Il Consiglio europeo approva il divieto di sorvolo della Bielorussia e lo stop a 3 miliardi di aiuti a Minsk. Chieste nuove sanzioni contro il regime di Lukashenko. Basterà? Il commento di Laura Harth

A meno di 48 ore dal dirottamento illegale del volo Ryanair e il rapimento spudorato del giornalista dissidente Roman Protasevich e della sua fidanzata Sofia Sapega, il Consiglio europeo ha varato le sue prime decisioni contro la Bielorussia, che prevedono la richiesta di ulteriori sanzioni, di vietare il sorvolo alle compagnie aeree bielorusse dello spazio aereo dell’Union europea e a quelle europee di sorvolare la Bielorussia. Inoltre, è stato trovato un accordo per chiedere all’Alto rappresentante e alla Commissione di preparare nuove sanzioni economiche mirate e per bloccare un pacchetto d’investimenti da 3 miliardi di euro.

Mentre prima del Consiglio il mood di anticipazione sui canali social circa la volontà europea di agire di maniera decisiva era molto pessimista – parte in causa anche il passo falso (imperdonabile?) della commissaria ai Trasporti Adina-Ioana Vălean che aveva pubblicamente gioito per la “ottima notizia” che “tutti” i passeggeri sarebbero arrivati salvi a Vilnius –, questa mattina il giudizio sui social è misto.

Da un lato chi ritiene che almeno il Consiglio abbia agito non solo con relativo tempismo ma anche mettendo in campo tutto l’arsenale politico di cui dispone: dalle misure protettive in termini di sorvolo del territorio bielorusso, alla valutazione di ulteriori misure punitive sotto il regime soprannominato Magnitsky Act europeo e altri meccanismi sanzionatori, all’annuncio di un sostegno economico sostanziale qualora l’opposizione democratica riuscisse a prendere il potere. Dall’altra parte chi non riesce a contenere il suo disappunto e grida forte le sue frustrazioni circa un blocco che vuol essere forza geopolitica, ma non riesce ad esercitare un potere decisivo neanche nel suo immediato vicinato.

La verità – se di tale si può parlare trattandosi di giudizi – sta probabilmente qualche parte in mezzo e mette in luce tutte le debolezze e la credibilità sempre più scarseggiante dell’attuale assetto dell’Unione europea.

Il primo che sale immediatamente agli occhi leggendo il foglietto delle decisioni varate, riguarda il linguaggio stesso dell’Unione. Un linguaggio non politico ma altamente diplomatico di un Consiglio europeo che, piuttosto che utilizzare verbi attivi, “invita” o “chiama” ripetutamente sullo stesso Consiglio di mettere in campo larga parte delle misure. Misure che risultano quindi in qualche modo semi-annunciate o auspicate, con un linguaggio che manca di proiettare la necessaria forza e volontà politica che il gravissimo atto di terrorismo statale necessita.

Il secondo riguarda proprio le misure (semi-)annunciate. Pur essendo vero che si mira a impiegare l’arsenale intero di cui dispone l’Unione, rimane il sapore amaro di un too little, too late che spiega la frustrazione di numerosi attivisti e dissidenti in prima linea, bielorussi e non. Mentre manca qualsiasi riferimento allo sponsor russo, che non ha mancato di congratularsi con la “splendida azione” di Aleksandr Lukashenko, non scappa l’attenzione che ci è voluto un atto di ingerenza e ostaggio temporale di cittadini europei prima che il Consiglio si rendesse pienamente conto del pericolo posto da un regime liberticida sui suoi confini.

Si tratta di un problema molto simile a quanto ci ha insegnato la pandemia del Covid-19: la mancanza di prevenzione e i conseguenti ritardi nell’intervenire decisivamente in tempi utili vale negli scenari geopolitici come nella sanità. L’appeasement, come ci insegna la storia chamberliana di non troppo distante memoria, raramente – semmai – porta frutti. Ed è una lezione che va oltre l’incidente bielorusso odierno.

Come scrive Anne Applebaum su The Atlantic: “In altre parole, questa è una storia che affianca l’utilizzo russo di veleni radioattivi e agenti nervini contro i nemici del Cremlino a Londra e Salisbury, in Inghilterra; il brutale assassinio di uno dei suoi cittadini da parte dell’Arabia Saudita all’interno di un consolato a Istanbul; omicidi iraniani di dissidenti nei Paesi Bassi e in Turchia; e il rapimento e la detenzione da parte di Pechino di cittadini cinesi che vivono all’estero e cittadini stranieri di origine cinese”; in quel che viene definito come la nuova pratica di “repressione transnazionale” e sulla quale sono emblematiche le parole pronunciate solo la settimana scorsa dal massimo funzionario della sicurezza di Hong Kong, John Lee, il quale ha promesso di perseguire gli attivisti autoesiliati per il resto della loro vita, avvertendo che gli avversari della Cina li vedranno come “usa e getta” una volta che la loro utilità sarà esaurita.

Sebbene la prudenza e l’attenta valutazione degli scenari siano senz’altro strumenti fondamentali per la politica, soprattutto in uno scenario di scontro crescente tra regimi autoritari e democrazie, se non vogliono ulteriormente danneggiare la già scarsa credibilità e fiducia che evidentemente ispirano, gli organi burocratici e diplomatici dell’Unione europea – Commissione e Consiglio – hanno urgente bisogno di riconoscere la realtà imponente e imparare dei loro errori.

Le misure auspicate ieri sera possono funzionare ma solo quando vengono adottate con decisione e tempestività. Facendosi forte dei suoi valori fondativi e la sua ambizione di soft power su essi basata, deve urgentemente fare della prevenzione geopolitica un suo pilastro centrale – proprio come auspicato da tanti strumenti internazionali ai quali l’Unione europea piace appellarsi, non ultimo la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del genocidio –, piuttosto che trainare le sue politiche dietro il carro delle grandi potenze.

E questo parte proprio dal saper e voler cogliere anche a livello esecutivo i segnali di allarme precoce lanciati quotidianamente da chi si trova in prima linea contro i regimi nel mondo. Persone proprio come Roman Protasevich.

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