Se il summit di Anchorage ha evidenziato le tensioni tra le due superpotenze, la crisi climatica potrebbe rivelarsi l’unico punto di caduta. Ecco perchè il G20 a guida italiana potrebbe rivelarsi decisivo per il clima

Dopo il tempestoso summit di alto livello tra Cina e Stati Uniti, le domande si moltiplicano. Certamente gli screzi non hanno portato a nessun tipo di dialogo costruttivo (almeno pubblicamente): Washington mantiene una forte postura nei confronti di Pechino, dai diritti umani alla tecnologia, e il Dragone ha di nuovo ingiunto all’Aquila di non interferire in quelli che ritiene affari nazionali, sfidando il potere americano a muso duro.

Il summit di Anchorage, insomma, non prelude a nessun colloquio strutturato nel tempo, come hanno confermato da entrambe le parti. Si è trattato di un primo avvicinamento – o almeno, il primo dell’era Biden – tra due superpotenze che si guardano in cagnesco. Ci sono però questioni che travalicano i confini del contenzioso Cina-Usa, come il clima, argomento che Joe Biden e Xi Jinping hanno necessità e interesse di affrontare.

Man mano che gli obiettivi ambientali diventano conditio sine qua non della politica internazionale, entrambi i leader devono fare la loro parte davanti al resto del mondo. L’America di Biden si sta proponendo come leader climatico mondiale: ha messo la lotta al cambiamento climatico al centro dell’azione di politica estera, è rientrata negli accordi di Parigi e si è impegnata a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. La Cina, che invece antepone lo sviluppo a qualsiasi altro obiettivo, vorrebbe arrivarci nel 2060 – però nelle “Due Sessioni” programmatiche di marzo il Partito comunista cinese ha voluto trasmettere idee come Green recovery e Green Silk Road (Via della Seta verde).

A Washington sanno benissimo di non poter chiudere il dialogo climatico con la Cina, responsabile del 30% delle emissioni globali (gli Usa si attestano attorno al 15%). Di contro Pechino sa (o spera) di poter usare il gettone climatico per incrementare il proprio potere contrattuale, ma non può tirare troppo la corda senza attirarsi lo sdegno di attori come l’Ue.

Semplicemente, la portata e le conseguenze della crisi climatica sono tali da non poterla subordinare al contenzioso tra le due potenze. Gli Usa lo sanno, la Cina pure. E si è visto ad Anchorage: pur sapendo che sarebbero rimasti su posizioni incompatibili con quelle americane, il diplomatico cinese Yang Jiechi ha fatto leva anche sulla responsabilità climatica dei due Paesi per rimarcare la “gratuità” (telegrafata) dell’aggressività americana. Della serie: noi siamo venuti qui con le migliori intenzioni, e voi le avete infrante con la vostra mentalità da Guerra fredda.

Eppure da settimane circola l’idea che Biden e Xi si incontreranno, perlomeno virtualmente, il prossimo 22 aprile, giorno (Earth Day) in cui il presidente americano ha convocato un summit di leader internazionali per parlare, appunto, del clima. Oggi possiamo scontare l’ipotesi che il summit ad Anchorage sia servito a preparare il terreno per quello storico incontro.

Quella sarebbe l’occasione perfetta perché la Cina possa proporsi come un “gigante gentile” sul palcoscenico internazionale, disposto a dialogare pazientemente nel miglior interesse di tutti, come è solita fare. Pechino si propone come accorto interlocutore ai tavoli multilaterali, pertanto glissare su un evento così significativo non gioverebbe affatto all’immagine di Xi. Così come il presidente cinese non può mancare dal confronto in seno al G20.

Da entrambe le parti fanno sapere che non ci sono piani in tal senso, ma gli indizi puntano a quella data. Massima esposizione mediatica, tema cruciale, possibilità di collaborazione. E qualora il clima si rivelasse un binario (il solo?) su cui far correre una collaborazione tra i due rivali strategici, toccherà soprattutto all’Italia, in veste di presidente del G20 e copresidente della conferenza sul clima COP26, facilitare il dialogo.

Il contatto “climatico” tra Usa e Italia si è già concretizzato con la chiamata tra l’inviato John Kerry e il ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani, in cui i due si sono detti pronti a collaborare. “In questo auspicabile programma di lavoro comune con gli Stati Uniti, l’Italia deve tenere assolutamente conto della possibilità di essere anche – ove possibile – un ponte nella ricostruzione del rapporto tra le due potenze (Usa e Cina, ndr) su questo dossier”, ha detto l’ex ministro dell’ambiente Corrado Clini, raggiunto da Formiche.net.

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