Repubblica Ceca, Ucraina, Bielorussia, Italia. Mentre aumenta l’escalation fra Stati Uniti e Russia e si rischia lo scontro nel Donbas, l’Europa è terreno di una nuova guerra fra spie russe e occidentali. Ecco dove colpiscono e chi ha deciso di rispondere

Spie e valigette, assassini, sabotatori, diplomatici convocati, espulsi, minacciati. Se quella in corso sul suolo europeo non è una nuova Guerra Fredda con la Russia, ci assomiglia molto.

L’escalation è ormai trasversale. Militare, in Ucraina, con centinaia di truppe russe mosse al confine e la Nato in allerta. Diplomatica, con l’Ue sospesa fra il caso Navalny, il gasdotto North Stream II diretto in Germania e una gragnuola di nuove sanzioni americane contro Mosca per le interferenze nelle elezioni presidenziali e l’attacco cyber a Solar Winds.

Ma è anche una guerra di intelligence che vede nell’Europa la scacchiera di uno scontro senza esclusioni di colpi fra 007 russi, europei, americani. Il caso di Walter Biot, ufficiale della Marina arrestato a Roma mentre vendeva a due spie russe segreti della Nato, non è che la punta dell’iceberg.

L’ultima dal fronte Est arriva dalla Repubblica Ceca di Andrej Babis. I rapporti fra il Cremlino e la sua ex repubblica satellite sono ai minimi da anni. Figurarsi ora che il governo Babis ha deciso di espellere sedici diplomatici russi con l’accusa di spionaggio. Di più: con l’accusa di aver avuto una parte nella maxi-esplosione che, nel 2014, ha fatto detonare a Vrbetice, area 300 chilometri a sud di Praga, un deposito di armi uccidendo due impiegati.

I diplomatici, dice il governo, sono agenti del GRU, l’agenzia dei Servizi segreti russa, e hanno 48 ore per lasciare il Paese. Altri due sono ricercati. Si tratta di Alexander Petrov e Ruslav Boshirov, le spie russe, anch’esse del GRU, accusate dal governo inglese di aver tentato di assassinare a Salisbury Sergei Skripal e sua figlia Yulia. Non è il primo schiaffo che Babis rifila alla diplomazia russa. Un anno fa, nel giugno del 2020, due diplomatici sono stati espulsi con l’accusa di voler assassinare politici cechi ritenuti antirussi con un veleno trasportato in una valigetta, la ricina.

Ma sul banco degli imputati della guerra di spie europea è finito anche l’Occidente. Alexander Lukashenko, presidente autocrate della Bielorussia, è convinto di aver svelato un complotto ordito dalla Cia per uccidere lui e la sua famiglia e per agitare una rivoluzione a Minsk.

Ad avvisarlo è stata la principale agenzia di sicurezza di Vladimir Putin, l’Fss (Federal security service), che, d’intesa con gli 007 di Lukashenko, il Kgb, ha arrestato due uomini bielorussi. Il primo, Aleksandr Feduta, è stato il portavoce di Lukashenko durante la sua prima elezione, nel 1994, per poi passare all’opposizione. Il secondo, Yuras Zyankovich, ha doppia cittadinanza bielorussa e americana, scrive Abc.

Di qui il complotto: “Abbiamo fermato il gruppo, loro due hanno condotto l’operazione, era tutto pianificato – ha commentato il dittatore bielorusso – abbiamo scoperto il lavoro evidente di servizi esteri. Probabilmente la Cia, o l’Fbi”. Mentre si attende un responso, è stato annunciato un nuovo decreto  per “evitare futuri colpi di Stato”. Un altro giro di vite alla democrazia a Minsk, “sarà una delle principali decisioni per il mio quarto di secolo di presidenza”, ha avvisato Lukashenko.

Anche con l’Ucraina, dove già fumano i fucili al confine orientale, le spie russe hanno un conto aperto. Un anno fa, a Kiev, era finito in manette Valery Shaitanov, un generale del Servizio di sicurezza ucraino accusato dal governo di essere un agente sotto copertura dell’Fss e di aver ricevuto 200.000 dollari per “pianificare attacchi terroristici”.

Oggi Mosca ricambia il favore, con una goccia che può far traboccare il vaso, già straripante, delle tensioni nel Donbas. Non capita tutti i giorni di veder un console generale straniero arrestato come spia. È successo ad Alexander Sosonyuk, che venerdì si è trovato in stato di detenzione, scortato dalle spie del Cremlino.

Non spie qualunque, ma l’Fsb, l’agenzia che ha raccolto l’eredità del celebre Kgb di cui lo stesso Putin è stato un agente. Il governo russo non ha dubbi, Sosonyuk è stato colto “con le mani nel sacco” durante un convegno, a ricevere informazioni classificate. Espulso, anche lui, ha 72 ore per fare ritorno a Kiev.

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