Il diplomatico iraniano Assadi ha rinunciato all’appello: la sua condanna per il fallito attentato di Parigi nel 2018 è definitiva. Ecco i prossimi passi tra l’Occidente e Teheran. L’analisi dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già ministro degli Esteri

Il nuovo round di negoziati a Vienna sul nucleare iraniano è ripreso in questi giorni. Tutte le forze in campo, specialmente quelle occidentali, stanno compiendo ogni sforzo per riportare l’Iran ad accettare i termini del Jcpoa previsti nel 2015, quando l’accordo fu firmato, senza porre condizioni di rilievo.

In un simile contesto il regime iraniano, sempre più convinto di tenere in mano il pallino del gioco e in particolare dopo il ritiro degli Stati Uniti deciso dal presidente Donald Trump nel 2018, ha impresso una preoccupante accelerazione ai processi di arricchimento dell’uranio portando alla soglia dei livelli necessari al conseguimento di armamenti nucleari, in totale disprezzo di accordi, trattati internazionali e precise risoluzioni delle Nazioni Unite.

Ma il dossier nucleare, non è il solo a destare preoccupazioni sull’atteggiamento destabilizzante di Teheran. In questi giorni, come già riportato da Formiche.net, il think tank britannico Henry Jackson Society ha portato alla luce una intensa attività di hacker riconducibili al regime iraniano. Il rapporto, di prossima pubblicazione, evidenzia migliaia di recenti attività di disinformazione con falsi siti web e account sulle piattaforme Facebook e Twitter, con l’obiettivo – condiviso con Mosca e Pechino – di destabilizzare le democrazie liberali in occasione, soprattutto, di consultazioni elettorali. Cogliendo specifiche “opportunità” rappresentate dalla pandemia, da emergenti tensioni razziali, socio-economiche e occupazionali.

In particolare, il rapporto della Henry Jackson Society accusa il regime iraniano di aver in ogni modo cercato di influenzare le recenti elezioni in Scozia, incoraggiando fortemente l’indipendentismo per scardinare l’integrità del Regno Unito.

James Cleverly, ministro di Stato britannico per l’area Mena, ha ribadito in questi ultimi giorni serie preoccupazioni per il “comportamento destabilizzante” dell’Iran in Medio Oriente e altrove.

Ma sono soprattutto l’Unione europea e i suoi Stati membri che dovrebbero sanzionare gli inaccettabili comportamenti dell’Iran con ben maggior vigore di quanto sinora hanno fatto.

Sono da ricordare al riguardo gli assordanti silenzi di alcuni governi europei – in particolare quello Conte – dopo l’arresto e la successiva condanna degli agenti segreti iraniani, guidati dal “diplomatico terrorista” Assadollah Assadi, responsabili del fallito attentato di Villepinte in Francia nel 2018, che avrebbe potuto costare la vita a centinaia, e forse migliaia di persone tra cui molte figure politiche di spicco italiane, europee e americane.

Il caso Assadi registra ora un ulteriore, clamoroso sviluppo. È di questi giorni la rinuncia iraniana a ricorrere in appello. Diventa così definitiva la condanna a 20 anni emessa dal Tribunale di Anversa, che ha riconosciuto come Assadi abbia agito per ordine diretto dei vertici del regime. I motivi dell’assai goffa e imbarazzata retromarcia di Teheran sono molteplici. Anzitutto era scontato che la Corte d’appello avrebbe ulteriormente evidenziato le responsabilità del governo iraniano – dal ministro degli Esteri e al ministro dell’Intelligence sino alla Guida suprema – con ancor più negativa risonanza interna e internazionale. In secondo luogo, le modalità del ricorso in appello avrebbero fatto nuovamente emergere la “stranezza” di una costituzione in giudizio da parte dello Stato iraniano per tutelare un agente ormai privo di qualsiasi immunità ai sensi della Convenzione di Vienna.

C’è chi rileva come l’intervento in giudizio dello Stato iraniano per tutelare un terrorista dovrebbe togliere qualsiasi dubbio sulla reale natura di un regime che si avvale delle proprie sedi diplomatiche per pianificare attività terroristiche anche in Europa.

È quindi naturale che nel Parlamento europeo e in quelli nazionali vi sia crescente preoccupazione e insofferenza verso il regime iraniano. Lo stesso avviene oltreoceano. Sembra quindi maturo un sostanziale “riallineamento” tra le due sponde dell’Atlantico: soprattutto nel porre termine all’arrendevolezza nei confronti di un regime che sfacciatamente si ostina a violare il diritto internazionale, a compromettere stabilità e sicurezza regionale, e a calpestare vergognosamente i diritti umani con indicibili efferatezze anche nei confronti del proprio popolo.

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