Fra le maglie del Recovery plan si nascondono progetti che, invece che aumentare la resilienza istituzionale del Paese, aprono le porte anche in settori chiave ad aziende cinesi legate a Pechino. Il Copasir dovrebbe sorvegliare, ma è vittima di un inaccettabile stallo. Il commento di Marco Mayer

Nel corso del mese di marzo quasi tutti i ministri del governo Draghi sono stati convocati in audizione dalle commissioni parlamentari competenti per discutere il  Piano Nazionale di Ricostruzione e Resilienza (Pnrr), il programma da 196 miliardi destinati all’Italia dalla Ue. Il piano strategico non é ancora definito nei dettagli ,ma dai lavori delle Commissioni Parlamentari risulta evidente che il Pnrr  avrà implicazioni di rilevanza primaria in materia di  sicurezza nazionale, alleanze internazionali e rilancio della vocazione euro-atlantica dell’Italia.

Pochi ricordano che una delle priorità fondamentali del programma Next Generation EU (deliberato dal Consiglio Europeo nel luglio 2020) è irrobustire la resilienza istituzionale degli Stati membri. Nelle prossime settimane (esattamente come per il piano dei vaccini) un compito importante e delicato dovrebbe spettare al Copasir che – avvalendosi della preziosa collaborazione dell’ Autorità Delegata –  potrebbe  compiere un esame a 360 gradi dei progetti che il nostro Paese dovrà  presentare all’Unione Europea entro il prossimo 30 Aprile. Verificare la coerenza dei progetti Pnrr rispetto all’obiettivo di irrobustire la resilienza istituzionale dell’Italia è  ciò  che rende  utile e opportuno un esame “trasversale” del Copasir.

Per chiarire meglio questo aspetto è sufficiente richiamare all’attenzione dei decisori un solo esempio paradigmatico. A parole tutti concordano sul fatto che per rendere l’Italia più resiliente sia indispensabile ridurre la sua forte dipendenza dalle importazioni tecnologiche dalla Cina, dipendenza testimoniata in modo emblematico dalla rapida e consistente penetrazione delle imprese del Dragone nelle nuove reti 5G e nelle forniture per la broad band.

Per ragioni di spazio non cito i dati inquietanti (sottolineati proprio dal Copasir) in merito alla crescita dell’influenza economico-finanziaria della Cina nel nostro Paese nell’ultimo quinquennio (2015/ 2020). Mi riferisco in particolare a quanto il Copasir ha segnalato in materiadi investimenti diretti (talora abilmente mascherati con etichette europee),  joint ventures, importazioni di prodotti, componenti, piattaforme e servizi, forniture Pa via Consip o altre migliaia di stazioni appaltanti, accordi con università italiane per la diffusione di tecnologie cinesi di varia natura.

I numeri parlano chiaro: negli ultimi anni la Cina (con i suoi colossi finanziari, tecnologici e energetici) ha potuto contare sull’ Italia come una piattaforma preziosa per attuare la sua strategia di penetrazione e commerciale in Europa e nel Mediterraneo (basta consultare i documenti ufficiali sullo stato di avanzamento della Bri e in particolare i segmenti Digital, Marittime ed Enviromental Silk Road).

In questi giorni numerosi intermediari italiani “stanno lavorando ai fianchi” gli apparati amministrativi e il mondo politico nella speranza che una parte dei fondi del Pnrr  (soprattutto per la transizione ecologica e digitale) siano destinati ai progetti in cui (in qualità di fornitori  e/o subfornitori) le imprese tecnologiche cinesi possano essere coinvolte e beneficiare dei finanziamenti.

Un simile scenario sarebbe paradossale: un intervento ideato per aumentare la resilienza si trasformerebbe nel suo esatto opposto. Il Pnrr avrebbe un effetto boomerang determinando un’ulteriore crescita della dipendenza tecnologica dell’Italia dalle aziende cinesi. Gli addetti alle relazioni esterne di Wind3, Huawei, Zte, Inspur, Xiaomi e altre imprese cinesi nonché (come è del tutto normale le lobbies più svariate) si stanno muovendo in modo trasversale cercando  di coinvolgere esponenti di partito, associazioni imprenditoriali accademici a livello nazionale, regionale e locale. Una parte del mondo universitario italiano è già coinvolto legittimamente in vari programmi di attività che coinvolgono aziende e atenei cinesi. Si tratta di un fenomeno fisiologico che ha – come nel caso del Politecnico di Milano – una lunga storia alle spalle.

