Il sinodo potrebbe essere il modo per capovolgere l’agenda e porre al centro l’ascolto, di chi va ancora in Chiesa come dei cattolici normali o di quelli che attraverso le traversie della vita non riconoscendosi più né in un blocco clerico-fascista né in una Chiesa bolscevica, hanno avvertito grazie alla pandemia di aver bisogno di riconoscersi in qualcosa che esista al di là di sé

Come tutti quelli che amano (o hanno amato) viaggiare non per rinchiudersi in qualche villaggio vacanza ma per conoscere Paesi diversi da quello di origine, anch’io ho potuto constatare che, arrivando in località per me esotiche, come Vladivostok o Windhoek, le chiese avevano quello strano potere di farmi sentire “a casa”. Mi è capitato molte volte. Così l’idea di chiese vuote nel mio Paese non può che indurmi a pormi alcune domande. Ed è Benedetto Croce, non un fervente cattolico, che ha scritto “perché non possiamo non dirci cristiani”.

Dirsi è un conto, essere è un altro. Ma se noi provassimo ad usare un linguaggio provocatorio forse potremmo riuscire a capire meglio perché non siamo più capaci a vivere insieme e perché questo per ogni società che lo sperimenti sia un problema. Parlo di linguaggio provocatorio non solo per la Chiesa, perché è stato Pier Paolo Pasolini a farci notare che il pensiero o l’intenzione contestataria non può prescindere dall’identità di ciò che contesta, cioè il “potere”. Il blocco di potere che si intendeva contestare negli anni Settanta, soprattutto da sinistra, era un blocco di potere che Pasolini definiva clerico-fascista, e si basava su una cultura abbastanza nota: è riassunta dal celebre slogan “Dio, Patria, Famiglia”.

Questo blocco di potere fu contestato dal movimento per i diritti civili. Poi il potere cambiò, divenne non più clerico-fascista, ma consumista, ha affermato Pasolini. Questo consumismo non può che essere individualista e apparire appetibile a chi rimaneva contestatore del vecchio blocco di potere per quel sapore anti clerico-fascista che viene dall’individualismo: ma è il liberismo, non la libertà, cioè è la cultura dell’io sovrano, che dice: io individuo, che sono in quanto penso, sono libero di fare di me quel che ritengo. Questo ha affascinato la sinistra che aveva negli occhi il mondo misogino del clerico-fascismo, il mondo sessuofobo del vecchio “pater familias”, il mondo chiuso del nazionalismo. Ma se lo sconfiggere la misoginia, l’ essere sessualmente tutti uguali e l’apertura al mondo, tutte cose sacrosante per la sinistra contestataria, sono poi trasferite in un universo valoriale compatibile con la società dei consumi, cioè senza creare nuove dignità e solidarietà, il potere consumista non avrebbe nulla da eccepire. Quindi attenzione, diceva Pasolini, questa contestazione non sarebbe più contestataria.

Non capire cosa dicesse Pasolini è stato grave, ma seguitare a farlo è stato nefasto. La questione si è posta soprattutto per il mondo Lgbt. La vecchia preclusione ecclesiale, al di là di parole formali, insieme ai no a contraccettivi e divorzio è rimasta caposaldo di una progetto che formalmente respingeva ogni individualismo, sebbene poi poteva sposare il liberismo economico più sfrenato. Ed è così che è diventato fondamentale il discorso sulle libertà. Libertà di, libertà da, o libertà per?

Quelli che chiamo i “cattolici normali”, liberati dal sistema patriarcale grazie alla contestazione, non vedevano più perché Dio unirebbe chi non si ama più. Non sarà l’uomo a volerli unire nonostante nella loro unione non ci sia davvero il sì di Dio? Lo poteva stabilire solo la Rota? Questo cattolico non più convinto della struttura gerarchica della società, come di quella del rito, non era destinato a precipitare nelle braccia dell’individualismo, ma chiedeva conto; se Pio XII era giunto dopo una lunga riflessione a legittimare l’uso dei metodi contraccettivi naturali, non si poteva fare lo stesso con la pillola, favorendo così genitorialità responsabile e sessualità non più vissuta come “colpa”?

É cominciato così lo scisma dei cattolici normali, quelli che convivono prima di sposarsi senza ritenersi “figli del peccato”, quelli che usano la pillola perché si vogliono bene, quelli che se scoprono di non amarsi più ammettono l’errore, non lo nascondono nel perbenismo dell’amante clandestino o clandestina. ED è stata una Chiesa clerico-fascista a ritenere questo scisma necessario per difendere la cattolicità? O è stata una “Chiesa bolscevica”?

