Dopo aver bloccato due accordi targati Belt&Road nello Stato di Victoria, il governo australiano punta a stracciare la concessione da mezzo miliardo di dollari all’anno per l’affitto dell’hub pacifico di Darwin a una società cinese

Nuovo schiaffo alla Cina. L’Australia ha deciso di mettere in discussione la concessione di 99 anni sul porto di Darwin, cittadina da 140 mila anime nel Territorio del Nord, affidata nel 2015 a una società cinese, la Landbridge. Non è un porto qualsiasi, visto che si tratta di uno dei principali hub commerciali dell’area pacifica, capace di ospitare cargo fino a 80 mila tonnellate di stazza.

Si tratta di un effetto collaterale della crisi apertasi ufficialmente due settimane fa, dopo che il governo di Canberra ha deciso di fermare due accordi strategici con la Cina, parte della Via della Seta oceanica, per la realizzazione di importanti infrastrutture nello Stato di Vittoria. Adesso, l’Australia sembra fare retromarcia su un progetto che vale oltre mezzo miliardo di dollari australiani, il canone di locazione versato allo Stato per l’affitto quasi centenario del porto e di tutte le infrastrutture ad esso connesse.

E pensare che cinque anni fa il ministero della Difesa australiano bollò come “assurde” le preoccupazioni di certa parte dell’opinione pubblica circa la concessione del porto di Darwin a una società cinese. Qualcuno ha cambiato idea, dal momento che l’attuale ministro della Difesa, Peter Dutton, ha confermato durante il fine settimana che il suo dipartimento consiglierà di applicare al porto la cessione forzata, in virtù dell’inserimento dell’hub nell’ambito degli asset di interesse nazionale e strategico. Una sorta di golden power australe.

Tale decisione rischia di danneggiare ulteriormente i legami Cina-Australia, già incrinati da quando il primo ministro Scott Morrison ha chiesto un’indagine indipendente sull’origine del coronavirus, rafforzando al contempo i rapporti tra l’ex colonia britannica e gli Stati Uniti. E poi, come sottolineato da Bloomberg, la cancellazione di un accordo di tale portata sarebbe un precedente assoluto nella storia delle relazioni tra Australia e Cina. Perché, mentre nel caso di aziende come Huawei, Canberra ha semplicemente chiuso la porta, qui si tratta di prendere un accordo in essere e stracciarlo.

Di sicuro, la volontà politica non manca e gli economisti già parlano di autentica escalation e non solo australiana.  “Siamo dinnanzi un’accelerazione degli eventi che sta portando a un allontanamento dell’Australia dalla Cina. Ma non è un caso isolato. Stiamo da tempo osservando una crisi dei rapporti commerciali con la Cina di lungo termine, accompagnato da un generale respingimento delle aziende della Repubblica Popolare”, ha spiegato l’economista Hans Hendrischke. Per il quale, dietro la volontà di cancellare la concessione “ci sono state pressioni, perché l’accordo stesso è visto in conflitto con gli interessi degli Stati Uniti”.

Che la Via della Seta cinese sia in crisi (e non solo nel Pacifico) è ormai appurato. Dopo lo smottamento della Belt&Road in Africa, conseguenza dell’impossibilità di molti Paesi di rimborsare i prestiti concessi da Pechino, il governo di Canberra ha deciso di annullare anche i due contratti tra lo Stato di Victoria e la Cina inerenti all’iniziativa Belt and Road, promossa da Pechino per una strategia di collaborazione internazionale.

La doccia fredda era arrivata dal ministro degli Esteri, Marise Ann Payne, che ha la facoltà di rivedere i contratti conclusi tra gli Stati australiani con paesi terzi. Payne aveva annunciato di aver annullato in totale quattro accordi, compresi i due conclusi dallo Stato di Victoria – il secondo per numero di abitanti nell’ex colonia inglese – nel 2018 e nel 2019. Ora, la mazzata su Darwin.
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