, l’unica specie di partito/Stato di cui dispone la Repubblica. Salvini perché alla testa del partito più forte e che probabilmente tale sarà anche alle prossime elezioni. Sapremo qualcosa a breve? Ne dubito.

Condividi tramite