I bolscevichi, come è noto, erano una minoranza. Ma si sono ritenuti interpreti del tutto, “ala marciante” del proletariato. Dunque erano loro i depositari della vera fede, anche se la maggioranza non la pensava così. L’apparato impossessatosi del Partito poteva espellere dall’ala marciante lo stesso proletariato, inconsapevole di quale fosse la sua vera identità, dei dogmi della sua vera fede (marxista-leninista con il trattino, non senza!). La Chiesa clericale non è parsa fare lo stesso? Una Chiesa non comunità di fedeli, ma partito del clero, è una Chiesa bolscevica, che, come il Partito davanti allo scisma silenzioso dei veri proletari si riteneva ancora depositario della verità, anch’essa nel chiuso dei suoi progetti culturali ha preferito allontanare i cattolici normali, per mantenere la cattolicità della forma sociale.

Grazie ad un’antica consuetudine forse è possibile avviare a superamento lo scisma dei cattolici normali che sta svuotando le Chiese. Come è noto per questa antica consuetudine ci si battezza nell’età dell’inconsapevolezza. Perché? Si tratta di una scelta della Chiesa, non dei neonati. I numeri sono numeri e davanti alla consapevolezza della scristianizzazione delle nostre società i numeri dei battezzati sono l’ultima difesa. Le Chiese possono morire, lo dice la storia… Allora, siccome ormai sappiamo che il Limbo non esiste, possiamo fingere di non sapere che il battesimo avviene in precocissima età per la paura che tanti, troppi, non lo farebbero se fosse previsto alla maggiore età?

Proprio questa consuetudine però può venire a salvare la Chiesa dallo scisma dei cattolici normali e dal loro conseguente dissolversi in una società consumista, individualista, nella quale la vera egemonia culturale è quella dell’io sovrano. Il sinodo della Chiesa, non questo incomprensibile “cammino sinodale” senza poteri, in Italia potrebbe essere l’occasione per ripartire, “grazie” alla pandemia. Chiusi, isolati dietro la nostra mascherina per un anno, non abbiamo riscoperto che essere soli non è il massimo della vita? Questo chiodo sottile non può essere il chiodo al quale riattaccare il filo di una nuova evangelizzazione? Il problema sono le presenze domenicali o il bisogno di avere qualcosa da testimoniare?

Ho letto in queste ore il commento al vangelo domenicale sul Fatto Quotidiano scritto il 30 maggio 2021 da padre Antonio Spadaro. Vi ricorda che Gesù nel vangelo dice: “A me è stato ogni potere in cielo e sulla terra”. E aggiunge: “Se una persona che conosciamo dicesse questo lo prenderemmo per matto. O sul serio, ma con preoccupazione.” Ricorda che parla un condannato a morte come impostore e bestemmiatore! Qual è la conclusione? “L’umiliato dice di aver ricevuto tutti i poteri”! Dunque è un’altra visione della vita! Quello che era morto si scopre essere Dio!

Questa è proprio un’altra idea della vita, un’idea di liberazione che ci riconcilia con una libertà non liberista, con un’egemonia culturale che non vuole fare propria la cultura dell’io sovrano ma che ci propone di costruire un’altra cultura, non una caserma. Certamente la morale sessuale ha avuto un ruolo decisivo nella costruzione di una società riguardosa della persone e non più “orda”, dove i rapporti sessuali erano quelli dello stato brado della vita animale. Poi l’uomo è cresciuto, le sue sfide sono cambiate. Ora una Chiesa che continua a dire i suoi no alle donne, agli omosessuali, ai divorziati risposati, a chi usa gli anticoncezionali, a chi vive insieme prima di sposarsi, non spinge le chiese a restare vuote? Quell’altra visione della vita di cui si è appena detto non ci porta all’idea della testimonianza di ogni giorno, nella fedeltà alla spirito e non alla lettera?

Dunque il sinodo potrebbe essere il modo per capovolgere l’agenda e porre al centro l’ascolto, di chi va ancora in Chiesa come dei cattolici normali o di quelli che attraverso le traversie della vita non riconoscendosi più né in un blocco clerico-fascista né in una Chiesa bolscevica, hanno avvertito grazie alla pandemia di aver bisogno di riconoscersi in qualcosa che esista al di là di sé. Chi ha visto un’esperienza “borghese” del cristianesimo potrebbe “pensare lontano”, alle Beatitudini e “pensare vicino”, al fatto che la borghesia non c’è più e infatti il dibattito si polarizza come la forchetta tra ricchi e poveri.

Riscoprire grazie alla mascherina il bisogno di vivere insieme, parlare insieme, sorridere insieme, sarebbe la base per ripopolare le Chiese in questa novità sinodale, in cui gli unti del Signore tornerebbero ad essere i peccatori che magari si sono sentiti allontanati, non i giusti, chi ha sbagliato, non chi non sbaglia mai. Ha detto Francesco che una nazione non è un museo”: e allora cos’è? Una costruzione quotidiana di vita in comune con persone che credono, credono diversamente, non credono, ognuno con la testimonianza della sua fede nel bisogno di vivere insieme con gli altri, oggi e qui. Rifiutare questo sinodo aperto ai cattolici normali sarebbe la resa più grave alla cultura dell’io sovrano.

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