La “Rerum Novarum” delineò una concezione così moderna della società e dello Stato che solamente oggi, dopo il tramonto delle utopie marxiste ed il crollo dei regimi del socialismo reale da esse prodotti e la devastante crisi che attraversa il capitalismo speculativo e finanziario, possiamo valutare in tutta la sua attualità ed adeguatezza ai problemi del nostro tempo

Voi oggi leggete la “Rerum Novarum” tranquillamente, come una pastorale qualsiasi fece dire il grande pensatore cattolico Georges Bernanos nel suo insuperabile “Diario di un curato di campagna” al protagonista del suo libro invece “allora abbiamo sentito tremare la terra solo i piedi. Che entusiasmo! L’idea cosi semplice che il lavoro non è una merce sottomessa alla legge della domanda e dell’offerta, che non si può speculare sui salari come sul grano, sullo zucchero e sul caffè, questo sconvolgeva le nostre coscienze”. E dovrebbe sconvolgere anche oggi le nostre coscienze a centotrent’anni dalla promulgazione di quella enciclica e quando ancora dobbiamo registrare numerosi morti sul lavoro, perché al lavoro non si riconosce la giusta e doverosa dignità.

Come sconvolse tutte le anime belle di quel fine ‘800, mettendo a soqquadro quel clima di “fin de siecle”, che pur aveva i suoi gravi problemi, quell’ultimo scorcio di “belle epoque”, che non si aspettava un’enciclica, anche se attesa e preannunciata, così rivoluzionaria.
La “Rerum Novarum” delineò una concezione così moderna della società e dello Stato che solamente oggi, dopo il tramonto delle utopie marxiste ed il crollo dei regimi del socialismo reale da esse prodotti e la devastante crisi che attraversa il capitalismo speculativo e finanziario, possiamo valutare in tutta la sua attualità ed adeguatezza ai problemi del nostro tempo. Prova ne sia l’intuizione dell’importanza del principio di “sussidiarietà”, secondo il quale lo Stato può e deve intervenire solamente quando i privati, i singoli e le varie comunità naturali, quali le famiglie gli ordini professionali, gli Enti locali: non sono in grado da soli di raggiungere i propri scopi: “Non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dal1o Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può”, se però “alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrasta un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l’intervento dello Stato”.

Così come adeguata alle esigenze dei tempi fu la riaffermazione del principio della “giustizia retributiva dello Stato, che ha come suo compito precipuo quello di eliminare le situazioni di disparità e d’ingiustizia esistenti nella società”: “Ora, essendo assurdo provvedere ad una parte dei cittadini e trascurare l’altra, e stretto dovere dello Stato prendersi dovuta cura del benessere degli operai; non facendolo, si offende la giustizia che vuole si renda a ciascuno il suo”.

La grande carica profetica di questa enciclica non può non risultare immediatamente dall’aver previsto che, in alternativa alla lotta di classe, allora propugnata dalle ideologie marxiste, quando ancora non si conoscevano gli effetti disastrosi che avrebbero provocato tutti i regimi socialisti, solamente la collaborazione delle classi in base al principio dell’“amicizia”, che diventerà nel linguaggio di Pio XI della “carità sociale” e con Paolo VI la “civiltà dell’amore”, infine con Giovanni Paolo II la “solidarietà”, avrebbe potuto risolvere la questione sociale.

L’enciclica apriva perciò una nuova era, ma veniva anche a concludere tutta una fase di elaborazione teologica, culturale e scientifica che Papa Pecci aveva iniziato indipendentemente da ogni stato di necessità, sapendo cogliere i segni dei tempi. Questo fervore di studi portò, prima, alla stesura anche con la collaborazione del fratello del Papa, Giuseppe Pecci, docente all’Apollinare ed all’Accademia, dell’Enciclica “Aeterni patris” del 1789, sulla riscoperta ed il rilancio della filosofia di San Tommaso (diceva Leone XIII: “Bisogna risalire, risalire, più che si può alle fonti”) e, poi, all’istituzione di nuove cattedre, persino presso il Seminario Maggiore di Roma, come quella di fisica sperimentale e di Ipnotismo e medicina legale. Se si pensa al livello dei seminari dei nostri giorni non si può non rilevare l’enorme differenza e non si può non individuare proprio in un clero preparato ed agguerrito l’elemento trainante di tutto il rilancio del movimento cattolico.

L’opera di rivitalizzazione di tutto un mondo fu poi completata dall’apertura degli Archivi vaticani, dall’istituzione di una Scuola di Paleografia e Diplomatica, dal Potenziamento della Biblioteca Vaticana, dall’utilizzo di tutti gli strumenti di comunicazione più moderni, come le conferenze stampa: nel 1879 il Papa convocò per la prima volta nella storia una conferenza stampa che vide riuniti a Roma oltre 1000 giornalisti.

La “Rerum Novarum”, dunque, come scrisse Rocco Buttiglione nella prefazione al mio primo libro “La Dottrina Sociale cattolica, sfida per il terzo millennio” non può essere letta indipendentemente da tutte le altre encicliche sociali di Papa Pecci, ed in particolare da “Libertas”, che anche Giovanni Paolo II ha ricordò nella sua “Centesimus Annus”. (Queste ed altre notizie possono essere tratte da “Una luce sul mondo. Dalla Rerum Novarum alla Caritas in Veritate”, cap. I “Le profezie della Rerum Novarum” di Riccardo Pedrizzi e Giovanni Scanagatta, Editrice Pantheon).

Essa, perciò, veniva a completare il panorama degli interventi del Magistero sui vari aspetti della vita del singolo, della società e dello Stato. In tal modo, il Papa rivendicava alla Chiesa il compito originario affidatole da Cristo di concretizzare la sua missione evangelizzatrice nell’annuncio anche della sua dottrina sociale, proprio in un periodo in cui e lo hanno rilevato anche San Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI ed il Pontefice attuale il diritto dovere della Chiesa di dare giudizi ed orientare l’attività sociale, politica ed economica era ben lungi dall’essere pacificamente accettato: da un canto, infatti il socialismo intendeva estirpare dal cuore dell’uomo ogni suo bisogno di religiosità e di anelito verso la Trascendenza, considerando la religione un’inutile sovrastruttura della realtà, da l’altro il liberalismo laicista e massonico, pur consentendo una larvata libertà individuale, mirava a rinchiudere nell’ambito delle chiese e delle abitazioni private ogni pratica religiosa, castrando il cattolicesimo di ogni rilevanza pubblica e di ogni possibilità d’intervento nel sociale. Così come, in effetti, accade anche oggi.

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