Lo stato dell’arte della relazione, complessa, tra ambiente ed energia in Europa e in relazione con Stati Uniti e Cina. Cosa ci servirebbe? Un atteggiamento non ideologico o velleitario, scelte coerenti e con i piedi per terra. La sostenibilità ambientale deve essere ricercata mantenendo il livello di benessere, la cultura del no, dei cavilli e dei ricorsi è assolutamente inadeguata per tutelare l’ambiente e affrontare la ricostruzione economica e sociale

Di questi giorni non è facile essere ambientalisti quando si parla di energia. Non è facile perché è chiaro che ci sono livelli diversi di sensibilità ambientale, ma soprattutto perché è difficile mettere d’accordo le varie anime sulle strategie e gli strumenti della transizione energetica.

Il green deal europeo dovrebbe essere il documento capace di costruire un consenso generale ma, come succede spesso, crea più tensione e genera più critiche che convinte adesioni: i diversi modi di intendere l’ambientalismo si contrappongono anche sui temi che dovrebbero in teoria creare unità, come per esempio lo stoccaggio della CO2 per ridurre l’impatto nei settori così detti ‘hard to abate’ quali siderurgia o chimica, inserito dall’Ue tra le attività che avranno un ruolo centrale nel cammino verso la neutralità carbonica prevista al 2050.

Per capire quanto il tema sia d’attualità, l’inviato speciale sul clima di Joe Biden, John Kerry, e la sua controparte cinese Xie Zhenhua, in un incontro a Shangai di metà aprile hanno concordato strategie comuni su temi quali lo stoccaggio dell’energia, la cattura del carbonio e l’idrogeno.

Per fortuna che ci sono intelligenze che cercano di trovare una sintesi che permetta di allargare il dibattito anche in Italia. Un gruppo che ha deciso di tradurre le proprie idee in una dichiarazioni di intenti è quello del ‘Manifesto Italia più verde’, a cui ho deciso di aderire.

Condivido su questo spazio che mi è concesso da Formiche i motivi di questa scelta, perché ritengo che vadano al di là delle convinzioni personali ma contengano elementi che possono essere condivisi da molti. E sarebbe ora che si passasse dal ‘contrasto su tutto’ alla ‘condivisione di un’idea’, di una concezione diversa e innovativa.

Mi viene a sostegno un passo di un recente editoriale di Romano Prodi su Il Messaggero, in cui si legge che combattere l’inquinamento «significa non solo risparmiare energia, ma cambiare radicalmente il modo con cui si fanno le cose. Significa rivoluzionare tutti i settori produttivi». Anche perché, commenta, non ha molto senso puntare sulle rinnovabili e acquistare i pannelli solari dalla Cina.

C’è un passaggio del Manifesto che mi pare riassuma lo stato d’animo con cui dovremmo affrontare la sfida ecologica che ci attende: «è necessario rendere esplicita e pubblica una visione riformista sull’ambiente che indichi un cammino di speranza e di fiducia per affrontare le sfide del prossimo futuro». Speranza e fiducia, due elementi che scarseggiano in questi mesi di pandemia ma che vanno ritrovati al più presto. E perché succeda servirebbe uno slancio dell’Unione europea che in questo momento pare latitare.

Il green deal dell’Ue si sta scontrando infatti con contraddizioni che ne stanno frenando il cammino. Una su tutte quella sulla tassonomia per la finanza sostenibile, cioè il documento che indica quali interventi possono essere considerati ‘green’, cioè con positivi impatti sull’ambiente, e proprio per questo sono meritevoli di investimento. La sua definizione è stata rinviata a fine anno per attendere… l’esito delle elezioni tedesche. Sembra una vicenda del bel Paese, dove le decisioni sono procrastinate perché c’è un’elezione di mezzo (e di elezioni in Italia ce n’è sempre una).

In ogni caso, le modalità di produzione su cui si deve decidere se siano o meno sostenibili sono il gas e nucleare. Per alcuni osservatori il tema farebbe emergere le contraddizioni e i paradossi di chi ritiene si debba mirare a un’impostazione radicale e fondamentalista della transizione energetica, un’impostazione che pare stia conquistando non solo l’Italia ma anche altre nazioni europee, fra cui la Germania, dove la decisione è ‘sul come’ la tassonomia normerà gas e nucleare.

L’esito dipenderà dagli esiti delle elezioni (e qui il cerchio si chiude). Se infatti prevarranno i Grüne di Annalena Baerbock, è possibile che vi sia una svolta ‘ortodossa’ nella politica ambientale. Il nodo della tassonomia per la finanza sostenibile è centrale (come anche altri, comunque) e se non risolto produrre qualche effetto problematico.

Uno su tutti, se il gas risultasse escluso dagli investimenti considerati virtuosi (come anche nucleare e agricoltura), nascerebbe una difficoltà nel processo di sostituzione delle centrali a carbone le quali, dalla Germania stessa a tutti i paesi dell’est europeo ma anche in Italia, sono il principale fattore di inquinamento e dell’effetto serra.

E pensare che proprio sostituire le centrali a carbone con impianti a gas abbatterebbe significativamente le emissioni. Ed escludere il nucleare, unica fonte di energia no-carbon ma baseload (in grado di fornire energia elettrica in grandi volumi, continua e ognitempo) e che già oggi fornisce il 17% dell’energia elettrica europea (e ben il 48% di quella no-carbon ), significa vanificare il proposito europeo di raggiungere, entro il 2030 il 55% di abbattimento delle emissioni di CO2.

Su questi due punti non c’è accordo fra gli Stati europei. Solo utilizzando il gas come energia di transizione e il nucleare come tecnologia che permette di risparmiare in emissioni di CO2 il green deal può approcciare obiettivi realistici. E rendere l’Europa competitiva con Usa, Cina, India e quelle parti del mondo globalizzato dove le condizioni di vita stanno migliorando grazie agli effetti della globalizzazione, con buona pace dei suoi negazionisti, che al gas e al nucleare, certamente, non rinunciano.

Cosa ci servirebbe? Un atteggiamento non ideologico o velleitario, scelte coerenti e con i piedi per terra. Lo stesso approccio che propone il ‘Manifesto Italia più verde’, quando afferma che la sostenibilità ambientale deve essere ricercata mantenendo il livello di benessere, che la cultura del no, dei cavilli e dei ricorsi è assolutamente inadeguata per tutelare l’ambiente e affrontare la ricostruzione economica e sociale.

E che l’Italia del terzo millennio deve essere protagonista dell’Europa unita e sapere fare convivere ambiente e lavoro, tecnologia e giustizia sociale, essere equa e solidale. Un’Italia moderna che sta al passo con le nazioni più avanzate del mondo, come è nelle sue possibilità e nella sua storia. È quello che stiamo chiedendo di fare a Mario Draghi. Ci riusciremo?

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