Un “enorme segnale politico”. Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello Iai e già rappresentante permanente dell’Italia a Bruxelles, spiega le ragioni dello stop Ue all’accordo con la Cina (Cai) e il riallineamento con Biden. Ora il 5G, sarà il fronte più caldo

Lo stop della Commissione Ue alla ratifica del Cai (Comprehensive agreement on investments) con la Cina è “un segnale politico enorme”. Parola di ambasciatore. Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello Iai (Istituto affari internazionali) e già rappresentante permanente dell’Italia a Bruxelles, dice a Formiche.net che l’altolà annunciato dal vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, è “un gesto pieno di significati e senza precedenti recenti”.

 

Effetto Biden. L’Ue congela l’accordo commerciale con la Cina

 

Sei mesi dopo il primo, prematuro strappo fra Bruxelles e Washington DC, con la firma dell’Ue sul maxi-accordo sugli investimenti diretti esteri cinesi senza consultare il neo-eletto presidente Joe Biden, arriva una prima, clamorosa ricucitura.

Era stato il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan il primo a sbuffare, per mezzo di un tweet che ha messo sull’attenti le cancellerie europee: “L’amministrazione Biden-Harris apprezza una previa consultazione con i nostri partner europei sulle nostre comuni preoccupazioni per le pratiche economiche della Cina”. A cento giorni dall’insediamento di Biden a Pennsylvania Avenue, ecco la marcia indietro.

“Abbiamo per il momento sospeso alcuni sforzi di sensibilizzazione politica da parte della Commissione, perché è chiaro che nella situazione attuale, con le sanzioni dell’Ue contro la Cina e le contro-sanzioni cinesi, anche contro membri del Parlamento europeo, l’ambiente non è favorevole alla ratifica dell’accordo”, ha detto il commissario lettone.

Tempismo perfetto: mentre da Bruxelles arrivava la notizia dello stop, a Londra, di fronte ai ministri degli Esteri del G7, il Segretario di Stato americano Antony Blinken chiedeva “una risposta coordinata alla Cina”. “Non era scontato che si arrivasse alla sospensione dell’accordo – nota Nelli Feroci – l’Europa invia un segnale e risponde alle preoccupazioni americane, espresse in questi mesi anche con grande freddezza dall’amministrazione Biden”.

Se il Cai rallenta la sua corsa per la ratifica è anche perché, nei mesi scorsi, Ue e Cina sono state protagoniste di un inusuale scambio di sanzioni. Prima il pacchetto approvato da Bruxelles contro funzionari del governo cinese accusati di violazioni dei diritti umani in Xinjiang, Hong Kong, Tibet. Dunque la risposta di Pechino, con una serie di contromisure che hanno alzato la posta. Parlamentari, fra cui pezzi grossi della politica a Strasburgo, come l’eurodeputato Verde Reinhard Butikofer. Ma anche diplomatici, quelli che compongono il Comitato politico e di sicurezza del Consiglio Europeo (Cps).

“Quando viene colpito il Parlamento è difficile rimanere indifferenti, anche se lo stop non è certo un gesto di protocollo o di routine, è carico di significato politico – spiega il presidente dello Iai – siamo di fronte a un riallineamento europeo sulle posizioni di Washington DC, dopo qualche sbandata, sia da parte della Commissione che dei singoli Stati membri”.

L’accordo, di cui non è mai stato reso pubblico il testo definitivo, era considerato ground-breaking dagli addetti ai lavori ed è frutto di sette anni di negoziati tra i blocchi. Fra i punti chiave, l’impegno del governo cinese ad aprire il mercato interno agli investitori europei e a garantire un trattamento equo, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento forzato di know-how, nonché il rispetto di una serie di clausole ambientali.

“L’accordo in sé – riprende Nelli Feroci – conteneva anche misure positive, e mi auguro ci siano le condizioni per riprendere il processo, dopo un consulto con i nostri alleati, senza buttare il bambino con l’acqua sporca”. Certo, la firma a novembre, con gli scrutinatori di alcuni Stati americani ancora intenti a rivedere le schede elettorali, non è stata una mossa previdente. “Col senno di poi è stato un errore. Dopotutto parliamo di un negoziato iniziato nel 2014, si poteva attendere e concordare con gli Stati Uniti una linea comune”.

Ora la sospensione, alla vigilia di un altro, cruciale annuncio della Commissione, un piano di revisione degli investimenti extra-comunitari in settori critici. “Un meccanismo di vigilanza e controllo che, ovviamente, non menziona esplicitamente la Cina, anche se è ovvio che rientra fra i principali target. Una vittima implicita, o se vogliamo, collaterale”.

Il fronte tech, avvisa l’ambasciatore, è il prossimo. Biden si attende un segnale sulla sicurezza della rete 5G da cui gli americani vogliono fuori aziende cinesi come Huawei o Zte. “Di tutti gli elementi nel contenzioso fra Washington e Pechino, il primato tecnologico è il più sensibile. Qui si faranno sentire più forti le pressioni americane. Qui l’Europa dovrà trovare un equilibrio fra sicurezza e autonomia strategica nelle tecnologie critiche”.

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