Con Donald Trump il surplus commerciale, con Joe Biden i diritti umani. Gli Stati Uniti cambiano registro ma non abbassano la guardia sulla Cina. Che risponde (anche in Italia)

Usciti di scena Donald Trump e Mike Pompeo, gli Stati Uniti non hanno abbassato la guardia davanti alla Cina. Ma i toni sì, riportandoli a una linea meno aggressiva e più dialogante. Con Joe Biden alla Casa Bianca, Washington ha cambiato registro mettendo i valori al centro (con Pechino, ma anche con Mosca e Ankara), lì dove con la precedente amministrazione c’era il surplus commerciale.

A dimostrazione di ciò, Daleep Singh, vice consigliere per la sicurezza nazionale e vice direttore del National Economic Council, ha recentemente dichiarato che tra le sfide del prossimo G7 c’è la necessità di dimostrare che le società aperte e democratiche rappresentano la soluzione ai principali problemi del mondo e che “le autocrazie non sono la risposta giusta”. Alla luce di queste considerazioni gli Stai Uniti chiederanno agli altri membri del Gruppo dei Sette di aumentare la pressione sulla Cina per il lavoro forzato nello Xinjiang, ha annunciato.

È una nuova impostazione a cui Pechino sta cercando di adattarsi. Lo dimostrano le parole di Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, che venerdì è stato ospite del Council on Foreign Relations, uno dei più importanti think tank al mondo, presieduto dal diplomatico Richard N. Haass. Nel suo intervento il capo della diplomazia di Pechino ha avanzato cinque suggerimenti gli Stati Uniti, come ricostruisce il Global Times, organo della propaganda cinese: comprendere e considerare lo sviluppo della Cina in modo obiettivo e razionale; lavorare con la Cina su un nuovo percorso di coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti; rispettare e tollerare il percorso e il sistema che la Cina ha scelto in modo indipendente; praticare il multilateralismo in senso reale; non interferire negli affari interni della Cina.

A distanza di poche ore da quel discorso la Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale del governo cinese, ha pubblicato un video-editoriale sostenendo che gli Stati Uniti che si atteggiano a paladini dei diritti umani non hanno trascorsi positivi, in patria e nel mondo, che li autorizzano a sentirsi tali.

Prima Hong Kong, oggi Taiwan e gli uiguri. Gli Stati Uniti “giocano con il fuoco”, ha dichiarato il ministro sintetizzando la linea della diplomazia cinese. Basti pensare che parole simili ha usato recentemente in audizione alla Camera l’ambasciatore cinese in Italia, Li Junhua: “I diritti umani in Italia hanno caratteristiche. In Cina altri”.

Il tutto si riassume in un paragone, quello tra la democrazia e la Coca Cola, che secondo il ministro promette di avere lo stesso gusto in ogni parte del mondo (ma così non è). “Non adottiamo mai modelli stranieri, non esportiamo la nostra ideologia, né chiediamo agli altri Paesi di copiare i metodi della Cina”, ha spiegato. Il governo cinese, ha dichiarato ancora Wang Yi, “è sostenuto dal popolo. Etichettare la Cina come autoritarismo o dittatura semplicemente perché la democrazia cinese assume una forma diversa dagli Stati Uniti, questo di per sé è antidemocratico”. Un po’ come quando, questa settimana, l’ambasciatore Li ha paragonato il Senato italiano all’Assemblea nazionale del popolo cinese.

Una situazione che rischia di vedere l’Europa davanti a un bivio. Come ha sottolineato Jacob Mardell, analista del think tank tedesco Merics, “Bruxelles dovrebbe riconoscere che il mondo che Pechino intende realizzare è quello in cui il biasimo per atroci abusi dei diritti umani in un altro Paese è una violazione delle norme internazionali, piuttosto che l’adesione [a esse]. Ciò è incompatibile con i valori e l’attuale identità politica dell’Unione europea”. Ormai, il solito bivio.

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