La scrittrice di origine armena Antonia Arslan dà una lettura (allargata) di quanto è successo ad Ankara tra Erdogan e Ursula von der Leyen. Tra colpe turche e ventre molle europeo. E commenta la frase di Draghi su Erdogan dittatore

Una poltrona (solo) per due. Nel salotto del presidente turco Erdogan non c’è posto a sedere per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’incontro, a cui ha partecipato anche il capo del Consiglio europeo Charles Michel (seduto comodamente accanto a Erdogan), aveva come obiettivo quello di far ripartire le relazioni tra Ue e Turchia, oltre a chiedere lumi rispetto la decisione di Ankara di sottrarsi alla convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Ebbene, von der Leyen non ha trovato posto a sedere nelle poltrone del salotto di Erdogan. È stata invece relegata in un divanetto poco distante. L’atto è stato visto come uno spregio, un insulto. Alla donna prima e all’istituzione che rappresenta – l’Ue appunto – in secondo luogo. L’ondata di indignazione è stata massiccia, nonostante da Ankara siano state sostanzialmente rispedite al mittente tutte le accuse. Per capire cosa si cela dietro al gesto del presidente turco, Formiche.net ha parlato con Antonia Arslan, scrittrice di origine armena, docente universitaria e intellettuale di vaglia.

Ad Ankara, il presidente turco Erdogan dispone una sedia accanto alla sua per il capo del Consiglio europeo Michel, mentre la presidente della Commissione Europea von der Leyen è confinata in un divanetto distante. È una provocazione, uno smacco alla donna o all’Unione che la donna – von der Leyen appunto – rappresenta in quel momento?

A mio avviso, è tutto insieme. Un po’ provocazione e un po’ smacco. La Turchia ha un atteggiamento tanto più duro e ostile contro l’Unione europea, quanto più è fiacca la risposta e debole l’istituzione. Il gesto di Erdogan è figlio di una cultura diplomatica che affonda radici lontane, nell’impero Ottomano. Quella che ha coinvolto la presidente von der Leyen è stata una scena costruita ad uso e consumo dell’Oriente, una rappresentazione plastica dell’esercizio di potere che Erdogan esercita.

A margine di questa scena che ritrae i due leader maschi seduti sulle poltrone e von der Leyen relegata a parte, è scattata l’indignazione generale. In particolare dal mondo femminile. Tuttavia non è un mistero che nei Paesi a prevalenza musulmana le donne abbiano un trattamento differente rispetto i Paesi occidentali. Se ne dovrebbe dedurre che la Turchia, come altri Paesi, non sono adeguati per le donne?

La Turchia sta facendo passi indietro molto evidenti sul fronte del rispetto delle donne. All’interno della Turchia c’è un grande dibattito su questo, che però viene sottaciuto anche dai media occidentali. Il malcontento serpeggia anche nella grande università di Marmara in cui il rettore è stato imposto dal presidente della Repubblica. C’è un grande sommovimento femminile, che è sintomo di come la condizione della donna in Turchia non sia più minimamente paragonabile a quella che esisteva anche solo vent’anni fa.

Lei teme che, a fronte della massiccia immigrazione islamica e dell’impatto demografico, questo rappresenti un ulteriore problema per la condizione femminile in Europa nel futuro?

Il fenomeno migratorio è molto preoccupante, ma non solo per l’Italia anche per l’Europa. L’esempio e la prova di quanto affermo è quello che si sta verificando in Francia. Paese nel quale interi quartieri sono proibiti alle donne che non siano velate. Se in Francia oggi ci sono quartieri e cittadine che sono totalmente inaccessibili, liberi dalle leggi della repubblica, forse sarebbe il caso di interrogarsi seriamente sul futuro della condizione femminile in tutto il Vecchio Continente.

Come cittadina europea e come donna come si è sentita? Come giudica l’atteggiamento delle istituzioni europee a fronte di tale comportamento e linguaggio simbolico?

Al linguaggio simbolico si dovrebbe contrapporre un altro linguaggio simbolico. Forse sarebbe stato meglio che von der Leyen, ipotizzo, avesse rifiutato di sedersi sui divanetti, avrebbe rotto l’incanto: in queste circostanze bisogna saper giocare al loro tavolo in maniera furba. Oppure sarebbe stato il caso che la presidente della Commissione fosse stata accompagnata da due uomini. Ma d’altro canto noi siamo il Paese che ha coperto i monumenti nell’occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani. È stato l’ennesimo segnale di sudditanza psicologica: un segnale pericolosissimo. Sull’atteggiamento delle istituzioni europee c’è poco da dire: pietoso. Tanto più che si è vanificata tutta la grande tradizione della diplomazia europea.

