Il ritiro non sarà facile. Il trasporto multimodale (aereo-navale) sarà indispensabile per estrarre poco più di 800 uomini e un migliaio abbondante di metri lineari di mezzi da Herat e Kabul. Si dovrà mantenere operativa una adeguata aliquota da dedicare unicamente a contrastare eventuali colpi di coda avversari. L’analisi del gen. Marco Bertolini, già comandante del Coi, primo italiano ad aver ricoperto il ruolo di capo di Stato maggiore di Isaf in Afghanistan

Quella che si concluderà a breve, in Afghanistan, è un’operazione che verrà ricordata a lungo per la sua durata ventennale, per il taglio decisamente operativo e per la lontananza dalla madrepatria, alla quale non eravamo abituati in questo dopoguerra (con la notevole eccezione della Somalia). In particolare, il rientro delle nostre unità si concretizzerà in un complesso di attività logistiche nelle quali verranno messe a dura prova le nostre capacità di trasporto, per ritirare il nostro contingente senza far scadere la sicurezza in una fase nella quale lo stesso si assottiglierà progressivamente. Il trasporto multimodale (aereo-navale) sarà indispensabile per estrarre, da un Paese che non ha sbocchi al mare né linee ferroviarie, i nostri mezzi fino alla base intermedia negli Emirati, da dove si avvierà invece un trasporto mediante nave Ro-Ro fino all’Italia.

In sostanza, si dovrà provvedere all’uscita dal Paese di poco più di 800 uomini e di un migliaio abbondante di metri lineari di mezzi (la misura in metri lineari serve per calcolare le “sortite” aeree e la tipologia di velivoli) da due sole località, Herat e Kabul, dove i mezzi sono già concentrati. Naturalmente, sarà necessario mantenere operativa una adeguata aliquota da dedicare unicamente a contrastare eventuali colpi di coda avversari e una riserva pronta ad intervenire in tempi brevi per dare manforte laddove fosse necessario.

Detto questo, non si deve dimenticare che la maggior complessità delle attività logistiche in quel teatro è stata quella che si è affrontata durante la fase di schieramento e in condotta. Al primo dispositivo, concentrato unicamente a Kabul nel 2001, ne è seguito un ulteriore nella provincia di Khwost col contingente Nibbio nel 2003, seppur per pochi mesi. Si trattava di un’area raggiungibile solo con voli tattici, con una pista che metteva a dura prova i carrelli dei nostri C-130. Quanto alle strade, l’unica disponibile, da Gardez, era di difficile praticabilità attraverso un passo a tremila metri di quota, e venne percorsa solo in fase di ripiegamento, dai nostri paracadutisti. A Khwost il nostro reggimento dovette operare con elevati livelli di autonomia logistica, sia per le attività di vita quotidiana, vettovagliamento, attendamento, rifornimenti idrici, assistenza medica, carburanti e munizionamento, sia per quelle operative ed addestrative.

L’addestramento militare, infatti, è una funzione continua che non può essere abbandonata neppure “operazione durante”, a meno di perdere rapidamente le capacità fondamentali per far fronte a un avversario organizzato militarmente e dotato di procedure operative complesse. La capacità del soldato, è bene ricordarlo fino alla nausea, è infatti frutto di una preparazione continua, e non si può limitare a una buona fase formativa e a qualche lezione di tiro e un po’ di jogging di tanto in tanto.

Fatto questo necessario inciso, è comunque dopo Khwost, con l’allargamento dell’operazione Isaf a tutto l’Afghanistan e con l’assegnazione all’Italia della responsabilità della regione Ovest centrata su Herat, che ci siamo dovuti far carico di problemi logistici molto più complessi. Dal 2006, infatti, le unità italiane sono arrivate a un massimo di 4.500 uomini raggruppati in varie unità sul territorio. Tali unità erano e continuano a essere di diversa tipologia e sottoposte a turnazioni, integrazioni e sottrazioni differenziate in base alle rispettive caratteristiche e alla disponibilità in Patria di personale specialistico impiegabile, costringendo a un flusso continuo in entrata ed in uscita. Oltre a un reggimento nella capitale Kabul, inoltre, il resto delle forze era disseminato tra Herat, Farah, Baqwa, Bala Boluk, Bala Murgab e da queste località in altri presidi su un territorio molto ampio e con una rete stradale precaria. Per dare un’idea delle dimensioni dell’area, si consideri che tra Kabul ed Herat ci sono 800 chilometri in linea d’aria e 400 separano Farah da Bala Murgab, sempre in linea d’aria.

