In vista dell’arrivo del presidente Biden a Bruxelles previsto per metà giugno, oggi faccia a faccia tra i top diplomat Usa e Ue. Sulla Cina, priorità numero uno, fa breccia la linea di Washington

Fervono i preparativi per il primo viaggio in Europa di Joe Biden. Ieri la Casa Bianca ha annunciato che il presidente statunitense vedrà l’omologo russo Vladimir Putin a Ginevra, in Svizzera, il 16 giugno. Ma prima è atteso in Cornovaglia per il G7 organizzato dal Regno Unito (dall’11 al 13 giugno) e a Bruxelles, dove parteciperà al summit Nato e incontrerà i vertici dell’Unione europea (il 14 e il 15).

Per prepara quest’ultimo incontro oggi a Bruxelles è arrivata Wendy Sherman, vicesegretario di Stato americano. La numero due della diplomazia americana ha incontrato Stefano Sannino, segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna (ossia la macchina diplomatica dall’Unione europea che fa capo all’Alto rappresentante Josep Borrell).

Durante l’incontro è stato “sottolineato l’interesse condiviso di Stati Uniti e Unione europea per rafforzare l’ordine internazionale basato sulle regole” e le due parti si sono “impegnate verso un’ulteriore stretta cooperazione a sostegno dei valori democratici, della stabilità globale e regionale e dei diritti umani universali”, si legge in una nota congiunta.

La Russia, l’Ucraina e la Bielorussia; le recenti violenze in Israele e in Cisgiordania e Gaza; il Mediterraneo orientale, i Balcani occidentali, l’Afghanistan, la Siria, il Myanmar, l’Indo-Pacifico (nell’ottica della creazione di quel fronte di democrazie auspicato dal presidente Biden per contenere i regimi), l’Etiopia e il Venezuela. Tanti i temi affrontati.

Ma, a giudicare dallo spazio dedicato nel comunicato congiunto, il tema prioritario è la Cina. “Le due parti hanno ribadito che le relazioni degli Stati Uniti e dell’Unione europea con la Cina sono sfaccettate e comprendono elementi di cooperazione, concorrenza e rivalità sistemica”, si legge. I due hanno affrontato diversi temi: i diritti umani (Xinjiang e Tibet) e l’indebolimento della democrazia (Hong Kong) ma anche “la coercizione economica, le campagne di disinformazione e le questioni di sicurezza regionale, in particolare la situazione nel Mar Cinese Meridionale”. E ancora: la partecipazione di Taiwan nelle organizzazioni internazionali osteggiata dal governo i Pechino (a partire dall’Organizzazione mondiale della sanità). Infine, i due diplomatici hanno discusso “il perseguimento di un impegno costruttivo con la Cina su questioni, come il cambiamento climatico e la non proliferazione [nucleare], e su alcune questioni regionali”.

Sembra dunque aver fatto breccia a Bruxelles la linea indicata dopo l’insediamento dell’amministrazione Biden a gennaio da John Kerry, inviato presidenziale per il clima: Stati Uniti e Cina devono affrontare quella del cambiamento climatico come una questione “critica” ma “a sé stante”. Tradotto: diritti umani e le pratiche commerciali sleali di Pechino “non saranno mai scambiate” con la cooperazione climatica.

Un approccio non troppo diverso da quello che l’amministrazione Biden sembra deciso di utilizzare nel confronto con la Russia. “Serve ripristinare prevedibilità e stabilità, ha detto [Biden], ma senza ignorare l’assertività di [Vladimir] Putin e i crimini commessi contro gli oppositori in patria e all’estero”, ha spiegato in un’intervista con Formiche.net l’ex diplomatico statunitense Daniel Fried. Il che significa che “gli Stati Uniti non sacrificheranno i principi o gli alleati per avere prevedibilità e stabilità”, aggiungeva il diplomatico osservando come l’attuale situazione possa favorire un rafforzamento dell’asse transatlantico. Sulla Russia. Ma, forse, non solo.

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