 L’ha stupita il comportamento di Erdogan o era prevedibile?

Il comportamento di Erdogan era prevedibile, per lui Ursula von der Leyen è una donna. L’incontro con lei era una cosa risibile, specie per uno che è convinto di avere l’Unione europea in mano.

Il premier Mario Draghi ha detto a chiare lettere che, pur essendo utile tenere rapporti con la Turchia, personaggi come Erdogan vanno approcciati con la consapevolezza che siano dittatori. Che ne pensa?

Penso che sia un’affermazione di assoluto buonsenso. Una concreta presa di coscienza rispetto al vero volto del presidente turco. Dirò di più: il mio auspicio è che queste affermazioni vengano riprese dalla stragrande maggioranza dei leader europei. Sarebbe un vero passo avanti che sveglierebbe le coscienze europee.

La Turchia di Erdogan è oggi legata alla leadership dei Fratelli Musulmani, nota organizzazione islamista panaraba. La Germania però è entusiasticamente filoturca sia per demografia interna sia per interessi commerciali, influenzando indebitamente l’intera Ue e minimizzando il problema. Cosa pensa, che futuro prevede e che moniti lancia?

Non credo che la Germania sia così filo-turca. Anche perché ci sono tantissimi curdi in Germania. Il legame con i Fratelli Musulmani è molto pericoloso. Soprattutto perché in prospettiva c’è la sudditanza dell’Europa. Un po’ di malumori emergono dalle discussioni al Parlamento europeo, ma evidentemente poco contano.

L’Unione europea è stata silente a fronte delle violenze omicide tremende patite dagli armeni nel corso della guerra condotta contro di loro da Erdogan e Azerbaijan. Eppure i singoli Stati dell’Unione si riempiono la bocca di etiche e di politiche della memoria e contro l’odio. Cosa si sente di dire?

Di fronte a persone spregiudicate e autoritarie, che sanno come lusingare il popolo, cedere non è mai la scelta giusta. Il silenzio dell’Ue è stato imbarazzante e autolesionista perché ha spinto di nuovo l’Armenia nelle braccia della Russia. L’unica cosa che si può amaramente contestare è che, in fondo, ci sia una grande ipocrisia.

Papa Francesco con il viaggio in Iraq ha concentrato l’attenzione anche sui cristiani di Oriente. E tuttavia il dramma continua lontano dai riflettori con morti, terrore e distruzione del patrimonio artistico spirituale di queste millenarie comunità cristiane, anche, nello specifico, nei riguardi oggi dei cristiani armeni. Al contempo, abbiamo cardinali e arcivescovi cattolici che vanno a Baku per conferenze interreligiose, ne omaggiano il governo, ne ricevono onorificenze. Oppure, ancora, si hanno finanziamenti azero-turchi per iniziative varie di dicasteri pontifici. Da cattolica e da cristiana orientale come vive queste scelte dei massimi vertici della Chiesa Cattolica?

Vivo queste scelte in maniera molto perplessa. I cardinali che vanno a Baku dovrebbero sapere che l’Azerbaijan è uno fra i Paesi con gli standard democratici più bassi del mondo. La Chiesa sta sbandando terribilmente. Non può il centro della cristianità fare piaggerie di questo tipo: in questo modo si evidenzia uno sbandamento nella guida politica della chiesa. Nel momento in cui è preciso interesse dell’Azerbaijan distruggere i monumenti armeni, dovrebbe arrivare una presa di posizione forte da parte della Santa Sede. Forse, solo in questo modo si riuscirebbe a ottenere qualche effetto.

Alla luce di questi presupposti, non è da ritenere ambiguo il ruolo della Turchia nella Nato?

È una barzelletta che la Turchia sia all’interno della Nato. Si tenga presente, ad esempio, che i missili ad alta precisione utilizzati in Nagorno Karabakh, sono stati prodotti dal genero di Erdogan. In più, tutto ciò che riguarda l’armamento della Nato è a disposizione della Turchia. È una follia.

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