La vendita di 30 Rafale francesi all’Egitto è una sveglia per l’Italia di Mario Draghi. Dal Cairo a Pechino, da Mosca a Istanbul serve un bagno di realpolitik (che difende meglio i diritti umani)

“La politica estera non si fa con le buone intenzioni”. Un bagno di sana realpolitik non farebbe male all’Italia di Mario Draghi, dice a Formiche.net Giulio Sapelli, economista e storico della Statale di Milano. Dallo sbigottimento per i 30 Rafale francesi venduti all’Egitto di Al-Sisi alla timidezza nei confronti di Cina e Russia, la strada da fare è ancora molta.

Professore, quanto pesa l’Italia di Mario Draghi?

Più di quella di Conte, perché si presume abbia un rapporto più diretto con gli Stati Uniti. Ma il terreno da recuperare è enorme. L’Italia è sempre rimasta uno Stato vassallo che, a volte, è riuscita a superare l’imperatore. Con la sua proiezione nel Mediterraneo. Con la sua capacità di mediare fra Stati Uniti e Urss. Tutte cose scomparse.

Perché?

Per una visione della politica estera episodica, priva di qualsiasi strategia di ampio respiro che, purtroppo, prosegue anche ora. Non abbiamo seguito la Francia in difesa delle acque di Cipro. Non abbiamo seguito la Grecia, che invece dovrebbe essere un modello. Draghi deve ancora dimostrare di essere un grande statista. La gaffe con la Turchia è preoccupante. Gli Usa riescono a fare entrambe le cose: difendono i diritti umani, ma non abbandonano un alleato chiave della Nato. Noi non siamo più capaci di questa realpolitik.

La Francia sì. E infatti vende 30 Rafale all’Egitto di Al-Sisi.

La Francia, che pure è scossa da una tormenta interna, come dimostra il documento di protesta delle Forze armate, fa due cose. Diplomazia, che, a qualcuno sfugge, è anche il miglior modo per difendere i diritti umani. Proiezione di potenza: ovvero una politica di mediazione che non rinuncia all’uso della forza, all’insegna di Talleyrand. L’Italia nessuna delle due. Eppure qualcosa dovremmo aver imparato dal Vaticano: monsignor Casaroli non faceva politica estera appendendo manifesti. Anche l’intesa della Santa Sede con la Cina, condivisibile o meno, è improntata a criteri di altissima diplomazia.

L’Italia dovrebbe preoccuparsi dell’asse Parigi-Cairo?

No, la Francia deve ancora tessere molto filo per raggiungerci. Nonostante il grave caso Regeni, abbiamo relazioni solide con Al Sisi. Il capitalismo di Stato egiziano sa che l’Italia, non la Francia, gli ha dato l’autonomia energetica, grazie all’Eni e a fior fior di diplomatici. Non è qui il sorpasso francese.

Dove allora?

Nella strategia africana. Parigi si muove su più fronti contemporaneamente, ha una presenza imponente nel Sahel e in tutta la fascia pre-tropicale, dal Mali al Burkina Faso, dalla Costa d’Avorio al Congo Brazzaville e i Paesi del vecchio franco africano. È questa forza che dà peso alla Francia in Libia.

A proposito di realpolitik, l’Ue ha appena frenato l’accordo sugli investimenti cinesi che a novembre aveva attirato le critiche dell’amministrazione Biden.

C’è solo una ragione di questo risveglio: il declino di Angela Merkel e la retromarcia dei gruppi di interesse e della cuspide del capitalismo tedesco che le ruotano intorno. Dopo quindici anni loro e buona parte della Cdu hanno capito che conviene avere buoni rapporti con gli Stati Uniti, che la Cina è una polveriera.

Cioè?

Non è un caso se più di mille grandi imprese americane hanno abbandonato negli ultimi anni il Paese. Tutti i giorni arrivano notizie preoccupanti. Una crisi demografica da brividi, cui si somma il conflitto interno alle forze armate e al partito. La stretta di Hong Kong è la conseguenza di questa escalation.

Chi riempirà il vuoto lasciato dalla Merkel?

Nessuno, questo è il problema. I Verdi sono troppo deboli, la Spd è stata liquidata. C’è da augurarsi un’avanzata dei conservatori che freni la destra estrema. Servirebbe una figura come il generale francese Pierre De Villers, che impedisca una crisi profonda fra repubblica, esercito e capitalismo. Come sempre, le sorti di Francia e Germania sono legate.

Anche con la Russia l’Ue ha iniziato ad alzare la voce. Troppo poco?

Non so se hanno alzato la voce, di certo non si è sentita. Borrell è andato a Mosca a farsi schiaffeggiare da Lavrov, che è l’erede di una grande tradizione diplomatica russa, quella che risale a Primakov e all’Imeo (Istituto degli studi medio-orientali di Mosca). Ci vorrebbe un Aznar, un Gonzalez. Leader, non burocrati.

Come spiega il crescendo di tensioni fra Occidente e Russia?

La spiegazione è sempre la stessa. La Russia di Putin è permeata da un desiderio di revanche. Ritiene che sia stato violato il “patto fra gentiluomini” di Reagan e Gorbachev, ovvero l’accordo affinché nessuno Stato confinante all’ex Urss sarebbe entrato negli anni a venire nella Nato o nell’Ue. E vuole riscattare l’“umiliazione” inflitta al Paese negli anni ’90.

Però è la Russia a provocare, con le manovre al confine ucraino, e le continue violazioni del cessate-il-fuoco.

Certo, per un motivo ben preciso. I russi non hanno mai abbandonato la loro vocazione ad avere un piede nel Pacifico e uno nei mari caldi, dal Mediterraneo al Mar Nero, a Vlodivostok e in Crimea. L’allargamento della Nato e dell’Ue ad Est hanno risvegliato a Mosca la “sindrome dell’isolamento”. E questa paura, se le élites occidentali non se ne accorgeranno in tempo, può portare all’abbraccio con la Cina. Sarebbe un grave pericolo per il mondo.

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