Su AstraZeneca l’Ue ha firmato accordi al buio, ora acceleriamo la produzione e puntiamo sull’intesa Roma-Parigi. Parla Enzo Amendola, sottosegretario agli Affari Europei. Dalla Libia alla Turchia fino alla Russia e alle tensioni con l’Ucraina, ecco perché Europa e Italia hanno bisogno di Joe Biden

Autonomi o soli? L’Europa si trova a un bivio: si può perseguire davvero l’ “autonomia strategica” senza venir meno all’alleanza con gli Stati Uniti e la Nato? Enzo Amendola, sottosegretario di Stato agli Affari europei, tra le colonne dem del governo Draghi, è convinto di sì, ma a precise condizioni. Dai vaccini alla riforma della governance economica fino alla diplomazia mediterranea, l’America di Joe Biden sta tendendo una mano che l’Ue e l’Italia devono afferrare.

Amendola, si riapre la Conferenza per l’Europa. Cosa aspettarsi?

Si apre in un momento strategico. L’Europa vuole parlare con una sola voce per programmare la ripresa, riformare la sua architettura istituzionale ed economica, rafforzare l’integrazione sulla politica fiscale.

Sulla riforma del Patto di stabilità e di crescita ci sono non poche resistenze. Indietro si torna?

Io credo di no. I dati dell’Europa pre-Covid segnalavano una bassa crescita e una competitività debole a livello globale. La risposta che l’Ue ha messo in campo di fronte alla tragedia della pandemia ha segnato un cambio di fase. Oggi l’Europa guarda Cina e Stati Uniti dal basso verso l’alto in molti settori a partire da ricerca e sviluppo. Dobbiamo investire sulle autostrade della modernizzazione, per un’economia digitale e più sostenibile.

La Corte costituzionale tedesca ha bloccato il Next generation Eu. Si rischia un ritardo?

Noi guardiamo con favore al voto del Bundestag e del Bundesrat che, con un largo consenso, hanno approvato uno strumento di politica fiscale finanziato con i bond. C’è un ricorso all’esame della Corte, siamo fiduciosi in un esito positivo.

La campagna vaccinale procede a rilento. Su AstraZeneca l’Ue deve fare mea culpa?

Inutile nasconderci: l’Ue ha firmato accordi al buio con case farmaceutiche che stavano ancora sviluppando i vaccini. La sovrastima della capacità produttiva di AstraZeneca ha causato un grave ritardo. Più che di colpe, parlerei di errori.

Come se ne esce?

Aumentando la produzione europea. Nelle ultime settimane il commissario Thierry Breton ha completato una prima mappatura dei siti disponibili. E abbiamo modificato le regole per l’export dei vaccini, uno strumento fondamentale per governare senza ingenuità la supply chain globale.

Sui vaccini si è creata un’intesa fra Roma e Parigi.

Direi piuttosto rafforzata. Abbiamo fatto molta strada insieme, spingendo l’Europa verso una politica fiscale più coraggiosa, ma anche affrontando insieme una Brexit che poteva avere effetti economici disastrosi per l’Europa. Ora rilanciamo questa cooperazione in politica estera. Penso al recente viaggio di Di Maio e Le Drian in Libia, che ha segnato l’inizio di un’intesa italo-francese su un dossier così divisivo.

Ora la missione di Draghi a Tripoli. L’Italia ha ancora una carta da giocare o è troppo tardi?

Diciamo la verità: fino alla Conferenza di Berlino l’Europa ha assistito a un’escalation militare i cui attori protagonisti erano altri. Questa inerzia ha fatto sì che la Libia finisse preda di una guerra per procura. Oggi si affaccia un nuovo scenario, con un governo di unità sostenuto da Europa e Onu. L’Italia può fare la sua parte, a iniziare dalla riunificazione e dalla ricostruzione economica del Paese. Prima però, come europei, dobbiamo lavorare perché sia liberato dalla presenza delle milizie e dei mercenari stranieri.

La Turchia è ormai attore imprescindibile nella regione. La recente visita di von der Leyen e Michel ad Ankara ha confermato la difficoltà di un dialogo. Eppure il governo Draghi continua a cercarlo. Perché?

L’Italia ha sempre avuto una posizione di dialogo costruttivo con la Turchia, senza nascondere le critiche che lo stesso Parlamento italiano ha recentemente sottolineato, dall’uscita dalla Convenzione di Istanbul fino alle azioni contro nostri alleati nel Mediterraneo. Ci aspettiamo passi in avanti da parte di Erdogan per ricostruire un percorso insieme all’Ue. Certo la “sedia mancante” alla Von der Leyen è una foto imbarazzante. Come ha detto l’ambasciatore Wolfgang Ischinger “Il Protocollo è Politica”.

A proposito di dialogo, Europa e Russia vivono una fase di grande tensione. L’Ue e l’Italia potrebbero dire una parola in più sulle manovre russe al confine ucraino?
 
È necessario continuare a investire nel formato Normandia per trovare una soluzione politica. È evidente che finora non sono stati fatti progressi. Da parte nostra dobbiamo ricostruire le condizioni per un negoziato insieme all’alleato americano per porre fine alle violenze nell’Ucraina dell’Est e nella Crimea, occupata illegalmente da più di sette anni. Lo stesso sforzo deve riguardare la preoccupante situazione in Bielorussia.

Con gli Stati Uniti non mancano incomprensioni. Biden parla di alleanza delle democrazie, l’Ue di autonomia strategica. Non le sembrano due lingue diverse?

Quest’anno sarà cruciale per la politica estera italiana. Celebriamo i 160 anni delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e abbiamo la straordinaria occasione di presiedere il G20. Può essere l’anno in cui, anche grazie al nostro apporto, Ue e Usa tornano a essere partner e alleati e non più competitori commerciali come nel recente passato. L’autonomia strategica europea, su investimenti per green e digitale, non significa isolamento, anzi, apre la strada a nuove cooperazioni strategiche.
 
Con quale agenda?

L’agenda ha già i temi pronti. Con Biden abbiamo fatto passi positivi su clima, lotta al Covid, nuova architettura economica globale. Penso alle proposte della Yellen: l’introduzione concomitante del Next Generation Eu e dell’American rescue plan è uno stimolo enorme. Ora questa intesa deve rafforzarsi anche nella politica estera. In un mondo multipolare la nostra alleanza deve proporre nuove regole per prevenire rischi e instabilità .

Da dove si parte?

L’Italia deve proporre la sua vocazione mediterranea non come stereotipo diplomatico. Il Mediterraneo oggi è uno scenario pieno di tensioni, conflitti, ma anche di grandi opportunità. Clima, energia, commercio tra i continenti. Basti pensare che questo mare sarà crocevia di tutte le reti e i cavi sottomarini che collegheranno gli oceani per la trasmissione dei dati digitali. Insieme alla Nato e agli Stati Uniti, possiamo e dobbiamo tornare protagonisti.

 

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