A queste unità si aggiungeva una componente ad ala rotante importante, con elicotteri d’attacco A-129 e CH-47 da trasporto, poi sostituiti da NH-90 dell’Esercito. Ecco, per questo complesso dispositivo si sono dovute costruire strutture alloggiative adeguate in termini di sicurezza, spesso in apprestamenti tattici costruiti dalle stesse unità operative, con barriere e trincee contro il fuoco nemico, veramente giornaliero contro alcune di queste. Nelle sedi principali, si sono realizzate cortine antimortai, rifugi e ricoveri, mentre apparati di controllo ottico ed elettronico integravano la sorveglianza assicurata da sentinelle letteralmente arrampicate su altane o interrate in posti osservazione avanzati.

La varietà dei mezzi e le condizioni al limite del loro normale impiego hanno costretto ad effettuare “in teatro” molte manutenzioni, presso officine specialistiche per gli elicotteri e per i velivoli ad ala fissa (C-130J, C-27J, Tornado/AMX e Predator), nonché per una varietà di mezzi blindati sempre più pesanti e sofisticati, capaci di resistere alla minaccia delle Ied (ordigni esplosivi improvvisati) che ci hanno provocato le maggiori perdite.

Credo non ci sia molto da dire sulla complessità, oltre che sul costo, di alimentare ognuna di queste unità di personale, viveri, acqua, munizioni, pezzi di ricambio, materiali di rafforzamento, ecc. fino al punto di ricorrere spesso all’aviolancio di materiali per le basi più lontane e per le quali il rifornimento in elicottero poteva rappresentare un rischio eccessivo.

Tra le attività logistiche, credo che un cenno a parte spetti alle attività sanitarie, alle quali va il merito di avere evitato molti lutti. Il problema è stato affrontato disseminando il territorio di presidi di diversa capacità chirurgica, nonché di elicotteri dedicati esclusivamente alle Medical Evacuations (MedEvac). A questi ultimi, è stato affidato il rispetto della cosiddetta “golden hour”, vale a dire i sessanta minuti entro i quali il ferito dovrebbe essere trasportato presso un idoneo centro chirurgico per assicurargli le migliori possibilità “statistiche” di sopravvivenza. A questo fine, le nostre unità operative si sono dotate di personale che associa, alla prioritaria funzione tattica, anche la capacità di effettuare interventi salvavita di una certa complessità nei primi dieci minuti dal ferimento, quindi in condizioni di combattimento, per stabilizzare il ferito fino all’arrivo dell’elicottero. Analogamente, sull’elicottero, il personale sanitario, in questo caso specializzato, ha il compito di assicurargli la sopravvivenza fino all’arrivo al centro chirurgico, da dove sulla base delle sue condizioni si procede all’intervento o all’evacuazione in Patria.

Saltando di palo in frasca, ma non troppo, e venendo a casa nostra con un ammaestramento “afghano” osserverei che nel giustificare il ricorso al generale Francesco Paolo Figliuolo quale commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, facendo arricciare il naso a più di un antimilitarista in servizio permanente nostrano, si è spesso tirato in ballo il famigerato “dual use” lanciato dal precedente ministro della Difesa: un impiego duale al quale le nostre Forze armate dovrebbero essere votate, con la tacita intesa che la preparazione al combattimento rappresenterebbe solo una capacità secondaria, tutt’al più eventuale per “brava gente” come noi.

Niente di più sbagliato. Se le nostre Forze armate sono in grado di farsi carico di problemi complessi come l’attuale crisi sanitaria, non è perché alle loro capacità operative militari sono state aggiunte capacità emergenziali da qualche politico in vena di innovazioni semantiche, ma perché le seconde sono un’ovvia conseguenza delle prime. È per questo che prima ancora che la Protezione Civile nascesse ispirandosi proprio all’organizzazione militare, furono principalmente le Forze armate a farsi carico di alluvioni e terremoti in Italia, impiegando qualche capacità tra quelle elaborate per fronteggiare sfide di taglio bellico come quella afghana, o somala. Il resto sono solo ciance.

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