Ciò che viceversa colpisce negativamente è l’assoluto disinteresse dimostrato dagli atenei italiani per le proteste studentesche e per quanto è accaduto e accade in questi ultimi tempi ad Hong Kong e in Birmania. Last but non least, il mondo accademico italiano sembra ignorare il fatto che il totalitarismo digitale costituisce oggi una delle maggiori minacce per il futuro di tutte le democrazie del mondo, occidentali ed asiatiche.

In seguito ai grandi stanziamenti europei di Next Generation EU per catturare l’attenzione della politica la narrazione elaborata da una parte dell’accademia ruota attorno a una espressione ambivalente, oggi molto di moda: “Sovranità digitale europea”. Intendiamoci: è sacrosanto che il Pnrr privilegi le aziende e centri di ricerca del continente, purché come sottolineato dal Copasir esse non siano europee soltanto sulla carta.

Il tema tuttavia deve essere affrontato con realismo e con molta attenzione perché – come sempre – il diavolo si nasconde nei dettagli. Mentre si declama la presunta sovranità digitale  europea si tiene ben nascosto che nei mega progetti “europei” sono recentemente entrate alcune delle più potenti e aggressive aziende tecnologiche cinesi: China Mobile e China Telecom nella “O- RAN Alliance” (5G) e Alibaba,  Huwaei in ” Gaia-X” (Cloud Edge Computing).

Nel corso di una iniziativa promossa da Luiss Business School e da Formiche,  Giancarlo Giorgetti ed Enzo Amendola hanno espresso in modo nitido la volontà del governo Draghi di adottare una politica digitale fondata sui grandi valori di libertà e di democrazia che da sempre caratterizzano la comunità euro atlantica. Questa impostazione è stata sancita anche nel bilaterale tra Luigi Di Maio e il  Segretario di Stato americano Antony Blinken pochi giorni fa.

Ma nel governo non tutti sembrano pensare allo stesso. Molto più sfumate appaiono le posizioni di altri ministri. In alcuni di loro modo sembra stagliarsi l’idea di una Europa come terza forza  equidistante dai due giganti tecnologici,  Cina e Stati Uniti. In un’era sempre più dominata dal cloud computing non si capisce bene – almeno nel medio periodo – come l’Europa possa essere autosufficiente. Ma al di là di questo punto interrogativo il linguaggio asettico tipico di alcuni ministri tecnici rischia di  omettere un fondamentale dato di realtà: il mondo è ancora diviso tra democrazie e dittature.

Nei regimi autoritari la libertà di ricerca, la libertà di insegnamento, la libertà di impresa sono fortemente limitate e condizionate: ciò rappresenta un grande limite per la scienza. Ogni atteggiamento di equidistanza dell’Italia potrebbe apparire politicamente ambiguo ed eticamente inaccettabile.

Da osservatore esterno,  per fare chiarezza su questi aspetti e su alcuni elementi  ancora indefiniti  della transizione digitale ed ecologica del Pnrr,  vedrei con favore audizioni dei ministri Colao e Cingolani al Copasir.  Il grande guaio è che per come ad oggi stanno le cose il mio è solo wishful thinking: il Copasir è paralizzato da due mesi per il conflitto sulla presidenza tra Lega e Fratelli di Italia.

Finché i due partiti si contendono l’amicizia con Orban niente da dire, ma lo  stallo del Copasir è inaccettabile e non può perdurare. Non casca il mondo se il Parlamento non é tempestivamente informato sui piani di reclutamento dell’addetto militare della Ambasciata della Federazione Russa a Roma espulso dall’Italia nei giorni scorsi. Non sta, invece, né in cielo né in terra che un organismo come il Copasir (così importante nel bilanciamento dei poteri costituzionali tra esecutivo e Parlamento) non sia messo nelle condizioni di conoscere e approfondire le implicazioni di un piano di quasi 200 miliardi da cui dipende il futuro dell’ Italia, o meglio l’Italia del futuro.

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